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Vecchio oscurantismo, nuovi profitti

Tra poche settimane dovrebbe iniziare al Senato la discussione sulla legge, già approvata alla Camera, che regolamenta la Pro-creazione Medicalmente Assistita (PMA) e che ha provocato forti proteste, da parte soprattutto di gruppi di donne, culminate in una manifestazione nazionale a Roma lo scorso 6 luglio.

La legge viene contestata perché riconosce all’embrione lo status di persona giuridica, equiparandolo alla madre e tutelandolo sin dal momento del concepimento, subordinando l’autodeterminazione della donna sul proprio corpo ad un insieme di cellule non ancora definibili scientificamente come vita.

Esaminiamo adesso i punti salienti della legge.

Essa stabilisce innanzitutto che la PMA rappresenta un antidoto alla sterilità, e che vi potranno accedere solamente le coppie, sposate o comunque conviventi, che verranno ritenute sterili da una commissione appositamente stabilita: i medici hanno quindi il potere di permettere l’accesso, o l’ esclusione, alle suddette tecniche. Il desiderio della donna di avere un figlio viene messo in secondo piano.

La produzione di embrioni deve essere finalizzata unicamente alla procreazione: per questo motivo non sarà possibile produrre più di tre embrioni alla volta, che dovranno essere tutti impiantati nell’utero della donna. Dal momento che la probabilità che una donna rimanga incinta al primo tentativo è quasi nulla, poiché non tutti gli embrioni prodotti attecchiscono, si costringono le donne a più tentativi di inseminazione e contestualmente a pesanti trattamenti ormonali, mettendo così a repentaglio la loro salute fisica e mentale.

Non si possono eliminare gli embrioni prodotti, imponendo così alla donna di avere più figli di quanti vorrebbe averne, e quindi di fatto impedendole di decidere quanti figli avere.

E’ poi vietato il ricorso alla fecondazione eterologa, ovvero sarà possibile utilizzare soltanto ovulo e seme di una stessa coppia. L’impossibilità di fare ricorso ad un donatore esterno impedirà a molte coppie di poter avere dei figli (non tutti i problemi di sterilità possono essere superati rimanendo "dentro la coppia"), in aperto contrasto con l’obiettivo che questa legge dichiara invece di voler raggiungere.

La legge stabilisce che "i bambini nati da procedimento eterologo non potranno essere disconosciuti qualora la coppia abbia manifestato il suo consenso alla procreazione medicalmente assistita" (La Repubblica del 18/06/2002): si viola così il diritto della donna a non riconoscere il figlio partorito, diritto che le è invece riconosciuto quando non si fa ricorso alla fecondazione assistita.

I medici ed il personale ausiliario dei centri nei quali si applica la PMA potranno praticare obiezione di coscienza, comunicandola entro tre mesi dall’ entrata in vigore della legge. In questo modo potrebbe ricrearsi un quadro simile a quello che si determinò nel 1978, dopo l’approvazione della legge sull’aborto, quando numerosi medici, obiettori di coscienza negli ospedali pubblici, facevano fortuna praticando aborti nelle strutture private.

Oggi come allora avrebbe il sopravvento il desiderio di fare soldi. Se consideriamo anche che i tempi di attesa nelle strutture pubbliche (come riportato in un’inchiesta del tribunale dei diritti del malato) vanno dai 4 ai 68 mesi, non possiamo non vedere come di fatto si incentivano le donne a rivolgersi alle strutture private, che vengono presentate come veloci ed efficienti, e quindi in grado di soddisfare le loro esigenze. I problemi non finiscono nel momento in cui una coppia ha finalmente accesso alla PMA, dato che quest’ ultima ha come tutte le cose un prezzo: si va (secondo un dossier riportato sull’ inserto "Salute" del Corriere della Sera pubblicato il 14/05/2002) dalle £ 500mila per una stimolazione ovarica semplice, ad un prezzo compreso tra i 3,5 ed i 6 milioni di lire per una FIVET (fecondazione in vitro dell’ ovocita e trasferimento nell’utero materno) e ad un minimo di 6 milioni per l’iniezione dello spermatozoo nell’ovocita (trattamento praticato nei casi di infertilità maschile).

