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e Veltroni strizza l’occhio…


La campagna della Chiesa e della destra contro il diritto all’aborto torna più vigorosa che mai. Giuliano Ferrara ha avuto il pregio di parlar chiaro: chiede una moratoria sull’aborto in difesa della vita umana come quella varata dall’Onu sulla pena di morte. Di fatto ha paragonato le donne che esercitano un loro diritto sul loro corpo e sul loro futuro ai boia di Stato.

Il Papa ha subito fatto sentire la sua voce auspicando un “dibattito politico sul carattere sacro della vita umana” e richiamando tutti noi a un “uso morale della scienza”.

È evidente la provocazione. Sarebbe stato possibile archiviare la questione come una simpatica forma di folklore medioevale, che ancora resiste in Italia, ma le cose non sono così semplici. Sandro Bondi di Forza Italia ha subito presentato alla Camera una mozione nella quale si chiedono sostanziali modifiche alla Legge 194/78 che tutela il diritto all’aborto: fissare il limite massimo per l’aborto terapeutico a 22 settimane, obbligare le Regioni a informare sul numero di colloqui per abortire e sui bambini nati vivi in aborti tardivi, rendere obbligatoria la verifica di malformazioni e anomalie del feto anche dopo l’aborto. In sostanza uno stravolgimento della legge e una vergognosa umiliazione per le donne che chiedono di abortire.

Anche nel centrosinistra si vuole cogliere l’opportunità di “aprire un dibattito”. La Binetti e il suo gruppo di fondamentalisti cattolici ha già dichiarato di votare la mozione Bondi; Veltroni si rende disponibile a un dialogo con Bondi e Ferrara sull’argomento e dichiara “non mi spaventa una discussione che tenga a rafforzare gli aspetti di prevenzione, perchè l’aborto non è un diritto assoluto, ma è sempre un dramma da contrastare e prevenire”. Che abortire sia un dramma da prevenire non abbiamo bisogno di Veltroni per saperlo e del resto c’è anche scritto sulla legge 194; che l’aborto non sia una diritto assoluto, questa è un’interessante interpretazione dei diritti delle donne, in netta contrapposizione con quanto milioni di donne hanno rivedicato e ottenuto attraverso lotte e vicende drammatiche.

Oggi l’attacco alla 194 si chiama “rafforzamento della prevenzione”. Fetente ipocrisia.

L’unico modo per garantire una vera prevenzione è il potenziamento dei consultori familiari sul territorio e la diffusione nelle scuole di lezioni di educazione sessuale promosse dai consultori stessi, cioè invertire la politica, seguita finora da tutti i governi e dalle Regioni, di tagli ai finanziamenti alla sanità pubblica territoriale.

La legge 34/96 prevede un consultorio ogni 20mila abitanti, nel 2003 ce n’erano 0,8 e nel 2005 questo rapporto era sceso a 0,71, in tutto 2063 strutture, che significa un consultorio e mezzo ogni 10mila donne fra i 15 e i 49 anni.

La Lombardia guida le regioni dove ci sono state maggiori chiusure di consultori: si è passati da 346 a 179 consultori pubblici, in compenso Formigoni ha trovato i soldi per finanziare il Cav (Centro di aiuto alla vita) dell’ospedale Mangiagalli e per la legge che garantisce la sepoltura dei feti.

Nonostante tutto i consultori restano punti di riferimento fondamentali per le donne.

Bondi strumentalmente sostiene che le Regioni devono rendere conto sull’andamento degli aborti, ma in realtà già la legge 194 stessa prevedeva strumenti di verifica, tale per cui ogni anno il Sistema di sorveglianza epidemiologico della Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) gestito dall’Istituto Superiore della Sanità (Iss) e dal Ministero della Salute, insieme all’Istat e alle Regioni fornisce dati molto dettagliati che vengono presentati annualmente al Parlamento dal Ministero della Salute.

In questi dati si evince che il 35,7% dei certificati per le Ivg vengono rilasciati dai consultori, che rappresentano, rispetto ai consultori privati o al medico di famiglia, la struttura privilegiata. Questo perchè nonostante le difficoltà a garantire un servizio complessivo di sostegno alle donne sul piano medico, ma anche psicologico, tali strutture vengono viste come libere e slegate dai legami familiari, con personale competente di cui, in momenti difficili, si può avere fiducia.

C’è poi un’altra ragione: l’impennata di accessi a queste strutture da parte di donne immigrate. Il 49,6% dei certificati per le Ivg a donne straniere viene rilasciato dai consultori.

Per queste donne il consultorio è una sorta di porto sicuro, molte di loro sono clandestine, non hanno famiglia e se ce l’hanno, spesso è bene per loro allontanarsene per difendere la propria salute.

Certamente la riduzione dei consultori colpisce in modo particolare le giovani donne immigrate. Sempre secondo i dati del suddetto sistema di sorveglianza, il tasso di abortività su mille italiane con una età compresa fra i 18 e i 24 anni è dell’11,2 (in calo rispetto agli anni precedenti), lo stesso tasso per la stessa fascia di età su mille straniere è del 56,1 (in netto aumento).

Le stesse cifre assolute dell’andamento delle Ivg segnalano questo processo. Gli aborti in totale sono in netto calo, nel 2005 ne sono registrati 132.790 (un calo del 7,2% rispetto all’anno precedente e del 44,6 rispetto al 1982), e anche nel 2006 sono calati di un altro 2,1%. Calano però le Ivg delle donne italiane, ma aumentano vertiginosamente quelle delle donne straniere, nel 2005 sono state praticate 37.973 Ivg, il 29,6% del totale, nel 1998 erano 13.914: in sette anni sono quindi quasi triplicate.

