La crescita economica che ha investito il continente negli anni ‘90 ha portato

i guru del capitale a parlare di un supposto miracolo economico.

Della crescita però hanno beneficiato solo le multinazionali, l’elite capitalista locale e settori limitati delle classe media.

Il boom non ha migliorato le condizioni di vita dei settori più poveri. Il debito estero dell’America Latina (700 miliardi di dollari) equivale ormai al doppio delle esportazioni del continente e le condizioni di vita delle masse precipitano: con l’eccezione della Colombia, Uruguay, Cile e Costa Rica il reddito pro capite dei paesi dell’America Latina era nel ‘94 inferiore a quello del 1980.

Il Brasile, la cui economia rappresenta il 37% del Pil dell’America Latina ha sofferto nel ‘97 una fuga massiccia di capitali che l’hanno costretto a svalutare la moneta del 50%. Di conseguenza le esportazioni degli altri paesi nella zona, in particolare quelle dell’Argentina (15% del Pil dell’America Latina) hanno subito un crollo con gravi conseguenze sull’economia.

Il pacchetto di prestiti del Fmi, di 45 miliardi di dollari, ha avuto l’effetto di ritardare la recessione ma non di impedirla. Nel ‘99 c’è stato un calo della produzione o una stagnazione in tutti i paesi latinoamericani eccetto il Messico e la Bolivia.

L’abisso che esiste tra una minoranza parassitaria che vive nel lusso più sfrenato e le condizioni penose in cui è costretta a vivere il resto della popolazione sta provocando un aumento del malessere sociale che si esprime in una radicalizzazione sociale in tutta l’America Latina.

La rivoluzione ecuadoriana dimostra fino a che punto la situazione politica e sociale è andata cambiando. Lo stesso si dica del Venezuela con la vittoria del populista radicale Chavez e in Colombia dove la guerriglia delle Farc controlla ormai il 60% del paese.

Argentina e Brasile

Ma queste sono solo le punte più avanzate di un processo continentale. Del Messico parliamo nell’ultima di copertina. In Argentina ogni illusione residua nel peronismo sono andate sfumando dopo l’esperienza dei governi Menem. Le privatizzazioni portate avanti nel settore telefonico, petrolifero, aeroportuale, del gas, dell’acqua e dell’elettricità hanno comportato un taglio di 80mila posti di lavoro, oltre che una riduzione dei salari e un peggioramento delle condizioni di lavoro (si pensi che un operaio dei pozzi petroliferi YPF, guadagnava prima della privatizzazione 1600 dollari al mese lavorando 8 ore al giorno e oggi ne guadagna 750 lavorandone 12).

L’enorme malcontento verso la burocrazia sindacale della CGT, legata a doppio filo con il Partido Justicialista di Menem, ha provocato una scissione di sinistra nel sindacato, con la formazione della nuova centrale sindacale denominata CTA (Congreso de Trabajadores Argentinos) che ha recentemente diretto le mobilitazioni dell’impiego pubblico, dei docenti e del denominato Movimento de Trabajadores Argentinos che si opponeva ai tagli portati avanti dal governo.

Un processo simile si è visto sul piano politico quando la sinistra peronista ha rotto con la politica della destra formando con altre forze di provenienza socialista il Frepaso (Frente del Pais Solidario), coalizione che è stata recentemente premiata nelle elezioni.

È importante sottolineare la radicalità emersa nelle lotte studentesche, con 5 settimane di mobilitazione hanno piegato il governo fermando un piano di tagli all’istruzione pubblica.

In Brasile nonostante la rielezione di Cardoso (sostenuta dall’imperialismo con la promessa di nuovi aiuti finanziari) è in atto un processo di radicalizzazione che inizia ad esprimersi nel PT (Partito dei lavoratori) di Lula.

Al secondo turno, la coalizione governativa perdeva il controllo di diversi stati; significativo quanto è avvenuto nel Rio Grande do Sùl, dove il PT è controllato dalla sinistra interna e ha un immagine molto più radicale che gli ha permesso di vincere le elezioni in modo schiacciante.

Nelle campagne lo scontro va acutizzandosi sempre più: con le occupazioni di massa delle terre, le marce e le manifestazioni dei contadini poveri e dei disoccupati organizzate dal Movimiento de los Sin Terra (MST), mentre nelle città c’è una netta ripresa del movimento operaio che preoccupa non poco la borghesia brasiliana.

