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Libera scelta o diritto negato?

Da anni le statistiche rilevano come il tasso di natalità in Italia sia uno fra i più bassi in Europa e di come, soprattutto nell’ultimo decennio, è aumentata l’età anagrafica delle donne che concepiscono il primo figlio.

Di solito la pubblicazione di tali dati viene commentata da istituzioni e politici con un allarmismo fatto di pesanti accuse moraliste e bigotte: si incolpa la diffusione degli anticoncezionali, delle pratiche abortive legali, l’eccessivo individualismo femminile che ha portato la donna a preferire una propria realizzazione professionale all’impegno familiare.

Si denuncia dunque una crisi della “famiglia” e si capisce bene perché tanta preoccupazione provenga da vari esponenti dell’attuale governo, nonché dalla Chiesa, che da sempre si pone a difesa della famiglia fondata sul matrimonio: da secoli infatti la famiglia svolge un ruolo essenziale nella produzione di servizi per la cura e l’assistenza dei suoi componenti. Tutte incombenze e sacrifici che naturalmente ricadono sulle spalle delle donne, vista l’assenza di uno stato sociale che garantisca dei servizi pubblici e gratuiti.

Se difatti analizziamo i dati di una recente indagine Eurispes sul lavoro precario ci rendiamo conto di come la scelta della maternità sia strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e come tale scelta non sia così libera, bensì condizionata dalla precarietà lavorativa e dalla difficoltà di riuscire a conciliare lavoro e impegno familiare e domestico.

I lavoratori atipici si vedono precari e poco protetti: circa i due terzi degli intervistati lamenta difficoltà nel fare progetti o effettuare determinate scelte. Per il 76,3% delle donne, infatti, la flessibilità non genera un maggiore controllo sulla propria vita, piuttosto, ostacola la capacità progettuale, minando la possibilità di operare qualsiasi scelta per il futuro. Non è casualità se infatti l’89% del campione intervistato non sia sposato e il 93,5% non abbia figli. Per quanto riguarda, in particolare, la tutela della maternità, il 90,5% delle donne e l’83,9% degli uomini ritiene che questo fondamentale diritto sia poco o per niente garantito ai lavoratori atipici.

La precarietà della propria condizione lavorativa, nonché l’entità della retribuzione percepita (ben l’82,9% delle lavoratrici atipiche non percepisce più di 1.000 euro mensili, il 30% non oltre i 400 euro mensili) ha influito in misura molto o abbastanza significativa sulla scelta di avere un figlio ad avviso del 30% degli intervistati che non hanno figli, del 40% di quanti hanno un unico figlio e del 28,6% di coloro che hanno almeno due figli.

Elemento importante che condiziona la scelta di maternità è la carenza di strutture pubbliche per la prima infanzia: il 32% dei bambini iscritti rimane in lista d’attesa, così che le famiglie sono costrette ad arrangiarsi, a chiedere aiuto a nonni o parenti o pagare una baby sitter o un asilo nido privato. Le strutture private coprono oltre un quinto dell’offerta complessiva e sono costosissimi: una retta mensile molte volte corrisponde allo stipendio di una lavoratrice che, pur di non perdere il lavoro e in mancanza di alternative, accetta di pagarla.

I nido aziendali, ora presentati come soluzione alla mancanza di nido comunali, rappresentano solo un altro modo per assicurare ai padroni un ulteriore fonte di profitto: l’ottimale utilizzo della struttura sarà garantito, quando la natalità delle proprie dipendenti scenderà, dalla possibilità di coprire i posti vacanti con i bambini residenti nel comune iscritti nella lista d’attesa, mentre quando la natalità delle lavoratrici aumenterà, verranno sacrificati i posti a disposizione della lista d’attesa comunale!

Inoltre la presenza dei nido in azienda, lungi dal rappresentare una conquista per le lavoratrici -per giunta costosa!!! - favorirà anche l’aumento degli orari di lavoro: sulla lavoratrice verrà così esercitata una pressione - dato che non avrà più motivo di assentarsi per accudire ai figli - e sarà perciò costretta ad adattarsi a qualsiasi orario, oltre a diventare anche più ricattabile.

Molta strada vi è ancora da fare per una reale ed effettiva emancipazione delle donne e per porre fine allo sfruttamento di cui sono vittime: la lotta non può dunque essere limitata solamente a rivendicazioni specifiche, quali il diritto e la tutela della maternità, ma deve assumere un chiaro riferimento anticapitalista, affinché anch’esse possano prendere coscienza della propria forza e della necessità di lottare per l’abbattimento di un sistema che oggi le rende schiave.

07-09-2005

 

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