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Il 2 febbraio, 60 giorni dopo l’inizio della serrata padronale, il cosiddetto Coordinamento democratico ha dichiarato la fine della prova di forza contro il governo Chavez. Questa azione, che voleva provocare il caos nel paese, le dimissioni di Chavez e nuove elezioni,  non è riuscita nel suo intento. Tranne i grandi centri commerciali, alcune grosse aziende della distribuzione alimentare e la Pvdsa (l’azienda che gestisce la produzione e  la distribuzione del petrolio), il resto del Venezuela non è mai stato bloccato, malgrado i rozzi tentativi di giornali e tv di dimostrare il contrario.

Gli ultimi sviluppi degli avvenimenti in Venezuela hanno rappresentato un salto di qualità dello scontro fra Chavez e l’opposizione. Da diverso tempo seguiamo le vicende di questa battaglia sul nostro giornale (vedi Falce Martello numero 153 e 156). Avevamo già allora spiegato che dopo il fallito golpe dell’aprile 2002 la situazione non si sarebbe stabilizzata e che saremmo andati incontro ad un approfondimento della lotta per il potere in Venezuela. L’esito di questa lotta sarà di fondamentale importanza per il movimento operaio internazionale ed è quindi necessario aprire da subito anche qui in Italia una discussione sugli avvenimenti e sui possibili sviluppi della situazione in Venezuela.

La voglia di cambiamento dei lavoratori porta Lula alla vittoria

 

Il 27 ottobre Lula è stato eletto presidente del Brasile. Ha ottenuto 53 milioni di voti, il 61,2%, l’appoggio più massiccio a un candidato mai dato nella storia del paese. Questa vittoria segna un chiaro punto di svolta nella situazione politica. È la prima volta che un partito dei lavoratori, il Pt, nato sull’onda delle lotte contro la dittatura alla fine degli anni settanta, governerà il Brasile. E per la prima volta un operaio, di estrazione umile, costretto a lavorare fin dall’età di dodici anni sarà a capo del paese più grande dell’America Latina.


Argentina

La lotta dei lavoratori della Fiat e la crisi senza apparente soluzione dell’azienda di corso Marconi stanno riaprendo il dibattito nella sinistra e tra i lavoratori sulle nazionalizzazioni e sul controllo operaio. Negli ultimi mesi in Argentina più di cento fabbriche sono state messe sotto il controllo dei lavoratori per rispondere all’ondata di chiusure frutto della crisi economica. Crediamo che analizzare l’esperienza argentina possa essere utile anche per le vicende italiane.


La crisi economica che attraversa tutta l’America Latina ha colpito duramente anche l’Uruguay. Da quattro anni il paese si trova in recessione, ma dall’inizio dell’anno, in coincidenza con l’insurrezione in Argentina, è esplosa una tremenda crisi finanziaria. Ironia della sorte per il paese rifugio dei capitali argentini e brasiliani, conosciuto come la Svizzera dell’America Latina per la riservatezza del suo sistema bancario. La perdita di riserve monetarie alla fine di agosto ammontava a 2.500 milioni di dollari, nonostante un aiuto di 460 milioni da parte del FMI a fine giugno. Alla Banca Centrale nel gennaio di quest’anno le riserve ammontavano a 3.100 milioni di dollari!

Dopo l’elezione di Uribe alla Presidenza

Il nuovo presidente della Colombia Alvaro Uribe ha subito mostrato le sue intenzioni appena insediatosi all’inizio di agosto. Ha dichiarato lo stato di emergenza per novanta giorni e introdotto una tassa di guerra per finanziare due nuove brigate dell’esercito con 13 mila soldati.

Argentina

La decisione del presidente Duhalde di anticipare le elezioni politiche e parlamentari al marzo del prossimo anno ha provocato un cambiamento rilevante nella situazione politica argentina. La decisione è stata presa dopo il danno d’immagine causato al governo dalla brutale repressione del movimento piquetero alla fine di giugno e nel mezzo di una vera e propria guerra civile all’interno del Partito peronista riguardo alla nomina del candidato ufficiale del partito alle prossime elezioni. Se aggiungiamo a ciò le costanti pressioni del Fmi per applicare nel paese le misure di austerità necessarie per la concessione di ulteriori prestiti, vediamo come la posizione di Duhalde stia diventando sempre più insostenibile.

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