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La Coppa del mondo è stata un importante catalizzatore della lotta di classe in Brasile. Come spesso accade un evento casuale ha fatto emergere processi che si sono accumulati in anni. Negli ultimi mesi infatti il Brasile è stato attraversato da una serie di mobilitazioni dei giovani e nelle ultime settimane anche di settori importanti della classe lavoratrice. Gli sprechi e il comitato d’affari che la Fifa ed i capitalisti brasiliani hanno messo in piedi per la Coppa sono stati benzina sul fuoco.


Infatti sono stati spesi per il mondiale 25,6 miliardi di real tra opere per gli stadi e infrastrutture di cui l’83 per cento proviene dalle casse pubbliche. Con questi soldi si potrebbe coprire il 13 per cento della mancanza di alloggi, trasporti, sanità, sistema fognario e istruzione in tutto il paese.
L’attuale situazione è frutto dei cambiamenti che il paese ha avuto in questi anni. I più importanti sono sicuramente una ulteriore crescita del peso della classe operaia, che grazie alla crescita economica ha acquisito forza ma anche una crescita della scolarizzazione giovanile. Dal 1990 al 2001 il reddito pro capite è passato da 447 a 592 real arrivando a 794 nel 2010. La percentuale dei ventenni che hanno terminato le scuole secondarie è triplicata passando dal 13% del 1991 al 41% del 2010 (dati dall’“Atlante dello sviluppo umano brasiliano”). Parallelamente ad un settore di lavoratori specializzati con alti salari è cresciuto un numero importante di lavoratori con salari molto bassi. Secondo l’economista Marcio Pochmann tra il 2004 e il 2010 si sono creati 22 milioni di posti di lavoro di cui il 94% con un salario bassissimo, circa una volta e mezzo il salario minimo che è di 724 reales, ovvero 242 euro. Ci troviamo quindi davanti alla crescita delle diseguaglianze, mentre oltre ad una forte classe operaia si è formata una massa di giovani istruiti cui il capitalismo non offre nessuna via d’uscita dalla loro condizione di miseria. Quest’ultimo elemento è stato uno dei motivi scatenanti della primavera araba. L’insieme di questi fattori, aggravato dal rallentamento dell’economia dopo anni di crescita importante, sta creando una situazione esplosiva.
Anche se l’ondata di scioperi non è ancora arrivata a settori chiave come quello metalmeccanico e chimico questi scioperi segnano un passaggio di qualità.
Bancari, spazzini, insegnanti, dipendenti pubblici e lavoratori del trasporto pubblico hanno scioperato a Rio de Janeiro, San Paolo, Santa Catarina e in molte altre città.
Scioperi a oltranza, picchetti, cortei di massa, traffico paralizzato per lo sciopero del trasporto pubblico con ingorghi record. Il tutto sostenuto dalla maggioranza della popolazione. Con queste forme di lotta la classe lavoratrice ha strappato le prime pagine dei giornali alle prodezze di Neymar e soci.
Le direzioni sindacali sono state scavalcate come nel caso di San Paolo in cui la direzione della Cut (la Confederazione sindacale brasiliana), del Pt (il Partito dei lavoratori) e ovviamente il sindaco hanno scomunicato la lotta dei lavoratori della metropolitana, avendo l’unico effetto di radicalizzare lo scontro.
Gli scioperi hanno sfidato la repressione della polizia che ha attaccato i lavoratori della metro di San Paolo.
La presenza di poliziotti a cavallo, le cariche e la brutalità della polizia, che in alcuni casi è arrivata all’utilizzo di veri e propri carri armati per sgombrare il movimenti di occupazione delle terre, non ha piegato gli scioperanti.
Questo clima da una parte sta radicalizzando a sinistra un settore significativo di lavoratori che vedono chiaramente il ruolo nefasto dell’attuale direzione del Pt, dall’altro ha aperto un dibattito nella classe dominante che vuole criminalizzare il movimento ed ostacolare il diritto di sciopero.
L’ondata di lotte è certamente destinata a proseguire ed approfondirsi anche dopo la Coppa. Quello che è certo è che, al di là dei risultati sportivi, i lavoratori brasiliani questa estate sono stati i campioni del mondo degli scioperi.

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