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Cronache dal congresso regionale di Rifondazione


Un caldissimo week end cagliaritano ha fatto da contorno all'VIII congresso regionale di Rifondazione comunista, che passerà alla storia come quello del nuovo soggetto politico plurale della sinistra sarda anticolonialista e antiliberista.

Oltre alla ripetizione ab libitum dei soliti clichèes, i dati che emergono dal congresso sono i seguenti: assenza di una linea politica articolata e indipendente, mancanza di un programma anticapitalista da offrire ai settori della società sarda oppressi dalla crisi, ripetizione delle tristi modalità che in sfregio alla discussione politica privilegiano lo scontro tra bande sui nomi e sulle composizioni degli organismi dirigenti. Una critica serrata, quanto segue, ma che vuole essere un contributo sincero e leale, in linea con la nostra trasparenza da tutti ormai riconosciuta, e in nome dell'amore che si nutre per il Partito nel quale si milita da diversi anni.

Vigilia, alba, e inizio del Congresso

All'ultimo comitato politico regionale, il compagno Vincenzo Pillai aveva esplicitamente richiesto alla segreteria (della quale faceva parte) di produrre un documento sul quale far confrontare i territori proprio alla luce del congresso. Venivamo infatti da mesi di silenzio su diverse questioni. Sulla questione metanodotto Galsi, la mancanza di discussione e la conseguente assenza di giudizio ha consentito la più totale autonomia dei singoli amministratori del Prc che, nelle rispettive sedi, hanno agito più come uomini del Sindaco che non come uomini di partito. Sui referendum promossi dai Riformatori sardi (i cosiddetti “quesiti anticasta”) non c'è stata un'indicazione di voto aspettando e “fatènde fìcas” (facendo gli scongiuri) sul mancato raggiungimento del quorum. Queste questioni, insieme ad altre, sono state sollevate proprio da chi scrive in quel Cpr, quindi la proposta del compagno Pillai pareva riaprire le speranze. Ma le cose sono andate diversamente perché nessun documento è stato pubblicato dalla segreteria uscente. Nessun bilancio, nessuna prospettiva. Si capisce, si lavorava per trovare un accordo sui nomi. Operazione legittima, ma non sta scritto da nessuna parte che ciò deve relegare in secondo piano la discussione politica, né tanto meno escluderla. Il congresso si è quindi aperto con la relazione della segretaria uscente Laura Stochino: una relazione recepita in commissione politica (come vedremo in seguito) e ritenuta “di svolta” per aver introdotto il riconoscimento della questione coloniale in Sardegna e la proposta del nuovo soggetto politico plurale della sinistra sarda. Nulla sul Pd, mai citato, pur provenendo da una tornata elettorale che, al netto dei ballottaggi di Alghero e Oristano, ha bocciato sonoramente un'opposizione a dir poco sterile alla giunta Cappellacci.

Sul nuovo soggetto politico...

Scopo di questo articolo è anche quello di contrapporre la necessità della costruzione del fattore soggettivo della rivoluzione rispetto ad architetture elettorali, perché di questo si tratta quando si parla di nuovi soggetti, poco importa se italiani o sardi. La relazione di Laura ha raccolto gli entusiasmi delle delegazioni invitate, ad iniziare dai Rossomori (più volte citati come naturali componenti di una possibile Fds sarda) che, per bocca del loro portavoce, hanno parlato della prospettiva del Partito della sinistra sarda senza escludere la possibilità di federarsi sullo scenario politico italiano. Solo da gioire se sul fronte sardista e indipendentista ci si sposta a sinistra, ma non ci si può fermare a questo. Per prima cosa, che forma avrà questo nuovo soggetto? Se i Rossomori parlano di partito, durante il dibattito interno è emersa la posizione di Paolo Pisu (già segretario di Democrazia proletaria sarda) che ha parlato di Federazione della sinistra sarda come soggetto federato con quella italiana, e quella di Paolo Ferrero che ha parlato di confederazione della sinistra sarda dove dentro possono starci tutti: la Fds, Sel, l'Idv, gli autonomisti, gli indipendentisti e chi più ne ha più ne metta. Nella prima proposta una volontà di andare oltre la sommatoria Prc-Pdci almeno in Sardegna (come se l'aumento dei gruppi dirigenti da federare fosse una garanzia di risoluzione dei problemi esistenti). Nella seconda un pasticcio ancora più grande. Si continua quindi a eludere il problema di fondo vedendo uno scontro tra Italia e Sardegna prescindendo dalle classi in lotta. Quando nell'aprile scorso il coordinatore regionale di Sel, Michele Piras, uscì sull'Unione sarda lanciando la proposta del nuovo soggetto politico della sinistra sarda, la compagna Stochino rispose a stretto giro di posta bocciando «il mantra dell'autonomismo e della sovranità». Ma, per parafrasare uno slogan del centrosinistra cagliaritano... «ora tocca a noi!».

...e sulla sovranità.

