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Il 30 settembre farà tappa a Roma la Marcia Mondiale delle donne del 2000 contro la povertà e le violenze che culminerà con la manifestazione di New York il 17 ottobre. Si tratta di una scadenza non priva di interesse, se non altro avrà il merito di riprendere una discussione nel movimento (a partire dalle donne) sulla condizione femminile e sui percorsi di liberazione.

Ci sono molte donne che ignorano le cause della propria condizione e non vedono alcun legame tra questa e la società in cui vivono.

Senza impegnarci in una lunga ricostruzione storica sulle origini dell’oppressione femminile e sulla relazione che questa ha avuto con la società divisa in classi e con il capitalismo, ci limiteremo a trattare alcuni dati forniteci dall’Istat che dimostrano come gli attacchi portati allo stato sociale e alle condizioni di lavoro hanno avuto effetti pesantissimi sulle donne. Non già nei paesi del Terzo mondo dove la vita delle donne è un incubo, ma in Italia e in generale nei paesi occidentali a capitalismo avanzato.

COME CI SFRUTTA IL CAPITALE

Grazie alla precarizzazione dei contratti di lavoro e all’introduzione dei "lavori atipici" oggi come oggi una donna su 10 viene licenziata o è costretta a dimettersi quando gli nasce un figlio. La percentuale è doppia in Lombardia e in Veneto. Fra le donne con due figli, una su quattro lascia il lavoro fra i 25 e i 34 anni.

Non potendo reggere il ciclo produttivo a tempo pieno per gli impegni familiari, gran parte delle donne diventano i soggetti prediletti del supersfruttamento attraverso i lavori atipici, part-time e a tempo determinato.

Questo ha un effetto sulla loro salute e sulla sicurezza. Secondo la Cgil gli infortuni sul lavoro sono aumentati del doppio tra le donne rispetto agli uomini (+18,45% nel ‘99).

Sommando l’impegno fuori e dentro casa, più della metà delle donne che hanno figli lavorano 60 ore alla settimana (lo fanno solo il 15% degli uomini), addirittura un terzo lavora oltre 70 ore. Anche il marito è un impegno, infatti le single con figli a carico hanno in media due ore di lavoro familiare in meno rispetto alle donne sposate.

Nonostante questo le donne lavoratrici guadagnano mediamente il 30% in meno rispetto ai loro mariti.

Il divario tende però a ridursi tra le lavoratrici di alto livello (manager, dirigenti e affini) che guadagnano solo il 18% in meno rispetto agli uomini (125 milioni annui contro 152). Il che dimostra che l’oppressione femminile è tanto maggiore quanto più si scende nella scala sociale.

Non a caso la borghesia negli ultimi anni ha creato qualche spazio in più per manager, banchieri, giudici, burocrati di sesso femminile. Negli Usa, negli ultimi 20 anni, la presenza di donne fra i quadri intermedi è cresciuta dal 4 al 40% del totale. Su 500 aziende classificate nella rivista Fortune, 419 hanno almeno una donna nel consiglio d’amministrazione e un terzo di esse ne hanno due o di più.

La borghesia si mostra "aperta" a parole all’uguaglianza tra i sessi, ma la realtà è che le proletarie in questi anni hanno visto solo arretrare le loro condizioni, a differenza delle donne dei ceti medi alti, che in certi casi si sono fatte strada nelle posizioni che contano.

Lo smantellamento dello stato sociale è la prima causa dell’abbandono del posto di lavoro alla nascita dei figli, basta considerare che solo il 6% dei bambini sotto i due anni (circa 100mila) trova un posto negli asili nido e che il tradizionale aiuto familiare è sempre meno percorribile considerando che negli ultimi 20 anni il numero di parenti adulti su cui una donna può contare si è ridotto di molto.

I soprusi non finiscono qui, il fatto che spesso nella scala gerarchica si trovino nelle posizioni più basse, oltre al carattere maschilista della società sottopone le donne ad essere vittima delle molestie sessuali da parte di capi e dirigenti.

