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In lotta per la 194 e i diritti delle donne
 
Lo scorso febbraio ha visto l’apoteosi della campagna antiabortista. Un portantino del Nuovo Policlinico di Napoli telefona al 112 per denunciare un infanticidio, “una donna sta abortendo in bagno”. Il giudice autorizza l’intervento: ben sette poliziotti partono in immediata difesa del feto, rara tanta solerzia da parte delle forze dell’ordine.

I fatti sono noti, l’aborto era terapeutico e a norma di legge e chi finisce sotto inchiesta del ministero sono il giudice e la polizia.

Miseramente l’apoteosi si sgonfia, ma non possiamo accontentarci del lieto fine tranquillizzante.

La campagna della Chiesa continua martellante. Il Cardinale Ruini nel gennaio scorso è andato in televisione, ha avviato la sua campagna elettorale, simpaticamente faceva il verso alla Littizzetto, accettando l’appellativo da lei appioppatogli, “Eminence”, e altrettanto simpaticamente ha detto che la 194 è “una legge intrinsecamente cattiva che autorizza l’uccisione di un essere umano innocente”, che la Chiesa non incita alla rivolta perché è una organizzazione caritatevole, purtuttavia i cattolici non possono ritenersi autonomi nel sostenere “leggi eticamente sbagliate”.

Come fa il povero portantino cattolico a non sentire l’urgenza di telefonare alla polizia mentre si sta uccidendo sotto il suo naso un innocente indifeso? E come lui quel 60 per cento di ginecologi che rifiutano di applicare la 194 in virtù dell’obiezione di coscienza.

Scienza e falsa coscienza

Lo scontro recente fra la federazione degli ordini dei medici e le associazioni dei medici cattolici non ha un carattere meramente accademico

Alessandro Caruso, professore alla Cattolica di Roma e direttore della clinica ostetricia dell’ospedale Gemelli, sostiene che “per consentire gli aborti terapeutici oltre la tredicesima settimana, viene chiamato in causa il rischio per la salute psichica della madre”, Caruso ritiene che “questa clausola venga usata come un alibi per fare qualunque cosa.”

Giuseppe Noia, docente di medicina prenatale alla Cattolica di Roma e presidente della commissione scientifica dei consultori cristiani: “La 194 viene usata come controllo delle nascite, la Ru 486 costringe la donna ad assistere all’agonia del figlio in nome di un aborto ‘facile e sicuro’”.

Queste dichiarazioni sono palesemente false, la salute psichica della donna viene chiamata in causa solo in presenza di malformazioni e patologie gravi del feto, non giustifica in sé un aborto. Per non parlare della 194 come strumento di controllo delle nascite: fra le italiane in 20 anni gli aborti sono calati del 60%! Ricordiamo che secondo un’indagine del 1970 del Ministero della Sanità in Italia si praticavano 750mila aborti clandestini, secondo altre autorevoli fonti la cifra reale si aggirava attorno ai tre milioni. Se la Ru 486 rappresenta la morte lenta e a buon mercato, cosa dire delle 20mila donne che ogni anno morivano di aborto prima di vedersi tutelate dalla scienza medica?

Basta finanziamenti alla sanità privata

Gli accademici cattolici, che rappresentano il braccio “scientifico” della campagna clericale, possono permettersi tali falsità con una certa dose di determinazione e aggressività perché la politica economica di tutti i governi li ha sostenuti e foraggiati.

I tagli ai finanziamenti alle strutture sanitarie territoriali hanno favorito le alte gerarchie mediche di stampo cattolico, arroccate nei loro santuari pubblici o privati, comunque gestiti nei loro interessi privati.

I governi nazionali e regionali di entrambi gli schieramenti hanno sostenuto quasi esclusivamente le cosiddette “eccellenze”, i grandi ospedali, i grandi nomi, i Veronesi di turno, abbandonando ogni riferimento al carattere capillare del diritto alla salute.

La politica della cosiddetta “sussidiaretà” ha significato un trasferimento pauroso di risorse pubbliche in strutture private, dove non solo prevalgono spesso gli orientamenti cattolici, ma dove la qualità del servizio offerta all’utenza è pesantemente inficiata dal bassissimo livello dei diritti dei lavoratori di queste strutture.

Non è casuale il dilagare dell’obiezione di coscienza. Emerge sempre con maggiore chiarezza quanto l’essere o meno obiettori sia diventato una vera e propria discriminante per essere assunti e collocati con la propria professionalità nelle Asl e negli ospedali, in parole povere: se non sei obiettore puoi scordarti la carriera e la crescita professionale.

Basta obiezione di coscienza

Combattere il diritto dei medici all’obiezione di coscienza non è solo una battaglia di civiltà. Non è sufficiente dire che così come chi si è battuto per l’obiezione di coscienza del servizio militare, coerentemente ha rifiutato di imbracciare un fucile, allo stesso modo un ginecologo obiettore, non dovrebbe fare il ginecologo e magari potrebbe essere invitato a specializzarsi in otorinolaringoiatria.

