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Argentina

Dopo sei mesi dall’Argentinazo, l’insurrezione che ha scacciato De La Rua, la condizione delle masse argentine non è affatto migliorata. Gli istituti di statistica rivelano che il 51,4 % della popolazione vive sotto il livello di povertà. Dall’inizio dell’anno 25mila argentini ogni giorno si sono aggiunti a questa categoria. Nei primi quattro mesi dell’anno il potere d’acquisto dei lavoratori si è ridotto del 40%, secondo le stime ufficiali del governo, chiaramente interessato a sottostimare il dato.


Il tentativo di colpo di Stato reazionario in Venezuela, capeggiato dal presidente di Confindustria Pedro Carmona, è stato sconfitto. Sabato 13 aprile un’insurrezione popolare appoggiata da settori delle Forze armate ha rovesciato i golpisti e riportato Hugo Chavez alla presidenza della Repubblica. Gli avvenimenti si sono susseguiti in maniera convulsa, e non escludiamo ulteriori, repentini colpi di scena, ma sicuramente gli avvenimenti di queste due giornate rappresentano un punto di svolta nel processo rivoluzionario in Venezuela.

Mai è successo che un colpo di Stato in America latina sia stato sconfitto. Non avvenne con Arbenz in Guatemala (1953), né con Peron in Argentina (1955), tantomeno con Allende nel 1973 in Cile o in Argentina nel 1976.


Dalle informazioni riportate nell’articolo di Jordi Martorell è chiaro che il movimento rivoluzionario in Argentina, lungi dallo spegnersi, avanza ed acquisisce crescente ampiezza e profondità. La borghesia ed il suo governo sono incapaci di fermarlo, ridotti come sono ora a lanciare strani e gravi avvertimenti dai margini della scena.

Un grande passo avanti

Sabato 16 febbraio migliaia di lavoratori, disoccupati e membri delle assemblee popolari si sono incontrati nella Plaza de Mayo a Buenos Aires. Così cominciava l’Assemblea Nazionale dei Lavoratori (occupati e disoccupati). Il giorno dopo, duemila delegati eletti si sono trovati al Teatro Avellaneda Colonial, in rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori disoccupati da tutto il paese, ma anche sezioni locali di sindacati, gruppi di lavoratori in lotta, rappresentanti delle assemblee popolari cittadine, ecc.

Due settimane, tra dicembre e gennaio, e il volto dell’Argentina è completamente cambiato.

Il 19 dicembre il Presidente Fernando De La Rúa decretava lo stato d’assedio in tutto il paese, mentre il superministro dell’Economia Domingo Cavallo presentava un’ennesima finanziaria all’insegna dell’austerità con tagli per 6 miliardi di dollari.

Il 23 dicembre un nuovo presidente era eletto dal Parlamento, il peronista Adolfo Rodriguez Saá, che subito annunciava la sospensione del pagamento del debito estero. Nemmeno una settimana dopo, anche quest’ultimo sulla spinta della protesta popolare è costretto a lasciare. Un nuovo governo di unità nazionale presieduto da Eduardo Duhalde è ora in carica.

"Tremate, oligarchi, tremate". Hugo Chavez Frias, Presidente del Venezuela.

"Si vuole cambiare l’ordinamento giuridico del paese, passando da un’economia di mercato a un sistema statalista, centralista, socialista." Pedro Carmona, Presidente di Federcamaras. (Clarin, 11/12/2001)

Il Venezuela è attraversato da uno scontro senza precedenti tra il Presidente Hugo Chavez e i principali gruppi finanziari e industriali. Grazie ai poteri speciali che il Parlamento, dove il suo "Movimento V Repubblica" ha la maggioranza assoluta, gli ha conferito, Chavez ha promulgato 49 decreti-legge. Venti di essi secondo la principale organizzazione padronale sono "un vero e proprio attacco alla proprietà privata".

L’Argentina sta attraversando una crisi economica, politica e sociale tra le più acute della sua storia. Parlando di un paese industrializzato, con una classe operaia dalle grandi tradizioni di lotta è naturale che gli sviluppi in questo paese rivestano un particolare interesse per chi si pone in un’ottica rivoluzionaria.

I governi argentini degli ultimi anni si sono distinti per l’applicazione rigida dei dettami del Fmi e della Banca mondiale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’economia è sull’orlo del disastro, il debito estero ha sforato il tetto dei 150 miliardi di dollari e la dichiarazione di insolvenza (default) è ormai un dato di fatto nonostante all’inizio dell’anno il Fmi sia intervenuto concedendo prestiti per 40 miliardi di dollari.

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