Secondo la commissione europea, in uno studio che riguarda i 15 paesi della Ue, il numero delle donne che nella loro vita lavorativa hanno subito "approcci sessuali non graditi" oscillerebbe tra il 40 e il 50%.

In molti paesi europei non esiste alcuna forma di legislazione che punisca le molestie. In Italia esiste solo un "protocollo" che regola la materia emanato dal Ministero del Lavoro, ma non c’è una legge che tuteli le donne sui luoghi di lavoro.

In una situazione come questa dove avere un figlio spesso per una donna significa perdere il posto di lavoro o abbandonare gli studi, viene scagliato un attacco in grande stile contro la 194, la legge che tutela in Italia il diritto all’aborto.

L’attacco parte dalla Chiesa a cui fanno eco le destre. In particolare An che ha presentato in primavera un disegno di legge che propone di "rivedere la 194, indurendola" punendo "l’istigazione all’aborto per trasformarlo in un ultima spiaggia".

La solita ipocrisia di fascisti e clericali che dimenticano sempre di ricordare come in Italia gli aborti si siano ridotti regolarmente da quando esiste la 194 (erano 230mila nel 1983 e sono scesi a 140mila nell’ultimo anno) e che abrogare la legge non farebbe altro che costringere le donne ad abortire nella clandestinità come avveniva in passato a costi proibitivi e senza alcun tipo di sicurezza sanitaria, pratica che sta ritornando in voga soprattutto tra le giovanissime grazie al clima di integralismo religioso che spaventa le minorenni facendole desistere dall’abortire alla luce del sole.

Parlano tutti di prevenzione (dai Ds ad An passando per il Papa) ma la realtà è che in questi anni (e su questo il Polo non ha obiezioni da fare al governo di centrosinistra, anzi) i consultori sono stati smantellati, privati dei finanziamenti, vengono chiusi o quando restano aperti hanno orari ridottissimi (particolarmente al sud).

Nelle scuole l’educazione sessuale è ridotta allo zero, spesso quando esiste è gestita da associazioni legate alle gerarchie ecclesiastiche con i risultati che possiamo immaginare, questo non solo nelle scuole private cattoliche ma anche in quelle pubbliche che in regime di "autonomia" sono libere di intraprendere iniziative di questo tipo.

QUALI SOLUZIONI?

Spesso e volentieri le dirigenti dei partiti di sinistra e dei sindacati analizzando l’abbandono della politica da parte delle donne (8 milioni e mezzo di donne contro 4 milioni di uomini si mostrano disinteressate e dichiarano di non sapere nulla di politica) cercano le cause nel carattere "monosessuato" del partito e l’unica risposta che sanno offrire è quella delle "quote garantite" per le donne negli organismi dirigenti e nelle cariche elettive.

In realtà questo è solo uno strumento per le carrieriste che strumentalizzano la "deprecabile condizione femminile" per farsi strada negli organismi dirigenti.

Non a caso l’applicazione di questa norma nei Ds (che il Forum delle donne vorrebbe applicare "rigidamente" anche in Rifondazione Comunista) non ha evitato che il programma di governo sostenuto dai Ds si rivolgesse sempre più contro le donne: si pensi al "principio della sussidiarietà" voluto dalla legge Bassanini che rappresenta il grimaldello attraverso cui si fanno strada i processi di privatizzazione della sanità, dell’istruzione, che colpiscono ovviamente le donne più di chiunque altro.

Le posizioni "separatiste" che individuano l’avversario nel proprio compagno, tendono ad individuare il conflitto in una lotta tra generi senza capire il nesso profondo che esiste tra la liberazione della donna è quella più generale della classe lavoratrice.

Engels e Bebel, oltre un secolo fa hanno ampiamente dimostrato come l’oppressione della donna e il sorgere del sistema patriarcale siano fenomeni sorti con la nascita della società divisa in classi.

L’esperienza storica inoltre ha ampiamente dimostrato come la condizione femminile sia avanzata sempre e soltanto nei momenti di ascesa delle lotte della classe operaia e viceversa sia arretrata nei periodi di riflusso.

