Cronologia della rivoluzione

Luglio-agosto 1999 - Sciopero generale e prima marcia del contadini e indioso sulla capitale Quito

Novembre 1999 - Al congresso della Conaie (coordinamento degli indios ecuadoriani) viene cambiata la vecchia direzione pro-Bucharan. Si approva una risoluzione molto a sinistra, che toglie l’appoggio al governo e dichiara che "se non fate quello che diciamo, faremo un governo del popolo".

6 gennaio 2000 - Il Fronte patriottico convoca una giornata di mobilitazione che in molte categorie diventa sciopero. Manifestazioni e scontri a Quito. Proclamazione dello stato d’emergenza.

9 gennaio - Il governo avanza il piano di "dollarizzazione" dell’economia e di privatizzazioni massicce. Dal 1º gennaio il sucre si era già svalutato del 20%.

15 gennaio - Manifestazioni di massa in ogni città, i municipi vengono sostituiti dai governo popolari locali. A Chimoborazo si concentra una "marea rossa" (dal colore del poncho tradizionale degli indios) di oltre 15.000 indios.

17 gennnaio - Sciopero generale del settore petrolifero.

19 gennaio - Sciopero generale convocato dalla Cut. Il governo invia nelle piazze oltre 30.000 soldati.

20 gennaio - Assemblea a Quito di oltre 30.000 persone (giornali internazionali come l’inglese Guardian parlano di "500 indios" che assaltano il parlamento). Si decide di assaltare il parlamento il giorno seguente.

21 gennaio - L’esercito inviato nelle piazze fraternizza con i dimostranti: "Noi siamo parte del popolo e non spareremo contro di voi". Il potere è nelle mani della popolazione, ma la Giunta di salvezza nazionale che si trova spinta al potere non sa e non può condurre fino in fondo la rivoluzione.

Ecuador: lezioni di una rivoluzione

Il nuovo secolo si è aperto con la salita alla ribalta del palcoscenico mondiale del più piccolo paese dell’America latina, l’Ecuador.

Per tutti i mass-media il 21 gennaio il governo democratico di Jamil Mahuad era stato rovesciato da un colpo di stato militare, e colorivano il tutto con aneddoti da repubblica delle banane. In realtà cercavano di nascondere che in Ecuador era in corso una vera e propria insurrezione rivoluzionaria, il culmine di una serie di mobilitazioni di massa che hanno scosso il paese negli ultimi quattro anni.

Un continente in crisi

Per comprendere pienamente questi avvenimenti, è necessario analizzare la situazione nell’intero subcontinente.

La seconda metà degli anni novanta ha rappresentato un periodo di crisi economica e peggioramento delle condizioni di vita della popolazione latino-americana. Nel 1999 la crescita economica complessiva dell’America Latina è stata pari allo 0%, confrontata all’1,1% del 1998 e al 5,3% del ’97. Ma in alcuni paesi abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo: -5,2% del Pil in Colombia, -7 in Venezuela, -3,3 in Argentina, -7,2% in Ecuador. Proprio quest’ultimo, a causa del crollo del prezzo del petrolio e delle banane, sue principali fonti di esportazione, avvenuto nel decennio scorso, era entrato molto prima in una spirale recessiva.

L’anno scorso la crisi ha toccato il fondo, con un’inflazione del 60,7%, due terzi della popolazione che vivono sotto i livelli di povertà, i salari che negli ultimi dodici mesi hanno perso l’80% del loro potere d’acquisto.

Davanti a una situazione economica disperata e alla fuga massiccia di capitali (si stima che l’anno scorso abbiano lasciato il paese tra i 1500 e i 1700 milioni di dollari) che caratterizza un po’ tutta l’America Latina, Mahuad annuncia all’inizio di gennaio l’abbandono del sucre e l’introduzione del dollaro come moneta nazionale. Una misura che dimostra l’assoluta incapacità della borghesia nazionale a giocare un ruolo indipendente e che comunque non può fare altro che aggravare la crisi.

Con il grosso delle esportazioni in materie prime, i cui prezzi sono totalmente fissati dal mercato mondiale, l’Ecuador vedrà restringere ancora di più la sua capacità di competizione all’interno di quest’ultimo.

Ne è testimone un paese come l’Argentina, che ha sperimentato politiche economiche simili introducendo la parità peso-dollaro. L’ex presidente Menem aveva progettato egli stesso di dollarizzare l’economia argentina un anno fa, subito dopo il crollo del real brasiliano. L’Argentina detiene il record del tasso di disoccupazione ufficiale con il 20%. Il debito estero è triplicato negli ultimi 10 anni. Il paese ha esportato nel ‘99 beni per 23 milioni di dollari, cinque volte meno che il Messico. L’unica consolazione è il contenimento dell’inflazione ma il prezzo è quello del crollo dell’economia argentina, che è solo all’inizio.

