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Nelle scorse settimane ha fatto capolino sulle pagine dei giornali la notizia dell’approvazione, con il voto favorevole di alcuni parlamentari dell’Ulivo, di un emendamento alla legge finanziaria che prevede l’erogazione di un assegno di € 1.500 alle donne incinte che rinunciano ad abortire scegliendo, dopo il parto, di affidare il proprio figlio ad un istituto affinché venga adottato.

 

È lecito chiedersi chi trarrà vantaggio da questo provvedimento.

Non certo il nascituro, in difesa del quale Chiesa e centrodestra dicono di volersi battere: sappiamo che, anche a causa della macchinosità dell’attuale legge sulle adozioni, questi bambini rischiano di passare in istituto la maggior parte della propria infanzia in attesa di una famiglia.

Viene inoltre lesa gravemente la dignità femminile: si ritiene di poter comprare il consenso di una donna offrendole del denaro, come se “l’altra metà del cielo” fosse sensibile solamente al richiamo delle cose materiali, incapace di prendere decisioni ponderate e quindi propensa ad abortire perché non capisce cosa le sta succedendo.

L’emendamento ritiene poi di poter quantificare il valore di una gravidanza, e quindi anche di una vita umana: si dice nella sostanza che ogni bambino che nasce vale € 1500; questo “favoloso” compenso equivale a circa 5,50 euro per ogni giorno di gravidanza vissuto dalla donna.

È quindi evidente che le ricadute materiali di questo provvedimento sono inesistenti. Ciò significa che il vero obiettivo è un altro: si vuole iniziare lo smantellamento della legge 194, quella che garantisce alle donne il diritto di abortire in strutture sanitarie pubbliche, con anestesia e con assistenza medica.

Se il diritto dei medici a poter esercitare la propria obiezione di coscienza non ha sortito gli effetti desiderati - le donne infatti continuano ad abortire - la destra e la Chiesa hanno capito che occorre cambiare rotta. Dal momento che abrogare la legge 194 scatenerebbe esplosioni sociali e mobilitazioni impossibili da contenere, l’attuale governo del Bel Paese ha deciso di svuotare di significato la 194 rendendola inapplicabile, con una serie di misure che, considerate separatamente,  non sembrano poi tanto pericolose, ma che nell’insieme si rivelano indicatrici di un progetto finalizzato a togliere alle donne qualsiasi potere decisionale sul proprio corpo. È emblematico che tale provvedimento sia stato approvato in concomitanza con il varo della legge sulla procreazione medicalmente assistita, di stampo clericale e reazionario. Emerge la volontà di definire la donna come un semplice contenitore del frutto della volontà divina, incapace di decidere relativamente alla opportunità di avere figli ed impossibilitata (con l’avallo della legge terrena) ad andare contro ciò che Dio ritiene giusto.

La donna quindi non può ribellarsi a ciò che altri (le classi dominanti) hanno deciso per lei: fare figli per il mercato, essere semplice riproduttrice di forza-lavoro.

Di fronte ad un attacco di così vasta portata non resta che riprendere la lotta ricordando uno slogan scandito dalle donne nelle manifestazioni degli anni ‘70 per l’approvazione della legge sull’aborto: “Non siamo strumenti per la riproduzione ma donne in lotta per la liberazione!”

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