L’unica strada per raggiungere una reale emancipazione delle donne è spezzare la causa principale dell’oppressione che è il sistema capitalista. Ma lottare contro il capitalismo richiede la massima unità della classe lavoratrice, donne e uomini.

Certo le donne subiscono una doppia oppressione nel sistema capitalista (quella di classe e quella di genere) e hanno problemi specifici rispetto ai loro compagni. Non ci si può limitare alle classiche rivendicazioni di classe.

Per questo è necessario che le comuniste si rivolgano alle masse femminili con rivendicazioni particolari rivolte ai loro problemi specifici ma sempre e comunque inserendo la loro lotta in un quadro generale che punti a creare l’unità di tutti i settori oppressi contro il sistema che ne genera l’oppressione.

UN PROGRAMMA TRANSITORIO RIVOLTO ALLE DONNE

Non basta difendere la rivendicazione di una uguaglianza formale (uguale salario, uguale diritti, ecc.). Fino a quando le donne subiscono una oppressione specifica, è necessario lottare per rivendicazioni particolari che puntino a riequilibrare la loro situazione: abbassamento dell’età pensionabile, esenzione dal lavoro notturno e da mansioni particolarmente disagiate, facilitazioni particolari nell’accesso ai servizi sociali, di prevenzione sanitaria, ecc.

Da questo punto di vista alcuni dei punti presenti nel testo europeo della marcia sono condivisibili (uguaglianza di salari tra uomini e donne, riconoscimento del lavoro domestico come lavoro sociale, no al lavoro notturno, diritto al congedo di maternità totalmente pagato, sanzioni contro le molestie sul lavoro, diritto alla contraccezione e all’aborto anche per le minorenni, no alle discriminazioni contro le lesbiche, ecc.).

Ma non è sufficiente allineare una serie di rivendicazioni specifiche se ad ognuna di queste non si dà un contenuto di classe, nella prospettiva della trasformazione della società.

Da questo punto di vista la piattaforma si limita a parlare di un’Europa sociale senza indicare alcuna alternativa di sistema al capitalismo, anzi proponendo che i paesi dell’Est e dei Balcani entrino a far parte dell’Unione Monetaria capitalista quasi come se questo rappresentasse un passo in avanti per le masse sfruttate e particolarmente per le donne di questi paesi.

In realtà dovrebbe farci riflettere il fatto che si sta rivendicando quanto è nei piani dei governi reazionari di questi paesi oltre che dell’imperialismo europeo.

Ci sembra preoccupante il fatto che nella piattaforma pur parlando in generale contro la guerra non ci sia una condanna esplicita del massacro portato avanti dai governi occidentali contro le masse della ex-Jugoslavia (non si deve forse al fatto che a stendere il testo hanno giocato un certo ruolo le dirigenti del Partito socialista francese che non volevano criticare l’operato del governo Jospin?).

Cinque anni fa le 3000 organizzazioni promotrici della marcia in tutto il mondo (tra le quali in Italia compaiono la Convenzione permanente di donne contro le guerre, ORA!, ArciLesbica, il Forum delle donne del Prc, Efferossa - Donne del Pdci, Donne in nero, Sincobas, ecc.) hanno commesso l’errore di non denunciare la Conferenza di Pechino, per quello che era e cioè una mascherata voluta dalle Nazioni Unite, dove non a caso ad avere un ruolo di primo piano furono Hillary Clinton, Madeleine Albright e Benazir Bhutto.

Invece di contestare e di rigettare la Dichiarazione dei Principi uscita dalla Conferenza decisero di diventare un gruppo di pressione e di controllo che vigilava sull’attuazione dei tanti buoni propositi. Dopo 5 anni nessuno dei 183 paesi presenti ha onorato un solo impegno dei tanti presi alla Conferenza.

Emerge così il carattere limitato della direzione di questo movimento e di ben altro ci sarebbe bisogno per coinvolgere milioni di proletarie, comprese le casalinghe, le disoccupate, le studentesse in una mobilitazione di massa.

Ciò nonostante il 30 settembre scendiamo in piazza per dare il nostro contributo politico nella lotta per la liberazione delle donne dall’oppressione capitalista.

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