Tenendo conto che la quasi totalità dei centri (384 secondo il ministero della Salute) nei quali attualmente è praticata la PMA sono privati, vediamo subito che le coppie saranno costrette a spendere enormi quantità di denaro: in questo modo si opera una prima, forte, selezione di classe, poiché chi non ha i mezzi economici sufficienti non potrà certo iniziare i trattamenti sopra indicati. Gli estensori della legge, all’apparenza consci di questo problema, affermano di volerlo risolvere concretamente, e a questo scopo nel testo già approvato alla Camera vengono stanziati, per il 2003, 6,8 milioni di euro (fonte La Repubblica del 18 giugno 2002) a favore delle donne che si sottoporranno alla fecondazione artificiale (senza specificare i criteri di ripartizione). Questi soldi sono sufficienti? Secondo un’inchiesta pubblicata sul sito "Kw salute" l’ 8 marzo 2002, le coppie dichiarate sterili dai medici sono state lo scorso anno 15mila, e si prevede che nei prossimi anni il numero sia destinato a salire, attestandosi fra le 50mila e le 70mila. Se la cifra stanziata fosse ripartita equamente fra tutte le 15mila coppie, a ciascuna spetterebbero poco più di 450 euro, quindi ben al di sotto di quanto effettivamente speso; se invece fosse rimborsata l’intera spesa sostenuta, sarebbero rimborsate al più 3700 coppie (nel caso fossero applicate le tariffe più basse). I rimborsi sarebbero quindi così esigui da non risolvere minimamente i problemi di chi appartiene alle fasce sociali più basse.

Se ci mettiamo "dall’altra parte della barricata", e facciamo un po’ di conti in tasca ai centri, vediamo che ricaverebbero enormi profitti praticando la PMA: se effettivamente nei prossimi anni ci saranno almeno 50mila coppie sterili, ipotizzando che vengano applicate le tariffe prima riportate (e che indicano prezzi minimi) vediamo che in un anno i centri guadagnerebbero complessivamente non meno di 90 milioni di euro.

La legge, quindi, non risolve i problemi delle coppie sterili, ma è uno strumento per arricchire ulteriormente le cliniche private e per smantellare il sistema sanitario nazionale, descritto come fonte di sprechi e di estenuanti lungaggini burocratiche.

La donna rimasta incinta tramite la PMA non può interrompere la gravidanza, tranne i casi in cui la gravidanza plurima (si pensi ai casi dei sei gemelli e oltre) può pregiudicare la sua salute. E già questa novità è una violazione dell legge 194/78 che stabilisce il diritto di abortire. La realtà è che la legge sulla PMA è un cavallo di troia per rendere la 194 inapplicabile.

Finora, grazie alla 194, l'embrione era considerato parte integrante del corpo della donna di cui essa aveva piena padronanza, ma la nuova legge sulla PMA, stabilendo che l'embrione è una persona giuridica da tutelare, permette agli antiabortisti di fare leva su questa loro grande conquista per mettere in luce la contraddizione fra la legge sulla PMA e la 194. Su questo punto viene rivendicato il diritto dell'embrione a "vivere" in quanto "persona giuridica", sottraendo alle donne il diritto di decidere del proprio corpo e smantellando così una delle conquiste più importanti ottenute dal movimento operaio e delle donne negli anni ‘ 70.

E’ necessario anche sottolineare come la legge, descrivendo la PMA come un facile antidoto alla sterilità, metta in secondo piano due elementi importanti:

1) il fatto che in molti casi le cause dell’ infertilità sono di natura psicologica. Nell’ articolo già citato comparso su Repubblica, si afferma che vengono dichiarate sterili 15mila coppie a fronte di 26mila coppie che si sono rivolte alle strutture sanitarie non riuscendo ad avere figli.

Sarebbe quindi più sensato applicare pienamente la legge 194/78, e costruire una rete di consultori presente capillarmente su tutto il territorio nazionale: non possiamo dimenticarci che la situazione al Sud è a dir poco drammatica, poiché i consultori esistenti si contano sulle dita di una mano ed i centri dove si pratica la PMA sono altrettanto scarsi.

2) la possibilità di adottare bambini: il Governo di fatto considera questa opportunità meno importante dell’accesso alla PMA, che viene presentata come l’unica possibile risposta alla sterilità. Si introduce, neanche tanto velatamente, una discriminazione fra bambini adottati e bambini partoriti, in quanto si identifica l’essere genitori con il mettere al mondo i bambini, e non con l’amarli: del resto la legge afferma chiaramente che il concepito deve possedere i geni della coppia che accede alla procreazione medicalmente assistita. Ci si preoccupa più della continuità della stirpe che della possibilità di una coppia di avere un figlio.

Si dice che potranno accedere alla PMA solo le coppie sposate o conviventi, comunque formate da un uomo e da una donna: in questo modo si afferma che l’unico ambiente ritenuto idoneo per la crescita di un bambino è quello della "sacra famiglia", dando prova di notevole ipocrisia perché si tende ad ignorare che la maggior parte delle violenze subite dai bambini (e dalle donne) avviene proprio in questo ambito. Cosa dire poi delle ragazze madri, e di tutte le donne che allevano da sole un figlio: sono forse da ritenere dei pericoli pubblici?.

La legge esprime quindi interessi reazionari, conservatori e clericali, gli stessi portati avanti dal governo Berlusconi; la battaglia contro questa legge acutizza e radicalizza lo scontro già in atto, e nostro obiettivo deve essere quello di lottare perché, insieme ad essa, venga affossato anche il governo che l’ha emanata!

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