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La Bolivia è sconvolta da una ondata di scioperi e mobilitazioni, iniziate per protestare contro la selvaggia repressione di una pacifica marcia di indigeni che a loro volta manifestavano contro la costruzione di una strada attraverso il Territorio Indigeno e Parco Naturale Isiboro Secure (TIPNIS), una delle più grandi riserve indigene e naturali del paese. In quattro tra ministri e viceministri si sono dimessi, alcuni per protestare contro la violenza gratuita usata dalla polizia per disperdere la marcia indigena che avanzava da Trinidad a La Paz, altri, come il ministro dell’interno, perché travolti dallo sdegno popolare.

È davvero meraviglioso il movimento di studenti e lavoratori cileni che da tre mesi tiene testa al governo di destra di Sebastian Piñera, nonostante la brutale repressione dei carabineros, i loro attacchi deliberati a colpi di bombe lacrimogene alle sedi del Partito Comunista Cileno e del Sindacato dei lavoratori delle cartiere, le migliaia di arresti.

A distanza di 14 anni si è tenuto finalmente il 6° Congresso del Partito comunista cubano. È il congresso in cui Fidel Castro lascia ogni carica nel partito per passare definitivamente la mano a suo fratello Raúl, da sempre rappresentante dei militari a Cuba. Non a caso nel nuovo burò politico su 15 membri ben 7 sono militari. Anche se per la prima volta si è introdotto il criterio dei due mandati di 5 anni, oltre i quali nessun dirigente può occupare responsabilità di partito, il criterio non è retroattivo e già oggi l’età media della direzione è attorno ai 70 anni. A dimostrazione di come il problema del ricambio generazionale e dell’apatia dei giovani verso la politica, resti uno dei problemi fondamentali oggi a Cuba.

Le elezioni presidenziali peruviane spianano la strada al cambiamento politico più importante nel paese dalla caduta della dittatura di Fujimori nell’anno 2000. La profondità del malessere sociale accumulato ha fatto sì che nessuno dei candidati più affidabili per la classe dominante (Kuczynski, Toledo, Castañeda) abbia superato il primo turno.

Dopo 12 giorni di proteste, la lotta dei lavoratori giunge a una conclusione sulla base di un accordo che opera una mediazione fra le posizioni dei lavoratori e quelle del governo. L'ennesima dimostrazione (ed è la prima cosa da notare) che solo attraverso la mobilitazione i lavoratori possono influenzare e orientare le decisioni del governo.  una lezione che deve essere assunta in tutto il suo significato, perché l'accordo è solo un avanzamento parziale che non affronta le questioni fondamentali,  economiche e politiche, che vengono trascurate.

Oltre 500 persone hanno riempito il cortile della facoltà di sociologia della USFXCh a Sucre mentre l’aula magna del campus della UAGRM di Santa Cruz de la Sierra, che può contenere 250 persone, è risultata insufficiente per contenere tutti coloro che volevano partecipare all'assemblea. A Sucre praticamente tutti gli studenti della facoltà di Sociologia hanno assistito fino alla fine all’evento insieme a docenti, lavoratori, militanti del MAS e dirigenti della Federación Sindical de Trabajadores Campesinos Originarios di Chuquisaca, che sono intervenuti portando il loro saluto.

Torna al centro delle polemiche la rivoluzione venezuelana. Sull’onda della notizia di un possibile esilio del leader libico Gheddafi a Caracas, la stampa borghese è tornata a scagliarsi contro il processo bolivariano. E le manifestazioni di appoggio del presidente Hugo Chavez al regime libico, non hanno fatto che dar materiale ai pennivendoli nostrani per screditare la rivoluzione.

 

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