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Esplode la rivolta in Bolivia

Dopo il tentativo rivoluzionario in Ecuador del gennaio scorso, scioperi e proteste di massa continuano a sconvolgere l’America Latina. In Costa Rica la mobilitazione dei lavoratori ha costretto il governo a rinviare la privatizzazione delle imprese statali dell’elettricità e delle telecomunicazioni. Ancora più importante lo scontro sociale che sta avendo luogo in Bolivia, e che ha portato il Presidente Hugo Banzer, dittatore del paese negli anni ’70, a dichiarare lo stato d’emergenza per la durata di 90 giorni.

Tutto è iniziato con la decisione di privatizzare il sistema di distribuzione dell’acqua a Cochabamba, una città di circa mezzo milione di abitanti, dove la multinazionale nordamericana "Aguas del  Tunari" avrebbe portato le tariffe per l’acqua potabile a circa 100 dollari mensili pro capite, in un paese dove la maggioranza della popolazione sopravvive con 80 dollari al mese.

Nella città è stato formato un "coordinamento di difesa dell’acqua", che ha dichiarato quattro giorni di sciopero generale all’inizio di aprile. Dopo che i manifestanti si erano praticamente impadroniti della città, con l’aiuto di migliaia di contadini e braccianti giunti dalla provincia, ("sette giorni di rivoluzione permanente", come ha titolato l’argentino Pagina 12) il governo ha deciso la linea dura, mandando l’esercito a Cochabamba. Per tutto il fine settimana dell’8-9 aprile si sono succeduti scontri violenti con le forze dell’ordine che hanno portato a tre morti e decine di feriti.

La repressione non è servita a calmare la protesta. Cortei e blocchi stradali si sono estesi a tutto il paese. Quando il governo ha ordinato ai corpi speciali della Polizia (Ges) di sgombrare la sede della Cob (la centrale sindacale boliviana) dove stavano facendo lo sciopero della fame le mogli dei membri della polizia nazionale, per esigere migliori salari per  i loro mariti, la risposta fu negativa. "Non andremo a reprimere le mogli dei nostri compagni" hanno proclamato i membri del Ges. Una spaccatura chiara all’interno delle Forze armate, come già successo in Ecuador tre mesi fa.

La Cob dichiarava intanto lo sciopero generale nazionale per il 12 aprile. La situazione era totalmente fuori controllo. Allora la multinazionale americana decise di ritirarsi dall’affare e il governo annunciò il rinvio della privatizzazione. Lo sciopero generale ha così un successo solo parziale e la Coordinadora a Cochabamba sospende la protesta.

I fatti di Cochabamba sono stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, dopo anni di privatizzazioni, tagli ai salari e ai servizi sociali nel paese più povero dell’America del Sud. Davanti alle proteste, nei giorni successivi, di migliaia di contadini poveri che bloccavano decine di strade della Bolivia e l’entrata in lotta degli studenti, Banzer il 20 aprile revocava lo stato d’emergenza, chiedendo scusa per "gli errori" del suo governo nei confronti dei poveri.

Allo stesso tempo, in Ecuador 800.000 contadini il 10 aprile hanno cominciato uno sciopero, con blocchi stradali, contro la riforma del sistema di servizi sociali e il rialzo dei prezzi. In Perù Fujimori, nonostante incredibili brogli, è costretto ad andare al secondo turno elettorale, segno di chiaro declino delle sue fortune. Quale sarà il prossimo paese dell’America Latina ad esplodere?

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