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Il 10 marzo scorso è stata approvata la legge 40/04 sulla procreazione medicalmente assistita (pma). La legge ha trovato il sostegno di un arco di forze politiche che va ben oltre la maggioranza berlusconiana, vedendo Rutelli dare libertà di scelta sul voto e molti esponenti della Margherita votare a favore.

Il punto centrale della legge è il fatto che l’embrione non è una parte del corpo della donna, ma un soggetto giuridico autonomo che la legge deve tutelare e su cui la donna non può decidere in piena autonomia.

La fecondazione assistita è concessa solo a chi ha problemi di sterilità o infertilità non risolvibili in altro modo. Non è possibile la fecondazione eterologa, ovvero i geni del nascituro devono essere per forza appartenenti alla coppia e non ci si può avvalere di donatori esterni. E’ vietata la ricerca sugli embrioni, vietato il loro congelamento, tutti gli embrioni prodotti (massimo tre) devono essere impiantati allo scopo riproduttivo. Va ricordato che ogni impianto ha un 15-20% di possibilità di attecchire in utero, quindi meno embrioni ci sono per ogni impianto e più interventi dovranno essere fatti sul corpo delle donne perché abbiano successo; questo aggredisce la salute della donna, ma favorisce molto i centri che fanno gli interventi.

Un caso avvenuto a Catania è abbastanza esemplificativo della brutalità di questa legge. Una coppia di portatori sani di talassemia (anemia mediterranea) ottiene il diritto a ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita. La coppia richiede la diagnosi pre-impianto, ovvero la possibilità di verificare la salute genetica dei tre embrioni prima di trasferirli in utero; dopo questo passaggio la coppia chiedeva di trasferire in utero solo quelli sani e di congelare quelli malati, avvalendosi del diritto all’aborto terapeutico previsto dalla 194. Il giudice Felice Lima sulla base della recente legge approvata ha condannato la donna a vedersi impiantare tutti gli embrioni e poi, una volta avviata la gravidanza se questa avesse comportato dei rischi per la sua salute allora si sarebbe potuto ricorrere all’aborto terapeutico, questo perché con la nuova legge sulla pma non può passare il concetto che i genitori possono scegliersi i figli con i geni che vogliono loro.

Questo argomento è puramente demagogico e rappresenta un ulteriore grimaldello per ribaltare la 194, infatti oggi le diagnosi pre-natali (amniocentesi, villocentesi) la cui accuratezza è enormemente migliorata in questi anni sono ormai molto frequenti e, nei casi di positività (ovvero in cui risulta una malattia), sono nel 95% dei casi causa di aborto terapeutico perché si riconosce che la gravidanza potrebbe interrompersi comunque. Oltre alla sentenza del giudice di Catania, le linee guida emanate nel luglio scorso dal Ministero della Salute vietano esplicitamente le diagnosi pre-impianto che comportino analisi genetiche, dunque si condannano le donne a farsi impiantare embrioni potenzialmente malati, che probabilmente non attecchiranno o comunque potranno portare a un aborto o a una gravidanza estremamente difficile o a un figlio malato o che necessariamente morirà.

La sentenza del giudice di Catania ci “illumina” sulle motivazioni. Il signor Felice Lima sostiene infatti che la tesi dell’autodeterminazione della donna non può essere accettata, perché attribuirebbe ad uno (la madre) soltanto tra i diversi soggetti in conflitto (che, a suo dire, includono non solo il nascituro, ma anche il padre e la collettività) il poter di decidere quale “bilanciamento di interessi” operare: “non solo non è incostituzionale che sia una legge e non una singola persona a decidere quale debba essere il criterio di bilanciamento (tra di essi), ma sarebbe, anzi, incostituzionale il contrario”(…) “è sommamente doveroso in questa materia, che (…) ha per oggetto proprio i limiti da porre al potere dell’uomo, di agire su uno dei più grandi misteri della natura: l’origine della vita.” e un giudice non può certo “arrogarsi il potere di dare o negare e a quali condizioni la salute e la vita”.

Come ben si evince da queste parole molto chiare e nette, la questione della fecondazione assistita è solo il pretesto (il grimaldello appunto) per rimettere in discussione il diritto all’aborto e riaffermare che le donne non hanno il diritto di decidere da sole cosa fare del proprio corpo e della propria vita, perché le quattro cellule che chiamano “persona giuridica”, “origine della vita”, non sono di chi ce le ha nella pancia ma della società, dello Stato, della Chiesa, del padre, o della “collettività”, ossia di uomini ben pensanti come il signor Felice Lima.

