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Per fermare le lotte sociali

La nomina di Domingo Cavallo a superministro dell’Economia e la concessione allo stesso di pieni poteri sono i segnali più clamorosi del fatto che l’Argentina è entrata in una crisi drammatica, di cui si possono delineare tre aspetti fondamentali, che si influenzano a vicenda.

Tale crisi è infatti economica, sociale e politica. Dal punto di vista economico, il paese è in recessione da tre anni. Nel ‘99 il Prodotto interno lordo è diminuito del 3,5% e nel 2000 la crescita è stata zero, mentre nei primi due mesi del 2001 la produzione industriale è calata dell’1,9% (a febbraio, -2,9) rispetto allo stesso periodo del 2000. Il deficit fiscale è pari a 120 miliardi di dollari, quello estero 150 miliardi e a dicembre la dichiarazione di insolvenza argentina pareva dietro l’angolo, quando l’Fmi ha concesso un pacchetto di aiuti di 40 miliardi di dollari.

Non ci può essere condanna più inappellabile per le politiche monetariste applicate dall’inizio degli anni novanta, con la parità 1:1 tra peso e dollaro. Inaugurata proprio da Cavallo, ha annientato il mercato interno e reso impossibili le esportazioni.

Dal punto di vista politico, l’Alianza di governo tra Frepaso, una formazione nata dall’unione di dissidenti peronisti e vari gruppi di sinistra, tra cui l’ex Pc argentino, e i radicali, il principale partito borghese, è a pezzi. Ha tradito tutte le promesse elettorali di riforme con cui aveva vinto sui peronisti nell’ottobre ’99 (ricordiamo anche gli elogi degli ulivisti italiani) e attuato una politica di massacro sociale. Per ottenere il prestito dal Fmi, il presidente De La Rua (radicale) ha congelato per 5 anni le spese sociali e avviato la privatizzazione della previdenza sociale. Il Frepaso ora ha fatto uscire i propri ministri dal governo e i radicali sono divisi. Il nuovo governo Cavallo "di unità nazionale" si appoggia così su una maggioranza trasversale che comprende anche elementi peronisti.

Infine in questi dieci anni il 30% della popolazione è divenuto disoccupato o sottoccupato e i poveri sono almeno 14 milioni. Il paese è sconvolto da potenti lotte sociali, gli scioperi generali si susseguono a cadenza quasi trimestrale, sempre più partecipati, i blocchi stradali e i picchetti attuati dai disoccupati e da diverse categorie in lotta sono un fenomeno quotidiano e di massa, che coinvolge decine di migliaia di persone.

Alla fine di marzo i lavoratori argentini sono stati molto vicini ad assumere un ruolo da protagonisti assoluti sulla scena politica. Il ruolo di freno delle loro organizzazioni, impaurite di trovarsi il potere nelle proprie mani, ha rimandato questo appuntamento.

All’inizio di marzo De La Rua aveva nominato un nuovo ministro dell’Economia, Lopez Murphy, un iperliberista necessario per rassicurare i mercati internazionali e i padroni argentini. Quest’ultimo aveva subito annunciato una manovra finanziaria di quasi 2000 miliardi di pesos di tagli, di cui 1100 alla scuola e all’università, cancellando praticamente l’intervento pubblico in questi settori. La risposta a una tale provocazione era stata l’uscita del Frepaso dal governo, e uno sciopero massiccio il 22-23 marzo dei lavoratori dell’Istruzione pubblica, che si allargava ad altri settori e che minacciava di proseguire ad oltranza. A convocarlo erano stati la Cta, sindacato vicino al Frepaso e forte nel settore pubblico, e la Cgt dissidente di Hugo Moyano, che ha la sua principale base d’appoggio fra i lavoratori dei trasporti. Anche la Cgt ufficiale, tradizionalmente legata ai peronisti, aveva proclamato uno sciopero per i primi di aprile.