Se tali misure hanno questo effetto a Buenos Aires, si possono immaginare le probabili conseguenze a Quito. Questo è ciò che hanno fatto le masse ecuadoregne, che alla provocazione di Mahuad hanno risposto con la proclamazione di un’insurrezione popolare per rovesciarlo. Cosa che è avvenuta l’ormai famoso 21 gennaio, rappresentando il culmine di un processo di radicalizzazione che durava dall’inizio del 1997.

Dalla guerra con il Perù all’insurrezione nazionale

Motivazioni puramente interne furono quelle che portarono alla guerra tra Perù ed Ecuador nel ’95: oggetto del contendere alcune decine di chilometri quadrati di foresta, su confini ereditati dal colonialismo spagnolo. Il trattato di pace che ne seguì non accontentò nessuna delle due oligarchie militari ma aggravò la situazione economica. Un anno dopo in Ecuador vinse le elezioni Abdalà Bucaram con un programma populista, che in pochi mesi tramutò in un piano di austerità feroce (fra l’altro, aumenti delle tariffe dell’energia elettrica del 300% e del telefono del 1000%). "El loco" (il pazzo) Bucaram fu spazzato via da 48 ore di sciopero generale e costretto all’esilio.

Da allora il paese vive nella più completa instabilità, con sei presidenti, uno più reazionario dell’altro, succedutisi in tre anni. Ogni attacco al tenore di vita delle masse è stato fermato dalla pronta risposta di queste ultime. Ennesimo esempio, lo stato d’emergenza proclamato da Mahuad nel marzo scorso per fermare uno sciopero generale nazionale, che protestava contro un aumento dell’Iva del 50% e pesanti leggi antisindacali. Ennesima prova di forza della borghesia fallita.

Questo periodo di stallo fra le classi non poteva durare ancora a lungo.

Da una parte la classe dominante aveva cercato di forzare la situazione a proprio favore, con la dollarizzazione dell’economia e con una politica di aperta repressione nei confronti dei movimenti. Trenta tra i massimi dirigenti sindacali erano stati arrestati tra il 10 e il 16 gennaio.

Dall’altra il proletariato e i contadini poveri, perlopiù nativi, che costituiscono il 40% della popolazione, cercano di imporre un salto di qualità con la proposta dell’insurrezione nazionale.

Più volte i marxisti hanno spiegato che lo sciopero generale pone la questione di chi deve detenere il potere in maniera molto stringente.

Attraverso la propria esperienza di lotta, una serie di scioperi generali, occupazioni di terre e marce verso la capitale, nonostante l’assenza di un partito rivoluzionario, la classe lavoratrice ecuadoregna aveva compreso la necessità di farla finita con le forme di potere e di governo esistenti e di stabilire uno Stato di tipo diverso, con le proprie regole ed i propri rappresentanti.

"Il fine ultimo di questo movimento non è quello di deporre il Presidente Mahuad o di avanzare le proprie rivendicazioni davanti al Parlamento. Tutto ciò l’hanno già fatto non raggiungendo alcun risultato. Ecco perché hanno espresso il bisogno di formare nuovi modelli di organizzazione… Una democrazia che chiamano diretta, senza chiedere il permesso a nessuno, e senza affidarsi ad intermediari. Nel passato li hanno già utilizzati senza risultato." (El Comercio, giornale borghese dell’Ecuador, 16/01/00)

La Confederazione dei popoli indigeni (Conaie) e il Coordina-mento dei Movimenti sociali (Cms) decidono di formare il Parlamento nazionale dei Popoli dell’Ecuador, una struttura nazionale che raggruppa strutture simili nelle 21 province del paese. È difficile capire quanto queste strutture siano state effettivamente rappresentative. La Conaie sosteneva prima dell’insurrezione di rappresentare 4 milioni di persone (gli abitanti dell’Ecuador sono circa 11 milioni).

In un momento di lotta come quello di cui stiamo parlando, i termini di paragone della democrazia borghese perdono ogni valore. I Parlamenti erano costruiti solo a livello territoriale, non a livello di fabbrica, né nell’esercito, mentre nulla si sa sulla revocabilità dei rappresentanti eletti. Sicuramente erano rappresentative delle masse in lotta, e dunque questi parlamenti costituivano veri e propri organismi di dualismo di potere potenziale. Un pericolo mortale per la classe dominante dell’Ecuador e del resto dell’America.

