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Tra precariato e tagli allo stato sociale


 

Le statistiche ci informano che negli ultimi anni l’occupazione femminile è aumentata dal 28% al 32% circa. A prima vista sembrerebbe una notizia del tutto positiva ma purtroppo la realtà è ben diversa.

Ai settori tradizionali del lavoro femminile (scuola, cura e assistenza, sanità) si è affiancato negli ultimi anni un altro settore: il call-center. Basta sfogliare le inserzioni di lavoro per accorgersi che il grosso delle pur magre offerte di lavoro proviene da lì. Si tratta di un’attività lavorativa precaria, sottopagata e ultraflessibile, alla quale le donne cercano di adattarsi per la necessità di un salario, seppure del tutto insufficiente.

Sui call-center l’Asl di Milano sta svolgendo un indagine, dalla quale emergono dati interessanti. Solo per citarne alcuni: al call-center della società Ups (settore trasporto merci) l’87 % degli impiegati sono donne e hanno in media 30 anni di età. Svolgono queste mansioni (cioè quelle proprie del call-center, l’utilizzo di videoterminale e telefono contemporaneamente) in media da 3-4 anni.

Il 34 % delle intervistate lavora a tempo pieno, il 66 % lavora a part-time. Il 60 % svolge anche un’altra attività lavorativa (un part-time in un’altra azienda per il 9%, di tipo casalingo per il 51%). Il 30 % delle intervistate si sente abbastanza stressato, il 28 % molto stressato, il 42 % prova spesso stanchezza, il 63 % prova nervosismo in varia misura. Per quanto riguarda i disturbi del sonno, uno dei primi campanelli d’allarme dello stress, il 68 % delle lavoratrici intervistate dichiara di soffrirne. Inoltre l’organizzazione del lavoro è tale da sfavorire i contatti tra le lavoratrici. Il 66% delle intervistate dichiara infatti di sentirsi isolata sul luogo di lavoro e il 79% riesce raramente a scambiare qualche parola con le colleghe. Tutti questi dati ci sembrano molto eloquenti. Sulle donne grava il doppio sfruttamento a casa e nei luoghi di lavoro e questo si ripercuote sulla loro salute e sulla loro qualità di vita.

Il sistema capitalistico da una parte spinge le donne verso la produzione industriale e il lavoro salariato in genere, ma dall’altra deve promuovere l’idea che il compito della donna è la cura della casa e dei figli. In questo modo il padronato scarica sulle spalle delle donne e sulle famiglie tutta una serie di costi sociali. Mense e lavanderie pubbliche, asili e scuole pubbliche di qualità, potenziamento della sanità pubblica e del settore assistenziale; è chiaro che se le aziende dovessero spostare risorse economiche in questi settori, vedrebbero diminuire i loro lauti profitti. La vita di tante donne e di tante famiglie di lavoratori, invece, migliorerebbe sensibilmente. Il dover badare alla casa e accudire figli piccoli, familiari ammalati o anziani non è un fatto privato delle famiglie, ma è a tutti gli effetti un lavoro che contribuisce ad aumentare il benessere della società, per cui la soluzione deve essere trovata a livello collettivo.

Il fatto di guadagnare un salario, come ben sappiamo, non comporta di per sé automaticamente la liberazione della donna. La famiglia, lungi dall’essere quel quadretto felice che la borghesia ci presenta continuamente, è invece il luogo principale nel quale si consumano tensioni e violenze sulla donna e sui figli. E tutto questo ha origine dalle responsabilità private che il capitalismo scarica sulle spalle della famiglia e soprattutto della donna. Non possiamo accontentarci dell’uguaglianza formale tra uomo e donna come viene sbandierata nelle varie disposizioni di legge sulle “pari opportunità” quando poi, nei fatti, siamo le prime vittime della folle corsa dei padroni verso il profitto ad ogni costo.

Noi donne dobbiamo interessarci sempre di più a quello che succede nei nostri luoghi di lavoro e nel mondo in un’ottica di classe, rifiutando le divisioni fasulle imposteci da chi vuole indebolirci per sfruttarci meglio, così come dobbiamo rifiutare similitudini altrettanto fasulle e cioè, ad esempio, che votando per un politico donna, a prescindere dalle sue idee, vedremo garantiti i nostri diritti. La verità è che le donne lavoratrici con le borghesi non hanno nulla in comune, visto che queste ultime esercitano professioni redditizie e soddisfacenti e possono scaricare il lavoro domestico su un esercito di “tate”, colf e badanti e che quindi condividono gli stessi interessi dei borghesi uomini.

Dobbiamo superare il senso di inadeguatezza che a volte ci assale, prendere coscienza della nostra forza e lottare al fianco dei lavoratori uomini con pari dignità. Solo così potremo liberarci dalle nostre catene.

Per approfondire questi temi leggi la rivista teorica sulla Questione femminile 

In difesa del Marxismo n°5 : La liberazione della donna - Una prospettiva comunista 

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