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Cosa prepara il crollo delle borse?
La crisi mondiale è solo all’inizio

 Nel 1996 i profitti delle aziende dei paesi fino ad allora chiamati "tigri asiatiche" calarono bruscamente. Nessuno, nelle agenzie di "rating" e meno ancora nel Fmi e nella Banca Mondiale, batté ciglio. Neanche quando nell’aprile ’97 crollò la borsa tailandese si parlò di crisi. Nel luglio di quell’anno, mentre infuriava la crisi nelle borse asiatiche, l’Fmi si riuniva a Hong-Kong per sottolineare "il ruolo propulsore di quell’area nell’economia mondiale"!!.

Nell’autunno si ammetteva la crisi, ma veniva definita come "necessaria e benefica" per colpire gli eccessi speculativi  di quella zona e di corta durata (1/2 anni), mentre l’Europa e gli Usa potevano stare tranquille, essendo fuori pericolo di un contagio. Sebbene alcuni cominciavano a notare che dietro la bufera delle borse si nascondevano seri problemi nell’economia giapponese (centinaia di miliardi di debiti inesigibili) che avrebbero potuto creare problemi al mondo intero, le borse in Europa e in Usa, anche con l’aiuto dei capitali fuggiti dall’Asia, continuavano a crescere, dando ragione apparentemente a chi considerava la crisi in Asia come circoscritta alla regione.

Ma nella primavera di quest’anno, la crisi di borsa si allargava all’America Latina, alla Russia e infine anche all’Europa e agli Usa. Ormai è mondiale e dopo la moratoria dei pagamenti dichiarata dalla Russia e le ultime notizie dal Giappone c’è chi prevede un periodo di deflazione, di crollo dei prezzi in corrispondenza ad un calo sostenuto della domanda in tutto il mondo.

 

In 12 mesi non solo sono crollate le borse di tutto il mondo, ma anche i dogmi che i capitalisti avevano costruito lungo molti anni.

È crollato il mito del modello giapponese, il cosiddetto "toyotismo", la qualità totale", il "just in time". Il mito che perfino la Fiat aveva tentato di vendere ai propri lavoratori come la ricetta vincente per poter essere competitivi sui mercati mondiali, l’esempio che regolarmente ci veniva ricordato (i lavoratori giapponesi lavoravano duecento ore all’anno in più degli europei, ecc.) è crollato non per inefficienza, ma proprio per il suo contrario.

Mentre il Giappone viaggia verso un calo del 3,5% del prodotto interno lordo, il suo export segnerà un nuovo record. Le sue merci, ancora di più col calo dello yen, sono concorrenziali, ma il problema è che il mercato mondiale e soprattutto il suo mercato interno non sono in grado di assorbire tutti i prodotti che le aziende giapponesi potrebbero sfornare. Oggi non prevedendo più vendite e in presenza di profitti calanti, i padroni giapponesi riducono gli investimenti (-5,5%). Il tutto porterà ad una recessione ancora più profonda nei prossimi mesi.

Il Giappone, che lungo gli anni ’70 crebbe a ritmi del 6/7% annuo cercò di continuare su questi livelli anche negli anni ’80 in base ad una espansione del credito senza precedenti. Il problema è che i debiti bisogna pagarli e ora il mercato giapponese non reagisce neanche dopo che il costo del denaro è stato portato dallo 0,5% allo 0,25%!!

Il governo ha bruciato quasi 500 miliardi di dollari negli ultimi 5 anni senza ottenere altro che una lenta caduta dell’economia che non ha impedito l’arrivo della recessione. Dunque la causa ultima del crollo del Giappone è da rintracciarsi nel suo successo: il grande aumento della produttività, dello sfruttamento della mano d’opera con salari bassi aveva bisogno di un export sempre in crescita, il che non poteva continuare all’infinito.

 

È anche crollato il mito del liberalismo, che sosteneva il libero agire alle forze del mercato per ottenere il massimo utilizzo delle forze produttive e il più alto benessere per tutti. L’imperialismo è riuscito a ridurre al minimo le barriere doganali allo spostamento dei capitali, mentre la telematica e i migliori trasporti hanno portato a livelli mai visti la divisione internazionale del lavoro.