In Uruguay e in Cile alle ultime elezioni c’è stata la vittoria del Frente Amplio (coalizione di 22 organizzazioni di sinistra) e del candidato del Partito socialista (in coalizione con i democratici cristiani) a dimostrazione di come le masse per quanto confusamente stiano cercando un’alternativa al capitalismo che i dirigenti di queste organizzazioni non possono ovviamente fornirgli.

Come si è visto nel passato i dirigenti socialdemocratici, tanto più in Cile dove sono coalizzati con i partiti della borghesia, non sapranno offrire alcuna alternativa alle politiche volute dal Fmi e dall’imperialismo, finiranno con il sostenerle deludendo le aspettative delle masse popolari.

Si ricreano pertanto le condizioni classiche (attacco frontale della borghesia, tradimento dei dirigenti riformisti) per il risorgere di movimenti guerriglieri e di terrorismo individuale.

La guerriglia

L’esperienza delle guerriglie negli anni passati è stata però fallimentare, eccettuando l’esperienza cubana, le altre esperienze sono state sconfitte con conseguenze tragiche, infatti decine di migliaia di validi rivoluzionari sono morti assassinati dall’apparato repressivo dello stato inseguendo le illusioni del terrorismo individuale e della lotta di guerriglia.

Alla fine degli anni ‘80 è iniziato un processo di capitolazione dei gruppi dirigenti delle guerriglie, che hanno aperto delle trattative con gli Stati tradendo le aspettative dei propri sostenitori.

Lo spostamento a destra dei gruppi dirigenti guerriglieri è stato particolarmente vistoso nel caso del M-19 colombiana, del Fmln salvadoregno, dell’Urng guatemalteco e dei sandinisti (Fsln) in Nicaragua.

La svolta procapitalista voluta da Ortega all’ultimo congresso dei sandinisti ha però ricevuto una forte opposizione da parte di un settore del partito che vede al proprio interno diversi dirigenti storici del Fsln. Questo settore non ha tratto tutte le conclusioni degli errori commessi dal movimento sandinista e delle sconfitte subite, ma esprime il bisogno di uno spostamento a sinistra che attraversa il paese.

I limiti che i movimenti guerriglieri hanno sempre espresso in passato si rivedono oggi nell’esperienza colombiana.

Le Farc controllano oltre la metà del territorio colombiano, ma come spesso avviene sottovalutano il ruolo centrale della classe operaia. L’anno scorso ci sono stati 21 giorni di sciopero generale in Colombia e proprio in quel momento in cui era necessario intensificare lo scontro le Farc erano sedute al tavolo in una trattativa con il governo. La realtà è che vedevano in quelle lotte più un ostacolo al proseguimento delle trattative che un passo in avanti nella lotta per l’emancipazione sociale.

Questo è coerente con l’atteggiamento che le Farc mantengono nei territori occupati dove in cambio di imposte che gli versa la borghesia locale si sono convertiti in veri e propri "guardiani della pace sociale".

Ma non in tutti i paesi latinoamericani i movimenti contadini assumono queste caratteristiche. Il fattore nuovo ed estremamente positivo è che in certi paesi i contadini non si organizzano secondo i metodi guerriglieri ma bensì combinando i metodi tradizionali di lotta del movimento operaio (assemblee, manifestazioni di massa) con l’occupazione delle terre e la disobbedienza civile (si veda l’Mst brasiliano, ma anche quanto si è visto in Ecuador, Paraguay e Messico).

Per evitare che in futuro il movimento operaio e contadino subisca più dure e dolorose sconfitte è indispensabile che le organizzazioni di classe si dotino di una politica di assoluta indipendenza dai partiti della borghesia, lottando per un programma che unisca le rivendicazioni democratiche, come la riforma agraria, con misure socialiste di nazionalizzazione delle principali leve dell’economia (terra, banche, grande industria, monopoli delle multinazionali) sotto il controllo democratico dei lavoratori e dei settori oppressi della società.

Il fermento che attraversa il continente preannuncia una nuova fase, nella quale si potranno creare organizzazioni rivoluzionarie basate sulle idee e i metodi del marxismo che attraverso il confronto e l’intervento di massa sappiano guadagnare la grande maggioranza della popolazione a una prospettiva socialista.

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