Le nostre posizioni sono chiare, e non possono essere bollate come “italianiste” o “unioniste” dal sardismo montante nel gruppo dirigente regionale di Rifondazione, poiché, oltre a riconoscere senza ambiguità e secondo la tradizione leninista il diritto all'autodeterminazione dei popoli, indicano quale via seguire nel territorio in cui si milita. Lavoriamo affinché Rifondazione comunista in Sardegna si doti di un programma di trasformazione dell'esistente sfidando la galassia sardista e indipendentista sui temi del controllo operaio e popolare sulla produzione, sulla distribuzione e sul credito. È o non è questa una proposta di sovranità e di liberazione della nostra terra dai padroni “istranzos” ma anche locali? Ma è proprio questa indicazione che manca da parte del Prc. Con la conseguenza di non mettere in discussione l'esistenza dello stato capitalista italiano e l'unione europea capitalista. Scopi questi che, appunto, richiederebbero un'organizzazione centralizzata che non entra minimamente in contraddizione con la prospettiva futura della federazione socialista internazionale. Come sosteneva Trotskij «Una organizzazione rivoluzionaria non è il prototipo dello Stato futuro, è solo uno strumento per crearlo. Lo strumento dev’essere adatto alla fabbricazione del prodotto, non deve identificarsi con il prodotto stesso. Solo un’organizzazione centralistica può assicurare il successo della lotta rivoluzionaria, anche quando si tratta di distruggere un’oppressione nazionale centralizzata». Qui invece si ribalta la questione arrivando a concepire fratture su basi etniche, ma per continuare a gestire l'esistente.

I documenti prodotti.


In commissione politica prima, e in platea successivamente, abbiamo quindi proposto il nostro documento sostenendo che senza sciogliere i nodi politici principali ogni discussione sulla sinistra in Sardegna rischia di essere velleitaria. Ma è stato l'unico documento politico presentato alla platea congressuale dal momento che la maggioranza ha prodotto una risoluzione che, recependo la relazione introduttiva e alcuni spunti dal dibattito, dice tutto e non dice nulla. Diversi compagni hanno sostenuto che non si può produrre una linea politica articolata in due giorni di dibattito congressuale. Ciò è vero sopratutto se fino ad ora questa non è esistita. Ma una domanda è necessario porla: chi ha impedito a questa ampia maggioranza (così come emersa dai congressi di circolo) di elaborare tale linea in tutti questi mesi e utilizzare il congresso regionale per approfondirla e sancirla definitivamente? Al tempo stesso ci è stato detto che non si può discutere di alleanze dal momento che non si sa come si evolverà il contesto, ma ciò equivale a continuare a giocare di rimessa rinunciando a proporre programmi e strategie proprie. Inoltre è stato prodotto un ordine del giorno sulle servitù militari a dir poco generico. Dal momento che esso non respingeva al mittente (nel trend di non citare il Pd) la proposta del senatore Scanu, ci siamo astenuti contribuendo a far ritirare l'odg che verrà ridiscusso al prossimo Cpr. La proposta Scanu è infatti una presa in giro volta a potenziare il poligono di Quirra in cambio di uno smantellamento (quando e in che termini?) di Capo Frasca e Capo Teulada. Sulla futura assemblea costituente per riscrivere lo statuto sardo (così come emersa sugli ultimi referendum) si è intervenuti per rivendicare un modello elettivo proporzionale anziché la diretta partecipazione dei soggetti impegnati nelle lotte operaie e territoriali. Si rimane quindi nella democrazia rappresentativa, altro che sovranità!

Le prospettive di Rifondazione in Sardegna


Il congresso ha alla fine eletto il nuovo segretario nella figura del giovane Alessandro Serra. Anche se con una larga maggioranza (28 voti a favore, 4 astenuti – 2 del secondo documento – e 2 contrari), non sono mancate le frizioni all'interno della stessa maggioranza, al punto che chi scrive ha chiesto che si votasse per alzata di mano. Proposta da molti accolta con entusiasmo ma da alcuni rispedita al mittente in quanto “antidemocratica”. Ma le diatribe l'hanno fatta da padrone anche sulla composizione del Cpr. C'è un filo rosso che lega quindi la natura riformista di un'organizzazione con la derubricazione della discussione politica a favore dei calcoli che riproducono l'apparato. Non sarà quindi un nuovo soggetto politico sardo a privarsi di una riproposizione metodologica del sempre uguale. Comunque, e nonostante tutto, Rifondazione comunista esiste, e anche in Sardegna può essere il perno intorno al quale ricostruire un'opposizione anticapitalista conseguente quanto mai necessaria con l'inasprirsi della crisi economica. Molti dei militanti presenti hanno manifestato la loro rabbia (con un tenore a volte ben più duro di questo articolo) contro i vecchi modi di fare politica che non favoriscono la costruzione del partito nei territori. A questi compagni, così come ai tanti non presenti in quanto non delegati, è dedicato questo scritto, consapevoli di avere in loro dei preziosi interlocutori nel prossimo futuro per costruire quello che ancora ci manca.

 

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