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La situazione in Afghanistan si fa sempre più intricata. L’invasione Usa dura ormai da sette anni, e l’imperialismo non è riuscito affatto a stabilizzare la situazione, al contrario. Le truppe della Nato controllano sempre meno territori e sono sempre più impopolari. Per sgominare la resistenza è prassi comune ricorrere a bombardamenti indiscriminati, senza fare distinzione tra civili e “terroristi”.

La rivolta che ha preso l’avvio il 10 marzo in Tibet ha trovato immediatamente un’eco mondiale. Non è difficile capirne il motivo: la macchina propagandistica che si è messa in moto è facilmente identificabile e non è stata certo improvvisata. Si va dalle star hollywoodiane alla Richard Gere, ai grandi giornali, fino a professionisti delle campagne sui diritti umani a stelle e strisce, ai vari Reporter senza frontiere finanziati dagli Usa. Tutti si precipitano ad abbracciare la causa di quel maestro di spiritualità e nonviolenza che sarebbe il Dalai Lama.

Gli avvenimenti di questi giorni in Tibet riportano alla ribalta internazionale la questione della regione, parte del territorio cinese. Da più parti si incita al boicottaggio delle Olimpiadi, come risposta alla repressione del governo di Pechino. Ma quali sono gli interessi in gioco? Heiko Khoo, dal sito In defence of Marxism, analizza la situazione.

Ancora prima che arrivassero tutti i risultati il Presidente Musharraf è apparso alla televisione statale pakistana, spiegando che il voto è “la voce della nazione” e che la “madre delle elezioni” deve essere accettata. In realtà questa è stata la madre di tutti i brogli.
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