Infatti, dal 17 gennaio entrano in scena i settori decisivi della classe operaia. I lavoratori della Petro-ecuador, la compagnia petrolifera nazionale, scendono in sciopero ad oltranza a sostegno del movimento indigeno. Decine di migliaia di contadini poveri, braccianti, disoccupati e lavoratori convergono verso Quito. Si devono confrontare con 30.000 soldati che presidiano la città. Il paese è paralizzato. Il 19 la centrale sindacale (Cut) convoca lo sciopero generale nazionale. Guayaquil, Cuenca, Riobamba, Guaranda, la provincia di Chimborazo assistono ogni giorno a manifestazioni e blocchi stradali.

Venerdì 21 gennaio i manifestanti occupano il Parlamento. Anche a Guayaquil, il centro economico del paese, lavoratori, studenti e contadini prendono possesso del palazzo del governo provinciale.

Tre battaglioni e settanta colonnelli dell’Esercito appoggiano gli insorti, che intanto hanno preso possesso del Palazzo presidenziale e di quello della Corte Suprema. Una Giunta di Salvezza Nazionale, formata dal leader della Conaie, Antonio Vargas, dal Colonnello Lucio Gutierrez e da un ex Presidente della Corte Suprema, Carlos Solorzano, assume il controllo del potere. Voci insistenti riferiscono che Mahuad ha chiesto asilo politico al Cile.

I governi dell’America Latina e degli Stati Uniti condannano il "golpe" e le Tv parlano del caos regnante nel paese.

Come sempre quello che i borghesi chiamano caos, i marxisti lo definiscono rivoluzione.

Una rivoluzione non si caratterizza per migliaia di morti o per uomini e donne che sventolano bandiere rosse inneggiando a Lenin o Marx. L’essenza di una rivoluzione si può riassumere nell’irruzione delle masse nell’arena politica, con la loro volontà di cambiare lo stato di cose esistenti.

Spiegava Trotskij, nella sua Storia della Rivoluzione Russa:

"Nei momenti cruciali, quando un ancien régime diventa insopportabile alle masse, le masse infrangono gli ostacoli che le separano dall’attività politica, rovesciano i loro rappresentanti tradizionali e con il loro intervento gettano le basi di un regime nuovo. (…) La storia della rivoluzione è per noi, innanzi tutto, la storia dell’irrompere violento delle masse sul terreno dove si decidono le loro sorti."

Il ruolo dell’Esercito

Un’altra delle caratteristiche di una situazione rivoluzionaria consiste nella nascita di divisioni all’interno dell’apparato dello Stato, con una parte di esso che rompe con il vecchio ordine e passa dalla parte del nuovo. Un fenomeno del genere lo abbiamo visto in Russia nel 1917, ma anche in Albania nel marzo-aprile del ’97.

Come spiegare la rottura di alti ufficiali e di interi reparti nei confronti del vecchio ordine costituito?

In primo luogo la gran parte dei soldati e una parte consistente degli ufficiali di grado più basso proviene dalle classi più disagiate e può essere condizionato dalle loro mobilitazioni. Inoltre è ormai evidente che in una situazione di crisi sociale come quella della America Latina, con interi paesi sempre più succubi delle multinazionali Usa e in cui la borghesia ha rinunciato anche nelle dichiarazioni di circostanza a giocare un ruolo indipendente, uno strato di ufficiali, anche nelle alte sfere, può decidere di entrare in conflitto, partendo da un punto di vista "patriottico", con l’imperialismo e con settori o addirittura con tutta la propria classe dominante. In Ecuador fra gli ufficiali che hanno appoggiato la rivoluzione c’è il generale Moncayo, che era a capo dell’Esercito nella guerra contro il Perù.

Notiamo diversi aspetti di questo processo in Venezuela, con il Governo Chavez, che, non a caso, è stato l’unico a non unirsi agli strepiti dell’imperialismo Usa riguardo al "colpo di stato". Sull’esperienza venezuelana abbiamo scritto più volte su FalceMartello, e ci ritorneremo in futuro.

Risultano sempre più chiare in America Latina due tendenze: una, quella dominante degli anni scorsi, di perseguire una politica sempre più succube degli Stati uniti e dei dettami del "neoliberismo", l’altra che ha in prima linea il Venezuela, ma che tenta di esprimersi anche da altre parti, come nelle settimane scorse in Ecuador, che vede settori dell’élite al potere, nella difesa dei propri interessi di classe, cerca di staccarsi dal controllo asfissiante di Washington e di sviluppare una politica economica "non dominata solo dal mercato" e più attenta al "sociale".

Il fatto che queste forze non vogliano andare tuttavia ad uno scontro definitivo con il capitalismo è dimostrato dagli avvenimenti del 21 gennaio e dei giorni seguenti.

