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A chi serve la pena di morte a Cuba?

Un coro di proteste si sono levate in tutto il mondo contro Cuba: è stata reintrodotta la pena di morte (quattro persone sono già state condannate alla pena capitale), si riscrive in maniera più restrittiva il Codice Penale, si processano e si arrestano esponenti dei gruppi di opposizione.

Chi non ha titoli per criticare è però la borghesia europea e soprattutto quella statunitense, il cui sistema giudiziario continua a mandare al patibolo centinaia di persone ogni anno, e sostengono nazioni come la Turchia nelle cui carceri la tortura è pratica quotidiana.

Questa gente si riempie la bocca di "rispetto dei diritti umani", solo perché vuole cancellare una realtà scomoda per l’imperialismo come quella di Cuba.

Come difensori delle conquiste della rivoluzione cubana vogliamo affrontare cosa sta avvenendo nell’isola da un altro punto di vista, un punto di vista di classe.

Cuba ha attraversato un durissimo periodo di crisi economica nei primi anni novanta (il "periodo especial") , coincidente con il crollo dello stalinismo nei paesi dell’Est, da cui si è parzialmente risollevata in questi ultimi cinque anni. Lo ha fatto introducendo una serie di riforme di mercato, permettendo l’entrata di capitali esteri, l’iniziativa privata in alcuni settori come il commercio e la ristorazione, liberalizzando i prezzi.

L’economia cubana si sta progressivamente terziarizzando con il turismo che rappresenta ormai la prima voce dell’economia dell’isola (+ 18% nel 1998).

Nel maggio 1997 sono state inaugurate quattro zone franche, del tipo di quelle esistenti in Cina, con l’esenzione totale del pagamento delle imposte per i primi dieci anni per tutte le aziende investitrici, facilitazioni doganali e bancarie e un bassissimo costo del lavoro, unito ad una elevata specializzazione della manodopera. Si garantisce alle aziende capitaliste una ampia libertà d’azione, inclusa la possibilità di licenziamento della manodopera cubana. Ai licenziati si garantisce un salario pari al 60% di quello medio da parte dello Stato. Non ci sarebbe nulla di male nell’entrata di capitali esteri a Cuba, anzi, visto il suo isolamento, è del tutto inevitabile.

Il problema è chi programma e gestisce questi investimenti e i loro eventuali benefici.

In un sistema ad economia pianificata in cui le differenze sociali aumentano, dove emerge chiaramente una classe di nuovi ricchi mentre la disoccupazione ufficialmente è al 7%, il controllo della classe lavoratrice di tutti gli aspetti della produzione è quantomai essenziale.

Svolta repressiva

Il governo cubano pensa di rispondere all’aumento della criminalità, a quello della prostituzione o alla comparsa dei primi casi di tossicodipendenza con la repressione e incrementando di numero le forze di polizia: questi fenomeni resteranno nascosti, forse, per un periodo, per poi riesplodere con forza maggiore. Sono malattie congenite alle logiche di mercato che Fidel ha introdotto e che si possono cominciare a ridurre seriamente solo rimuovendo le vere cause, cioè l’emarginazione sociale e gli squilibri sociali.

Anche la persecuzione contro i dissidenti, che difendono quasi tutti una posizione di tipo socialdemocratico non ha niente a che fare con i metodi del vero socialismo e di Lenin. Il partito unico come sistema politico è stata una pratica introdotta dallo stalinismo.

Trotskij spiegava come l’economia pianificata ha bisogno della democrazia come il corpo umano ha bisogno dell’ossigeno. Queste misure non fanno altro che stringere il cappio al collo che soffoca la rivoluzione cubana.

Difficoltà economiche

La svolta repressiva sembra dovuta anche a un rallentamento dell’economia dell’isola. Nel 1998 il tasso di crescita è stato dell’1,2%, dopo un 7,8% nel ‘96 e del 2,5% nel ‘97. Ci sono state sicuramente cause climatiche, come l’uragano Mitch, ma la causa fondamentale è la recessione economica mondiale che ha colpito soprattutto le esportazioni di zucchero e nichel. Se pensiamo che le previsioni sono quelle di un approfondirsi della crisi e che l’intenzione dell’èlite cubana è quella di una maggiore integrazione nell’economia mondiale, il futuro per le masse cubane non sarà così roseo.

Castro si propone di seguire l’esempio della Cina, che negli ultimi anni ha raggiunto rilevanti successi economici, nella creazione di un sistema di economia mista o "economia socialista di mercato", sotto il controllo ferreo del partito. È sufficiente tuttavia osservare le condizioni terribili in cui lavorano gli operai cinesi nelle zone speciali, interessate dagli investimenti esteri, per comprendere come ogni comunista dovrebbe rifiutare un’ipotesi del genere. Il modello cinese sta comunque mostrando i suoi limiti anche dal punto di vista economico, investito dalla crisi del sud-est asiatico.

Ugualmente pericoloso è l’appoggio che Fidel (che negli ultimi tempi si circonda di amici di cui sarebbe meglio non fidarsi, come il Papa) ha concesso alla nascita dell’Euro. "Se l’Euro diventa una moneta prestigiosa e solida sia la benvenuta perché il mondo intero è sotto l’egemonia del dollaro. Oggi Europa è l’unico continente capace di creare un bipolarismo economico." (Liberazione 11-06-98). L’Unione Europea non ci risulta essere però una confederazione di stati socialisti, ma il progetto che stanno portando a termine le multinazionali del Vecchio Continente.

Chiedere che si passi dal dominio del capitalismo Usa a quello del capitalismo europeo è come finire dalla padella alla brace.

"L’economia mista" non può funzionare

Non si può restare a lungo a mezza via tra l’economia capitalista e quella pianificata: alla fina una delle due prevarrà sull’altra. Se prevarrà il capitalismo Castro e gli uomini più vicini a lui verranno messi fuori gioco. Il "libero mercato" a Cuba non avrebbe le sembianze di una pacifica democrazia parlamentare europea, ma quelle di una spietata dittatura, sotto il giogo degli Stati uniti.

Anche la fine del blocco economico, nelle attuali condizioni, non farebbe altro che velocizzare il processo di transizione al capitalismo.

Come sostenitori della rivoluzione cubana dobbiamo schierarci per la fine del blocco. Tuttavia l’unica difesa dall’assalto del capitalismo internazionale si può trovare nell’eliminazione del controllo burocratico e la sua sostituzione con una gestione democratica dell’economia da parte della classe lavoratrice e della popolazione tutta, unita a un appello internazionalista per la difesa di Cuba e l’estensione della rivoluzione negli altri paesi. A volte la strada che pare la più difficile è l’unica praticabile.

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