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Un bilancio politico su un fallimento annunciato

Mai sconfitta fu più annunciata di quella che, già nella tarda mattinata di domenica 12 giugno, con la diramazione dei primi dati sull’affluenza alle urne, ha travolto il variegato fronte referendario. A smentire immediatamente l’ipotesi di un’involuzione in chiave clerico-fascista della società italiana nel suo complesso, intervengono i risultati di un sondaggio realizzato dall’istituto Coesis research di Milano: solo il 24% degli aventi diritto si sarebbe astenuto sulla base di una precisa scelta politica e di un effettivo condizionamento da parte delle gerarchie ecclesiastiche. La restante area dell’astensione include, con variazioni poco significative, i disimpegnati ‘cronici’, i non informati e i critici verso lo strumento referendario (A. Fabozzi, Procreazione: neoconservatori? No, disimpegnati, Il Manifesto, 22 giugno 2005).

PMA: uno scenario nuovo per la lotta di classe

Alla luce di questo dato, occorre rintracciare nell’inerzia dello schieramento referendario le ragioni di una sconfitta di cui le lavoratrici, le studentesse e le disoccupate scontano in prima persona tutto il peso. Deve essere chiaro fin da subito, infatti, che la vittoria dell’astensione non prelude a possibili attacchi futuri alla normativa che legalizza l’aborto: la legge 194 è stata permanentemente in discussione, fin dalla sua promulgazione, compromessa dall’amalgama tra il progressivo disimpegno pubblico in ordine all’assistenza sanitaria e un’antica e ben radicata connivenza tra istituzioni ospedaliere e organizzazioni cattoliche. La situazione risulta ora aggravata dalla impossibile convivenza giuridica tra la legge 40 e la 194, minata già da tempo dai sistematici tentativi di cancellare, dal contesto delle relazioni sociali, ogni traccia di autodeterminazione femminile.

Che lo scontro sulla cosiddetta procreazione medicalmente assistita rappresentasse un terreno fertile per investire politicamente sul conflitto sociale è ciò che il fronte referendario ha deliberatamente deciso di ignorare, in nome di un’artificiosa compattezza interpartitica che non ha lasciato spazio a distinzioni: essa, di fatto ha consentito il prevalere, nella campagna per i quattro Sì, di argomentazioni di tipo liberale, in sintonia certamente con la coscienza di quella parte di borghesia che ha deciso di appoggiare i referendum, ma totalmente incapaci di diffondere una coscienza di massa relativa ai veri interessi in campo (una coscienza simile, per intenderci, a quella che abbiamo per esempio riscontrato fra le combattive operaie della Sàfilo in lotta, che anche del referendum volevano discutere in occasione di un recente presidio fuori dai cancelli di uno stabilimento friulano).

In questa circostanza, il vecchio mito dell’unità ha trovato potenti coperture ideologiche, differentemente articolate, ma solidali nell’obiettivo di fondo: scoraggiare le lavoratrici e i lavoratori dal prendere parte attiva alla battaglia referendaria.

Le coperture ideologiche in questione sono, sostanzialmente, le seguenti: 1) la natura dei quesiti, sulla cui complessità si è molto discusso, dando adito all’idea che un voto informato e responsabile potesse provenire soltanto da specifiche competenze scientifiche e filosofiche fuori dalla portata dei lavoratori; 2) l’immancabile appello alla ‘coscienza’ che accompagna ogni ragionamento su questioni bioetiche, salvo poi dimenticare che la coscienza in questione - che certo coscienza di classe non è - risulta da un impasto di paure e pregiudizi facilmente manipolabili; 3) l’adesione incondizionata dei referendari alla nuova religione della vita -quattro Sì per la vita, recitavano i manifesti diessini-, assunta acriticamente come motivo in grado di scongiurare una lacerazione tra laici e cattolici. Chi oserebbe parlare male della vita?

LA RETROMARCIA

DELL’UNIONE

La sinistra nel suo complesso si è docilmente adattata a questo ordine del giorno, praticamente senza eccezione: Rifondazione Comunista si è lasciata notare per l’inconsistenza della sua partecipazione al dibattito, salvo riporre infondate speranze in un voto ‘disobbediente’ dei cattolici, memore forse dei fasti referendari del 1974 e del 1981. Il rifiuto ostinato di politicizzare il dibattito ha confuso tanti militanti, disorientati dall’indisponibilità del gruppo dirigente bertinottiano a contribuire alla ripresa di quell’impegno anticlericale che noi, al contrario, consideriamo indispensabile per respingere l’aggressività delle gerarchie ecclesiastiche.