Il potere era nelle mani degli insorti, ma la loro direzione non sapeva bene cosa farsene. Nella sua prima dichiarazione, il colonnello Gutierrez chiede "l’appoggio degli ex-presidenti dell’Ecuador, ai politici onesti, alla Chiesa, ai mass-media, ai banchieri e agli imprenditori onesti, ai lavoratori, ai disoccupati, alle donne per un cambiamento nella nazione". E Carlos Solorzano continua: "Desideriamo invitare gli imprenditori di buona volontà a partecipare in questo governo. Un Ecuador liberato dai ladri. Questo è il nostro slogan principale". (Agenzia informativa Pulsar, 21/01/00)

La composizione della Giunta di salvezza nazionale è del tutto interclassista, con membri del vecchio apparato statale in primo piano. Solorzano era stato presidente della Corte Suprema ai tempi di Bucaram! Un movimento che ha dimostrato una radicalità estrema nelle sue forme di lotta e di organizzazione, dispone di un programma politico totalmente confuso.

Vince la reazione

La classe dominante non aspetta che si realizzi la collaborazione fra le classi auspicata dalla Giunta.

Nella notte Gutierrez viene sostituito dal Generale Mendoza, in quanto capo delle Forze Armate. Questi dichiara sciolto il triumvirato e nomina il vicepresidente Noboa, uomo dell’Opus dei, presidente dello Stato. Questi subito dichiara che "continuerà le politiche economiche del deposto Mahuad". Comincia la repressione: centinaia di persone arrestate, tra cui tutti gli ufficiali che avevano aderito alla rivolta.

I vertici delle Forze armate avevano assistito impotenti all’insurrezione, decidendo di fare buon viso a cattivo gioco. In seguito, vedendo l’incertezza regnante nel campo rivoluzionario, e forti dell’appoggio statunitense, hanno deciso di passare al contrattacco.

Se nella giornata di sabato i dirigenti del movimento avessero deciso di fare un appello alle masse per la difesa del Parlamento del popolo, incitando i soldati a fare altrettanto e a formare propri comitati che controllassero i propri ufficiali e li rimuovessero all’occorrenza, la reazione, che disponeva di forze molto ridotte, sarebbe probabilmente stata sconfitta. Infatti, mentre da Quito gli indios se ne tornano a casa delusi e traditi, nelle province si tengono cortei di considerevole entità (15.000 a Riobamba, 10.000 a Guaranda) che protestano per la svolta reazionaria in atto nella capitale.

Ma Vargas e gli altri sono stati letteralmente sorpresi dal comportamento dei generali e si sono ritirati dalla battaglia. Come spiega in un intervista lo stesso Vargas "I generali hanno tradito la causa del popolo e prevedo un caos totale in Ecuador… Il nostro movimento è assolutamente pacifico e mai abbiamo attaccato la proprietà privata." Alla domanda su quali siano le tre richieste che porrebbe alle nuove autorità, il leader della Conaie risponde: "La Conaie chiede sanzioni per i banchieri, che la dollarizzazione non sia ai livelli che si sono proposti, che alcune imprese pubbliche non si privatizzino e che si sviluppino politiche di sviluppo orientate a fare uscire l’insieme del paese dalla povertà". (Pagina 12, quotidiano progressista argentino, 23/01/00)

Nulla di tutto ciò si appresta a fare il governo dell’Ecuador. Con il movimento in ritirata, si prepara l’attacco più deciso ai livelli di vita delle masse, unito a una repressione selvaggia nei confronti degli attivisti indigeni e sindacali. L’unica politica possibile per il governo, visto che la sua popolarità è al 5%, mentre più del 70% della popolazione condanna gli arresti dei rivoltosi. Una politica di aperture democratiche potrebbe ricreare velocemente le condizioni per una nuova insurrezione.

Anche per le masse dell’Ecuador questa esperienza, pur amarissima, non è stata vana. Hanno imparato molto sul ruolo dell’esercito e dello Stato, e sulla necessità che gli organismi di potere di un nuovo ordine sociale devono essere ripuliti da tutti gli elementi della borghesia e dai suoi servi. Ma soprattutto che una direzione rivoluzionaria non si può improvvisare.

Gli anni novanta sono stati anni di spostamenti a destra, e in alcuni casi di un vero e proprio crollo, delle organizzazioni del movimento operaio in America Latina. Era inevitabile che questo processo di deriva riformista contagiasse in qualche misura anche i dirigenti del movimento in Ecuador. Ma ora la sinistra, come ammettono i commentatori borghesi più seri, è in ripresa in tutto il subcontinente. Le lotte di classe in atto in Brasile in Colombia, in Venezuela, in Perù, in Argentina, in Costa Rica e in altri paesi, aiuteranno una ripresa del movimento anche in Ecuador verso l’unica soluzione ai problemi dei lavoratori e dei contadini: la rivoluzione socialista in America Latina.

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