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Opporsi all’offensiva contro i diritti delle donne

 

Riparte ancora più agguerrita la polemica della destra sulle politiche sociali per le donne, non a caso in prossimità dell’appuntamento elettorale, quando diventa urgente costruire un contesto favorevole all’attuazione di politiche reazionarie e altrettanto urgente diventa conquistare l’appoggio delle classi privilegiate. Si torna quindi a parlare di revisione della legge 194 che regola l’interruzione volontaria della gravidanza con l’apertura di un’indagine conoscitiva sulla legge, al fine di verificare, secondo le parole del Ministro della Salute Storace quanto viene fatto dallo Stato per “evitare il ricorso all’aborto”.

Nel frattempo si impone nei consultori la presenza dei volontari del “movimento per la vita” ripercorrendo le tracce dell’ormai tristemente noto progetto di legge Tarzia, sostenuto dal Ministro Storace, che in Lazio permetteva la privatizzazione dei consultori, non più servizi pubblici esclusivi delle Asl, ma strutture in grado di essere gestite da qualsiasi servizio volontario “no-profit” (leggi anche movimento per la vita o associazioni cattoliche).

Con la legge Tarzia la giunta regionale di destra avrebbe avuto la possibilità di decidere i componenti del comitato consultivo atto a controllare la gestione dei consultori in regione, imponendo dei criteri di selezione ideologica ben prevedibili considerato il contenuto della legge in cui si trovavano espressioni quali “rispetto della vita umana fin dal concepimento” o “educazione sanitaria in ordine allo sviluppo psichico e sociale del bambino nel corso della sua vita prenatale”. E sempre Storace in Lazio finanziava pochi anni fa l’opuscolo “La vita umana” destinato ai consultori, che descriveva in modo minuzioso i primi tre mesi di vita ma era privo di qualsiasi informazione medica comprese le analisi consigliate in gravidanza; un libretto costruito attorno allo scopo di rendere ancora più dolorosa l’interruzione volontaria della gravidanza. Sono queste le premesse che hanno partorito pochi giorni addietro la delibera di giunta della regione Lombardia che ha revocato l’autorizzazione di due consultori familiari pubblici e accreditato l’attività di tre strutture private.

A chi serve l’inchiesta parlamentare

È difficile pensare che l’indagine conoscitiva sulla 194 sia animata dallo scopo, come vorrebbero farci credere i mass media borghesi, di riaprire una discussione progressiva sui diritti e sui servizi per le donne in difficoltà. Difficile pensarlo quando il segretario dell’Udc Cesa cerca l’appoggio della Margherita su tale progetto chiedendo una “collaborazione fra forze diverse ma concordi nel difendere i valori della vita”. Difficile ancor più quando In Italia, a fronte di una legge del ’76 che prevederebbe la presenza di un consultorio ogni 20mila abitanti, mancano almeno 900 strutture, mentre non solo non si assume personale ma quello presente è il primo ad essere richiamato negli ospedali in caso di necessità. Forse più che sull’attuazione della 194 l’inchiesta andrebbe fatta sull’utilizzo dei 200 miliardi messi a disposizione delle regioni per finanziare i consultori nel 1996! E risulta realmente offensivo ascoltare gli starnazzi della destra che si erge a difensore della vita quando in tutti gli ultimi anni non ha fatto altro che tagliare i finanziamenti ai servizi sociali, in primis proprio quelli destinati ai consultori, strutture finalizzate non solo a garantire la corretta applicazione della 194 e a fornire supporto psicologico e medico nella scelta della gravidanza così come dell’aborto (pari a circa il 20% del lavoro complessivo), ma anche soprattutto ad illustrare alle donne i servizi medici (quale lo screening per il tumore al seno) e giuridici di cui godono, a come ottenere il rispetto delle norme sul lavoro femminile e a come accedere ai servizi per la lavoratrice (asili nido e quant’altro). Ebbene cosa hanno fatto questi paladini della vita per pubblicizzare tale istituzione, per aiutarla tramite adeguate sedi e strumenti, con un personale formato?

Le stesse forze politiche che più, ad oggi, si sono impegnate a diffondere il lavoro precario, la disoccupazione femminile, a tagliare il doposcuola, a finanziare le scuole private a pagamento mentre gli asili nido pubblici hanno liste di attesa interminabili, oggi ci vengono a parlare di diritto della vita! La legge 194 deriva appunto dalle contraddizioni che questi stessi personaggi hanno creato rendendo sempre più difficile per una donna scegliere di avere un figlio in quanto non in grado di mantenerlo o di offrirgli una adeguata istruzione, o in quanto addirittura succube delle minacce del padrone di turno che le prospetta il licenziamento al termine della gravidanza.

Uno strumento di difesa delle donne

Chi come noi oggi difende la 194 di fronte all’attacco della destra non sostiene il ricorso all’aborto come uno strumento positivo per la liberazione della donna, ma come un mezzo per difendere la donna di fronte agli attacchi dei padroni e di tutte quelle forze, a partire dalla Chiesa cattolica, che la vorrebbero o allontanata dalla società, chiusa in casa a dedicarsi a quei lavori di assistenza sociale sui quali non intendono investire, o lavoratrice sfruttata, perennemente minacciata di perdere l’impiego e quindi di non riuscire a mantenere figli e genitori anziani se non accetta passivamente le norme reazionarie sul lavoro. Così si attribuisce alla donna il compito di badare al focolare domestico togliendole i mezzi per farlo se contemporaneamente coltiva la pericolosa ambizione di una propria autonomia economica e un ruolo sociale.

Settori importanti della sinistra sostengono in parte le proposte del governo: D’Alema ha affermato di accettare la presenza dei volontari del Movimento per la vita nei consultori, Livia Turco ha presentato una proposta di legge insieme alla Margherita per dare un sostegno ad hoc alle madri in condizioni di disagio economico, se rinunciano ad abortire; non solo un avvilente ricatto, ma anche un’elemosina, considerato che l’erogazione dell’assegno terminerebbe con il dodicesimo mese di età del bambino; evidentemente per la Turco dopo tale età i figli si mantengono da soli.

Queste proposte del governo sono finalizzate a limitare la presenza delle donne sul lavoro, a limitare il loro impegno nella lotta per difendere il loro diritto a un impiego decoroso, appagante, a garantirsi condizioni di vita che permettano loro di coltivare le proprie passioni e i propri affetti. È necessario opporsi alle manovre della destra, rompendo lo spesso strato di ipocrisia che le circonda. Le lavoratrici e i lavoratori non hanno bisogno di una riaffermazione dell’istituzione della famiglia per permettere ai padroni delle aziende e alle forze politiche loro complici di aumentare il controllo sulla propria vita, ma hanno bisogno di un aumento dell’occupazione, della qualità del lavoro, della qualità dei servizi sociali disponibili per tutta la collettività, hanno bisogno di riappropriarsi del tempo e degli spazi che sono stati loro sottratti sull’altare del dio profitto. E in questo scontro nulla potrà essere delegato. Le forze politiche del centro-sinistra hanno manifestato troppa incertezza colpevole su questo fronte per non parlare della loro compromissione sulla legislazione sul lavoro. Solo la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici, diretti interessati, permetterà di sconfiggere questi attacchi reazionari e di conquistare definitive vittorie per la causa dell’emancipazione femminile.

 20-12-2005

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