Questo significa che i consultori, nonostante tutto e grazie alla forte spinta motivazionale dei loro operatori, hanno svolto un ruolo importante di prevenzione, ma di fronte alla problematica dell’immigrazione, per poter assolvere ai propri compiti hanno bisogno di finanziamenti pubblici, nuovo personale medico e di mediatori culturali e linguistici.

Parlare di prevenzione a prescindere dalla realtà concreta è del tutto fuorviante, così come parlare di tutela degli immigrati, politiche per l’integrazione o battaglie contro l’oscurantismo religioso o familiare, senza investire nella sanità pubblica è analogamente ipocrita.

L’altro nuovo cavallo di battaglia della destra sono gli aborti tardivi, nei quali il feto, grazie al recente sviluppo scientifico, potrebbe sopravvivere anche a poche settimane di vita. Con l’aborto terapeutico si opererebbero pertanto veri e propri omicidio. E ci risiamo.

Innanzitutto la 194 stabilisce l’interruzione volontaria a 90 giorni e a questa età nessuno si sogna di affermare, per ora, che il feto possa sopravvivere. Va chiarito che dopo i 90 giorni l’interruzione volontaria non si può più fare. La legge 194 parla di aborto terapeutico solo in caso di malformazioni accertate nel feto o di complicanze che possano ledere la salute della donna o del feto. In questi casi la donna, previo parere del medico, può ricorrere all’aborto terapeutico. In questo caso non c’è un termine, ma è ovvio che sia così, visto che dipende da molti fattori, non da ultimo dal medico che ha in cura la donna, dalle sue condizioni di salute, ecc.

Ma vediamo ancora i dati concreti del sistema di sorveglianza. Le Ivg entro i 90 giorni sono il 97,3% del totale degli aborti. Gli aborti fra la 13esima e la 20esima settimana sono il 2% e quelli praticati oltre la 21esima settimana sono lo 0,7%.

Verificando concretamente la dimensione del problema si può cogliere il carattere del tutto strumentale di questo attacco e la gravità di quanti, pur conoscendo queste cifre, prestano attenzione e danno credito alle sparate della destra e della Chiesa.

D’altra parte fin dalla promulgazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita nella quale si è introdotta l’esistenza dell’embrione quale soggetto giuridico autonomo dalla donna, era evidente che quello sarebbe diventato il grimaldello per allargare sempre di più la breccia. Formigoni ha già varato le linee guida pr l’applicazione della 194, mettendo un tetto a 22,3 settimane per l’aborto terapeutico e a Milano due ospedali hanno fissato un tetto a 22 settimane. Ora viene messo in discussione il diritto all’aborto terapeutico, il prossimo passo sarà il diritto all’aborto tout court, che come ci ha spiegato Veltroni non è un diritto assoluto.

A fare il controcanto a Bondi e alla sua corte, c’è un intero schieramento di ginecologi che soffre e si dimena all’idea di uccidere questi poveri feti. Ci piacerrebbe conoscere questi numerosi ginecologi sofferenti. A quanto risulta dalle statistiche il 58,7% di loro sono obiettori, cioè non praticano aborti. Curiosamente, questo dell’obiezione, è il dato che il sistema di sorveglianza fa più fatica a raccogliere. Diciamo però che nel nord l’obiezione è al 63,1%, al centro del 70% al Sud del 50%. Ci sono interi ospedali che non praticano Ivg, in tutta Genova c’è un solo ginecologo non obiettore con un bacino d’utenza di quasi mezza Liguria.

Questo comportamento vergognoso allunga i tempi di attesa, costringe molte donne a riunciare ad esercitare un proprio diritto ed è nei fatti lo strumento attraverso il quale lo si rende inesistente perchè non esigibile.

I signoroni con il camice bianco dicono che soffrono, però non li abbiamo sentiti piangere quando prima della 194 ogni anno morivano di aborto illegale oltre 20mila donne sotto i ferri delle mammane, così come non piangevano quando chi se lo poteva permettere si recava presso le loro cliniche private a sborsare le milionate pur di abortire.

Certo, non ci sono responsabilità individuali che si tramandano solo perchè si è dottori, ma i dottori hanno un grande potere che deriva loro dalla conoscenza e nella misura in cui questo potere viene usato per umiliare e predeterminare una  parte di genere umano è sufficiente per mettere sul banco degli imputati una bella fetta della categoria.

La mozione Bondi, essendo caduto il governo, è stata per ora messa nel cassetto, ma i diritti lesi restano, perchè a livello territoriale i consultori si impoveriscono e pezzo per pezzo le conquiste delle donne vengono meno.

Non possiamo pensare di invertire questo processo con iniziative rituali. Il movimento Uscimo dal silenzio ha avuto un ruolo nel 2006 portando in piazza centinaia di migliaia di donne, ma si è poi chiuso in se stesso, vittima della diplomazia verso il centrosinistra. Per tornare a strappare terreno all’avversario bisogna invece rompere ogni diplomazia e partire dalla cruda realtà, dai luoghi di lavoro, di studio, dalla condizione delle immigrate e degli immigrati e rivendicare non solo il rispetto della 194 e la tutela della salute della donna, ma un vero stato sociale pubblico laico e garantito a tutte e a tutti.

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