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Le manifestazioni del 14 gennaio a Milano e dell’11 febbraio a Napoli e Roma contro gli attacchi della Chiesa e della destra hanno dimostrato una radicalità che va ben al di là della difesa della legge 194: migliaia di donne sono scese in piazza per rivendicare la fine dello sfruttamento femminile, dei tagli allo stato sociale e della precarietà dilagante!

Negli ultimi mesi gli attacchi ai diritti delle donne, in particolare alla legge che tutela il diritto all’aborto, si sono tradotti prima nell’ approvazione della legge sulla fecondazione assistita, poi con la proposta di un’indagine conoscitiva sull’attuazione della legge 194, volta esclusivamente a favorirne una “riforma”. L’ esito dell’indagine ha rilevato, contrariamente alle aspettative dei suoi promotori, che grazie a questa legge gli aborti si sono ridotti del 41,8% negli ultimi 11 anni. Evidenti risultano però le carenze di strutture: a fronte di un obiettivo di un consultorio ogni 20 mila abitanti, la media nazionale è di 0,86 consultori, con forte disomogeneità da nord a sud. L’indagine della commissione governativa si conclude con il sottolineare l’auspicio con cui questa era nata: avviare una “riforma della 194” attraverso “incentivi volti ad agevolare forme di collaborazione tra consultori e associazioni di volontariato”. Con quali associazioni? Quelle dei volontari del Movimento per la Vita?

L’attacco continua comunque indiscriminato: il ministro Storace, dopo aver sospeso la sperimentazione della pillola abortiva RU 486 (che permette di tutelare maggiormente la salute della donna evitando l’intervento invasivo) all’Ospedale S. Anna di Torino, sta tentando di impedire l’utilizzo di questo farmaco in molte Asl della Toscana, dove la pillola viene prescritta e importata dalla Francia.

Dobbiamo respingere questi vergognosi attacchi: la donna non è un oggetto, ha diritto all’autodeterminazione del proprio corpo, alla responsabilità di una scelta e ad avere uno stato sociale che tuteli la propria maternità. L’aborto è una scelta difficile che molte donne sono costrette a prendere (la giovane età, il contesto familiare, una violenza sessuale, le condizioni di salute dell’embrione), consapevoli anche delle difficoltà che avere un figlio comporta. La precarietà lavorativa, la privatizzazione dell’istruzione e della sanità impediscono di vivere la maternità come una libera scelta: a ben poco servono gli incentivi alla natalità (bonus e assegni familiari), vera e propria elemosina, per giunta garantite “alle famiglie” in condizioni di disagio economico e non “alla donna” in quanto tale. Bisogna eliminare le cause che sono alla base dello sfruttamento della donna, che deve quotidianamente sobbarcarsi i compiti che lo Stato non assolve: cura degli anziani, educazione dei figli, amministrazione della casa.

Le mobilitazioni di Milano e Napoli dimostrano come tante donne siano stanche della propria condizione di sfruttate: molte di loro ne ignorano le cause, che sono strettamente legate alla società nella quale viviamo. L’unica strada per raggiungere una reale emancipazione delle donne è spezzare la causa principale dell’oppressione che è il sistema capitalista. Per questo è importante continuare a discuterne: ma non limitandoci ad un appello al candidato dell’Unione (così come fatto dalle promotrici della mobilitazione di Milano), bensì cercando di coinvolgere le donne nei posti di lavoro, nelle scuole, le donne immigrate così come abbiamo fatto a Udine in occasione dell’8 marzo organizzando un’assemblea per riscoprire questa giornata come giornata di lotta contro l’oppressione capitalistica!

10-03-2006 

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