L’obiezione di coscienza alla 194 è diventata uno strumento selettivo della forza lavoro nei reparti di ostetricia e ginecologia. La presenza nella 194 di questa “garanzia”, perché rappresenta il cavallo di Troia con il quale vengono affossati il diritto delle donne ad abortire e la legge stessa.

Va ricordato che negli anni ‘70 la legge venne contestata da sinistra e Democrazia Proletarie e i radicali votarono contro la 194 in Parlamento.

Veniva contestato la presenza dell’obiezione di coscienza e il fatto che la donna non aveva piena libertà di scelta: le strutture del consultorio hanno per legge l’obbligo di proporre un ripensamento, prima di presentarsi in ospedale per una interruzione di gravidanza (Ivg) devono passare 7 giorni di riflessione dall’autorizzazione, nei casi di minorenne bisogna sentire il parere di chi esercita la patria potestà e nei casi controversi è il medico a decidere. Per quanto riguarda gli aborti terapeutici la decisione, salvo i casi in cui è palese il rischio di sopravvivenza della donna, il parere del medico è decisivo.

Dunque, già nel 1978 il potere delle gerarchie mediche emergeva in tutta chiarezza. Se qualcuno pensa che l’introduzione della Ru 486 possa indebolire questo potere si sbaglia.

L’introduzione della pillola abortiva non può che essere salutata positivamente, tuttavia se per assumere la Ru 486 bisognerà essere ricoverate tre giorni (quando l’Ivg tradizionale si fa senza alcuna degenza) e facile dedurre quanto la sua diffusione verrà limitata nei fatti.

Sinistra, sveglia!

Immediatamente dopo i fatti di Napoli, MicroMega ha lanciato una lettera aperta, “Caro Veltroni, Caro Bertinotti, ora basta!”, sottoscritta da Simona Argentieri, Natalia Aspesi, Sabina Guzzanti e altre, nella quale si chiedeva ai due politici una presa di posizione inequivocabile in difesa delle donne a partire dall’eliminazione dell’obiezione di coscienza, da un programma a tutela della salute della donna e dalla necessità di sradicare “la piaga della precarietà del lavoro”. Un appello sentito da tutte le donne che si sono mobilitate nei giorni successivi a difesa della 194 e che ancora saranno in piazza il prossimo 8 marzo.

Bertinotti ha risposto citando i valori della Costituzione repubblicana e la presenza costante del suo partito alle manifestazioni delle donne, non sottraendosi dal ricordare “l’azione, purtroppo per alcuni versi sfortunata, per l’applicazione del programma del governo Prodi”. Non si può effettivamente negare che le parole siano facili a spendersi, i fatti, l’applicazione appunto, molto meno.

La condizione di sfruttamento di tante donne è inumana, i salari, il mobbing, le violenze familiari ci ricordano un passato di miseria dal quale non ci siamo emancipate. Una recente indagine della Fiom ci dice che il 52% delle lavoratrici metalmeccaniche, quindi uno dei settori fra i più sindacalizzati, percepisce un salario inferiore ai 1100 euro, che una donna su tre guadagna meno di mille euro, che il salario medio è di 1246 euro per tutta la categoria.

Cosa significa “tutela della vita” in queste condizioni? Come ci si può permettere un futuro dignitoso, per non parlare di un figlio?

Auspichiamo una forte e partecipata mobilitazione il prossimo 8 marzo, ma aldilà delle caratterizzazioni, fra chi ricorda il centenario come Cgil-Cisl-Uil e chi ricorda la lotta dei bei tempi andati, la realtà è che dobbiamo uscire dai riti.

Certo, anche Veltroni ha detto che la 194 non si tocca e al tempo stesso ha chiesto che non se ne parli in campagna elettorale per non avvelenare il clima fra laici e cattolici.

Il problema non è semplicemente urtare la Binetti e il suo cilicio, il problema vero è la rimozione un dibattito sulle vere condizioni di vita, di lavoro, sulla garanzia di uno stato sociale pubblico e di qualità per tutti, tutti temi sui quali il Pd mostrerebbe alle donne che si sono mobilitate in questi mesi quanto il suo interesse per la difesa del diritto all’aborto sia poco più che formale.

Oggi difendere la 194 vuol dire lottare per una sinistra che non cede di un millimetro, né sulla precarietà, né sullo stato sociale, né sui diritti civili e che è disposta a pestare i piedi a tutti: alla Chiesa, agli apparati sindacali confederali, al padronato, al Pd, a tutti quelli che nei fatti si frappongono fra la tutela dei diritti delle donne e del lavoro dipendente e le compatibilità del sistema. L’intransigenza purtroppo non è scontata e se non vogliamo invocare la sfortuna a “babbo morto”, rimbocchiamoci le maniche.

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