I dirigenti della Cgil, poi, mentre imperversavano sui quotidiani nazionali gli appelli fondamentalisti all’astensione di un Pezzotta ostentatamente incurante delle relazioni diplomatiche fra Confederazioni, hanno atteso il terzo giorno antecedente al voto per ufficializzare la propria posizione, rinunciando preventivamente alla mobilitazione nei luoghi di lavoro: quanti sono stati i delegati e le delegate messi nelle condizioni di promuovere nei propri luoghi di lavoro comitati per il Sì in grado di diffondere la consapevolezza relativa al legame fra il merito dei quesiti e la drammaticità della questione sociale?

Per quanto riguarda i Ds, la preoccupazione fondamentale, acuitasi con lo strappo di Rutelli e l’eloquente silenzio di Prodi, è stata quella di rassicurare la borghesia e le sue componenti al servizio del Vaticano sulle proprie buone intenzioni circa la possibilità di disciplinare la materia in esame senza provocare scosse politiche e, ancor più, sconvolgimenti di natura sociale. La ‘normale’ riproduzione di questa forma sociale di vita - di che altro si parla, se non di questo, quando la Vita è chiamata in causa? - ha trovato in Fassino un garante affidabile, intenzionato a lasciare alle Chiesa e ai suoi tradizionali bracci politici il ‘lavoro sporco’ di propaganda oscurantista per mascherare, dietro una facciata tollerante, democratica e liberale, una sostanziale ostilità a mettere in discussione gli attuali rapporti di forza.

La subalternità ideologica si ritorce contro le lavoratrici

 

Da questo punto di vista, abbiamo potuto renderci nitidamente conto di come la subalternità (culturale, non solo politica) delle sinistre al centro moderato della politica italiana impedisca persino di mettere in campo un impegno serio per quelli che un tempo venivano definiti diritti civili. L’Unione si sta rivelando un dispositivo utile ad ingabbiare le disponibilità alla mobilitazione pure sul terreno democratico, oltre che su quello sociale.

In questo contesto, non sorprende la confusione creata fra le masse, che in qualsiasi momento della giornata potevano accendere il televisore o aprire un quotidiano e trovare la ministra Prestigiacomo ad accanirsi per la difesa della 194 o la ‘pasionaria del No’ Rosi Bindi ad agitare i temi del servizio sanitario gratuito esteso alle tecniche di fecondazione artificiale. Era veramente immaginabile pensare che potesse dilagare una percezione di massa degli aspetti di classe del confronto sulla legge 40,
con una sinistra disponibile a fare fronte, nel nome di una logica referendaria deteriore, con personaggi del calibro di Capezzone e Fini?

Non deve nemmeno stupire quel persistente fondo di paura legato all’impiego medico delle biotecnologie - orientato a monte dall’industria farmaceutica - che molti ha trattenuto dal voto: paura alla quale certamente non si offre risposta né riattivando ritornelli dal sapore gobettiano sul “qualunquismo: autobiografia degli italiani”, né tanto meno ingaggiando battaglie ideologicamente subalterne alle posizioni dei radicali, che con le parole d’ordine “libertà”, “diritti” e “laicità” si dispongono a sconsacrare i valori reazionari della Chiesa solo per riconsacrare quelli non meno reazionari del mercato, al quale ben volentieri lasciano il compito di (non) rendere praticabili i diritti di cui vanno discorrendo.

Restituiamo la parola alle lavoratrici!

 

Solo apparente, pertanto, è il paradosso che ha messo la sinistra nelle condizioni di lasciare che l’unica voce critica sia stata quella di alcune femministe che, tuttavia, hanno affidata alle pagine di qualche quotidiano il
proprio punto di vista: da tempo, infatti, hanno abbandonato le piazze, in nome di un pensiero della differenza che non fa più marciare le lavoratrici, per via di una sconnessione tra l’analisi dell’ordine simbolico e quella dell’ordine materiale che ha
finito con il privilegiare la critica del primo.

Se questo necessario raccordo sia impossibile o attuabile è un nodo che difficilmente si potrà sciogliere fino a quando chi ha cuore le sorti delle lavoratrici non si deciderà a scorgere il conflitto e la sua specifica strutturazione là dove altri non vedono nulla, e a scegliere di conseguenza i propri interlocutori, senza rimandare al futuro i problemi che attanagliano un presente devastato dall’incapacità perdurante di funzionare del sistema capitalistico. Chi scrive non nutre dubbi sul merito di questa scelta: la difesa e il rilancio dei diritti delle lavoratrici s’intersecano non con la sensibilità progressista di qualche borghese più o meno illuminato, ma con le lotte di massa che il movimento operaio ha ripreso ad opporre al dominio delle classi dominanti.

Ed è proprio questa convinzione che ci fa dire che la scommessa di un referendum da vincere rinunciando ad articolare percorsi di mobilitazione di massa contro la legge 40 non poteva che essere persa in partenza. La lotta per la cancellazione (non per la correzione) delle leggi reazionarie dovrà passare per altre strade. Le sapremo trovare.

 

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