Ma, oltre a procurare profitti favolosi per alcuni, queste nuove condizioni hanno reso l’intero sistema molto più fragile. Oggi il monetarismo, che era finora un articolo di fede per l’Fmi e la Banca Mondiale, è odiato in Russia, dove viene chiamato "sado-monetarismo", in Asia e presto lo sarà anche nel resto del mondo. Alla prova dei fatti queste politiche hanno portato a maggiori squilibri nella distribuzione della ricchezza e quindi a crolli generali.

Infine è stato distrutto il mito per cui era possibile prevedere l’andamento dell’economia. I maggiori istituti di ricerca
riconoscono che oltre i sei mesi le loro previsioni diventano fortemente speculative, ma il punto principale è che sono assolutamente incapaci di prevedere i crolli, i cambiamenti bruschi della situazione. Questo è dovuto al fatto che è proprio il successo del capitalismo (vedi il Giappone) ad avere nel suo grembo le cause della crisi. Così prima di ogni crisi importante i cosiddetti "indici fondamentali" sicuramente avranno segni positivi e i capitalisti accecati dai profitti passati non vedranno la crisi in arrivo.

 

Ora sulla scia della crisi finanziaria si nasconde la possibilità di una fase deflazionaria: un calo netto dei prezzi delle azioni, delle abitazioni, dei terreni provocato da un calo sostenuto e generalizzato della domanda.

Tutto ciò ricorda la situazione del capitalismo prima della II Guerra mondiale. La persistenza di alti livelli di disoccupazione, di una lotta mondiale per i mercati che in più occasioni (Africa, Medio Oriente) porta allo scoppio di guerre, ci ricorda la lotta tra le potenze capitaliste senza esclusione di colpi. Invece del nuovo ordine mondiale previsto da Bush abbiamo un disordine mondiale senza precedenti negli ultimi 50 anni.

Trent’anni dopo la II Guerra mondiale appaiono oggi come una parentesi nello sviluppo del sistema capitalista. Allora dopo le grandi distruzioni della guerra c’era tutta l’Europa da ricostruire. Inoltre gli Usa avevano le risorse per poter prestare i capitali necessari, oltre ad un mercato interno in piena espansione. Non meno importante, la paura dell’Urss e del movimento operaio costrinsero i capitalisti a fare importanti concessioni sociali (salari, sanità, educazione, pensioni) che a sua volta, aumentando il livello di vita dei lavoratori crearono un mercato di massa nei paesi industrializzati.

In una spirale virtuosa il ritmo di crescita economica fu tale che il Pil mondiale aumentò di 5 volte in 30 anni. Ma la crisi del ’73-’75 (spiegata falsamente in base alla crescita dei prezzi del petrolio) segnò la fine di questo periodo. Da allora i prezzi del petrolio sono calati in continuazione. Oggi sono 12 volte più bassi di quelli di 20 anni fa, ma l’economia non è mai tornata ai livelli di crescita degli anni ’50-’70.

Ma i capitalisti hanno voluto mantenere i loro profitti a costo delle pensioni, delle spese sociali e non ultimo dei salari dei lavoratori. La generazione operaia degli anni ’90 è la prima in 50 anni che entra in fabbrica in condizioni chiaramente peggiori di quelle dei propri genitori. Questo è il risultato dei continui cedimenti da parte dei dirigenti operai in tutti i paesi. Come era prevedibile il tentativo di restare competitivi, peggiorando le condizioni salariali e di lavoro, ha provocato una lotta tra poveri nella quale tutti perdiamo a vantaggio di una cricca di speculatori finanziari.

I lavoratori lungo questa strada hanno solo da perdere. Ma, come hanno cominciato a dimostrare i lavoratori francesi nel 1995, è possibile opporsi. I cambiamenti brutali e repentini della situazione economica provocheranno cambiamenti altrettanti bruschi e repentini nella coscienza dei lavoratori e di conseguenza nella situazione sociale e politica. I padroni in tutto il mondo si sentono sotto accusa, sanno di non poter difendere le sorti di un sistema che dall’aumento della ricchezza provoca crisi, sofferenze, guerre e miseria per i più. Così non sorprende che si continuino a dedicare tante risorse alla campagna contro le idee comuniste (vedi quest’anno il "Libro nero del comunismo"). Servono per tentar di "vaccinare" i lavoratori contro il fantasma che, 150 anni dopo il Manifesto comunista, non si aggira solo per l’Europa, ma grazie alla globalizzazione, in tutto il mondo.

 

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