Per il 24 marzo le manifestazioni in occasione del 25° anniversario del golpe militare si annunciavano enormi e si sarebbero tramutate in un’ulteriore contestazione di massa al governo.

Entra in scena Cavallo

De La Rua si trovava senza maggioranza, le voci di sue probabili dimissioni aumentavano, insieme alla paura per il "caos" che ne sarebbe seguito. Il presidente licenzia allora Lopez Murphy e chiama Cavallo alla guida dell’economia del paese. Quest’ultimo accetta, ma solo a condizione di avere le mani libere "per salvare il paese". Ottiene la maggioranza in Parlamento, con tutti i partiti divisi al momento del voto, per legiferare autonomamente su imposte e tariffe, per ristrutturare la pubblica amministrazione, privatizzare le imprese pubbliche e altro ancora. In realtà è lui il nuovo presidente di fatto dell’Argentina. Ha ottenuto anche la "non belligeranza" dei dirigenti sindacali, che si sono fidati del politico più antioperaio del paese, con la promessa che non avrebbe tagliato le spese per l’istruzione!

Cavallo non è nuovo a metodi autoritari. È stato presidente della Banca centrale argentina nell’ultimo periodo della dittatura ed è a capo di una formazione di destra (Alleanza per la Repubblica), con cui, tra l’altro, l’anno scorso ha perso le elezioni a Governatore di Buenos Aires. Nelle parole di Hugo Moyano "Con tutta questa insistenza sull’Art. 76 (della Costituzione, quello riguardante il conferimento di poteri speciali, ndr), sembra proprio che Cavallo voglia tornare al 1976", cioè l’anno del colpo di stato militare.

Nei fatti un colpo di stato parlamentare e "silenzioso" è ciò a cui abbiamo assistito alla fine di marzo. Cavallo si regge sulla spaccatura di tutte le formazione politiche nel Parlamento, senza eccezioni da destra a sinistra, sulla debolezza della classe dominante argentina, capace unicamente di depredare l’economia attraverso le speculazioni di borsa, e sulla non volontà delle direzioni sindacali di abbattere il governo.

Il 5 aprile "Supermingo", com’è soprannominato Cavallo, ha proclamato la necessità di una politica di espansione del credito e del superamento della parità col dollaro. Misure da adottare per puntare a un recupero dell’economia da associare però a un aumento della produttività. "In qualsiasi posto del mondo la crescita si ottiene con gli investimenti e con l’aumento di produttività che accompagna gli investimenti." (la Repubblica, 29-03-01)

Risulta evidente che il metodo per ottenere simili risultati passa attraverso l’aumento dello sfruttamento della classe operaia con un attacco senza precedenti ai suoi diritti e conquiste e, allo stesso tempo, concedendo sgravi e riduzioni di imposte di ogni tipo ai padroni, per stimolare gli investimenti.

Non si può nutrire il benché minimo dubbio sul fatto che la parassitaria borghesia argentina abbia un improvviso slancio produttivo nel bel mezzo di una recessione negli Usa. E non sarà facile imporre a un proletariato quantomai combattivo un nuovo piano d’austerità. È così improbabile che Cavallo ripeta i "successi" dell’inizio degli anni novanta.

A questo scopo i lavoratori argentini devono tuttavia contare solo sulle proprie forze. La fiducia riposta in esponenti della borghesia, come Peron nel 1945-53 e negli anni settanta, l’hanno pagata duramente con la vittoria di spietate dittature militari. È necessario imporre la rottura dell’unità nazionale e fare pagare la crisi a chi ha fatto enormi profitti in questi anni. A tal riguardo la costruzione di un proprio partito, un partito dei lavoratori con un programma rivoluzionario, è uno strumento indispensabile.

Il processo non potrà che cominciare nei sindacati esistenti e nel Frepaso, attraverso la separazione dalle correnti borghesi e piccolo-borghesi al loro interno, e l’adozione di un programma di classe. Siamo sicuri che allora i lavoratori argentini saranno invincibili.

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