Allora vale la pena di ricordare i tre milioni di aborti clandestini in Italia prima della 194 e le 20mila donne che morivano (per citare solo le cifre ufficiali) ogni anno sotto i ferri delle mammane, delle migliaia di donne e tante minorenni, scampate all’operazione, perseguitate penalmente e arrestate per aver abortito, considerate prostitute e assassine. Questo è l’obiettivo che si cela dietro la legge sulla procreazione medicalmente assistita: tornare a questa epoca dell’orrore.

È chiaro che la nuova legge ha effetti potenzialmente dirompenti, non tanto per il numero di donne coinvolte, che è ridotto (26mila richieste ai centri specializzati), ma perché si inserisce in una costante offensiva contro i diritti alle donne che va avanti da molto tempo. Un’offensiva che attraverso la ritirata dei consultori pubblici spinge le donne ad allontanarsi da una educazione sessuale e sanitaria pubblica, garantita e basata sul rispetto dei loro diritti, lasciandole, di volta in volta, in completa balia della Chiesa con i suoi pregiudizi, dei super medici prezzolati, della propaganda dei mass media, delle multinazionali del farmaco, ormai le uniche a promuovere gli anticoncezionali, e ovviamente ognuno di questi attori hanno i loro propri interessi e non quelli della salute e dell’autonomia delle donne.

Sono tante le leve utilizzate: chiusura dei consultori, fine della gratuità del servizio, finanziamenti proposti alla donna per non abortire, o alle madri per non mandare i figli al nido, fino all’uscita agostana del Ministro Sirchia che ha ventilato l’idea di mettere il secondo aborto a pagamento, per impedire che venisse sfruttato come anticoncezionale!

Le donne della classe lavoratrice subiscono più di tutte le altre questi attacchi ai propri diritti perché hanno condizioni di vita peggiori e non hanno i mezzi economici e spesso anche culturali sufficienti per rivolgersi a strutture private o accedere a informazioni mediche importanti per la loro salute. Non dimentichiamo che sono state proprio loro quelle che più hanno pagato l’aborto illegale perché non avevano i soldi per andare all’estero o per pagare medici compiacenti.

Quindi care donne e soprattutto care lavoratrici non lasciamo che altri decidano sul nostro futuro, potremmo pagare molto caro, e già abbiamo pagato, questo disinteresse.

I partiti della sinistra, Ds e Prc, hanno condannato l’impostazione autoritaria della legge, poi si sono lavati la coscienza sostenendo l’azione referendaria dei radicali, tanto per dire che qualcosa si sta facendo, scaricandosi così da ogni responsabilità di fare una battaglia a tutto campo per i diritti, per lo stato sociale e contro le concezioni oscurantiste e autoritarie non solo di questa maggioranza governativa, ma anche di tanta parte dell’attuale centrosinistra (recentemente ribattezzato da Bertinotti coalizione democratica e riformista). Certo è che questa battaglia potrebbe dar fastidio a Rutelli e compagnia e mettere in crisi la coalizione che si prevede dovrà governare e dunque meglio limitarsi a qualche dichiarazione, anche agguerrita, ma senza impegno, si sa… le parole non fanno male a nessuno. Quindi sull’altare della cosiddetta “alta politica” vengono sacrificati gli interessi delle donne, con il beneplacito dei gruppi di donne dentro i Ds e il Prc, che dopo un gran strepitare si guardano bene dal mettere in discussione l’orientamento dei loro gruppi dirigenti e fare, una volta tanto, una battaglia coerente.

Se il referendum riuscirà ad essere ammesso sarà importante votare a favore dell’abrogazione integrale della legge 40, ma posto che raggiunga il quorum, questo non risolve la necessità di un vasta battaglia per riprenderci il maltolto. Come negli Usa, dove in aprile un milione di donne ha manifestato in piazza contro Bush e il suo tentativo di rivedere il diritto all’aborto, anche in Italia le donne e soprattutto le lavoratrici dovranno riprendere la via della mobilitazione per schiacciare l’arroganza di lorsignori e del più becero oscurantismo patriarcale.

 

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