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Cresce sempre più la concentrazione dei capitali

La corsa alle fusioni e alla concentrazione dei capitali pare ormai inarrestabile. Solo nell’ultimo periodo abbiamo visto accordi a catena fra i colossi dell’auto (fusione Daimler-Chrysler, accordi Nissan-Renault, Fiat-General Motors, Mercedes-Mitsubishi), delle telecomunicazioni (Aol-Time Warner), nelle banche (Fuji, Ibj e Djb in Giappone, Deutsche e Dresdner in Germania), nella chimica e farmaceutica, nelle assicurazioni, e la lista potrebbe continuare.

Le fusioni negli Usa hanno toccato nel ‘98 il valore di circa 2.000 miliardi di dollari; un aumento di cinque volte dal ‘93. Nell’area dell’Euro, il valore delle operazioni di fusione è aumentato nel ‘99 del 150%, e l’anno prima era già raddoppiato! Particolarmente intensa è stata l’attività nel settore bancario: si è passati da 84 miliardi di dollari nel ‘92 a 534 nel ‘98 (il 18% del totale). Negli Usa sono scomparse 14.000 banche in quindici anni (oltre un terzo). Nel complesso il valore è aumentato, in tutto il mondo, di dieci volte in otto anni. Dopo l’ultimo round di fusioni, il bilancio combinato delle prime cinque banche è di dieci milioni di miliardi di lire. Si consideri che questa cifra si avvicina al 30% del Pil mondiale.

Tutta la spazzatura che si legge sui giornali economici che esalta la piccola azienda, il giovane imprenditore che partendo da zero forgia il proprio destino si infrange contro questa verità: l’economia mondiale è sempre più dominata da sempre meno aziende, sempre più grandi e sempre più potenti.

Quali sono le cause?

Nonostante tutto il parlare che si fa della "new economy", che avrebbe sovvertito le leggi dell’economia tradizionale, le cause del processo di concentrazione sono quelle che da sempre abbiamo visto nel capitalismo: risparmio sulla progettazione, sulla distribuzione, economie di scala (cioè risparmi che derivano dall’ampliare la produzione), necessità di sempre maggiori investimenti per tenere il passo della concorrenza, tentativo di combattere la caduta dei tassi di profitto aumentando la massa della produzione.

Tuttavia, oggi vediamo un carattere particolarmente distruttivo di questo fenomeno, che più che in passato si traduce in una distruzione di forze produttive e di posti di lavoro.

Lo sviluppo del capitalismo in paesi come Corea, Brasile, Sudafrica, ha creato fabbriche moderne ed efficienti in paesi con bassi salari. Lo spostamento della produzione verso questi paesi riduce di conseguenza la crescita della domanda complessiva rispetto a quella della produzione mondiale. Aziende come la Hyundai, la Daewoo, la Samsung, fino a ieri sconosciute, riversano sul mercato mondiale un’enorme massa di merci che si aggiungono a quelle dei produttori "tradizionali", cioè le multinazionali dei paesi avanzati che per giunta hanno aperto impianti in quasi tutti i paesi "emergenti". La conclusione di questo processo è che c’è una spaventosa sovracapacità produttiva in quasi tutti i settori fondamentali. Si calcola, ad esempio, che nel settore dell’auto ci sia una sovracapacità di circa 20 milioni di veicoli. Se i produttori utilizzassero al cento per cento gli impianti, si scatenerebbe una guerra che farebbe crollare i prezzi e i profitti. D’altra parte, tenere fabbriche nuovissime praticamente inattive è uno spreco anch’esso molto costoso. La via di uscita è comprarsi un’impresa rivale e "razionalizzare", ovvero chiudere fabbriche su fabbriche.

La profonda instabilità economica, a prescindere dalla fase del ciclo che un determinato paese attraversa, si riflette nel tentativo di ogni grande gruppo di entrare in sempre più mercati per diversificare le fonti del proprio profitto. Niente rappresenta meglio questa instabilità dell’andamento dei mercati azionari. Esplosioni verso l’alto e tracolli sono all’ordine del giorno, togliendo ogni possibile base razionale per prospettive a lungo termine. Una multinazionale colossale come la Procter & Gamble ha visto in queste settimane il proprio valore di borsa quasi dimezzarsi in due giorni solo perché i suoi profitti erano aumentati meno del previsto. All’altro estremo, nei settori più "alla moda" ci sono aziende minuscole senza alcun futuro la cui capitalizzazione di borsa supera il Pil di molti paesi. A questi fattori occorre aggiungere elementi come la facilità di accedere ai finanziamenti (è noto che le grandi banche si fidano solo di altre grandi aziende, di cui, peraltro, sono tipicamente azioniste); il legame che c’è tra grandi gruppi e lo Stato, che li facilita in ogni modo.

Acquisizioni "ostili"

La cosa più rilevante, negli ultimi casi di concentrazione, è il loro carattere ostile. Se una volta le multinazionali potevano accontentarsi di accordi tra gentiluomini, oggi si accoltellano. In Italia abbiamo visto tutte queste caratteristiche sintetizzate dal caso Telecom, acquistata con qualche trucco finanziario da un’azienda molto più piccola, Olivetti. Questo carattere ostile (che abbiamo visto anche nel caso Mannesman-Vodaphone ecc.) è il riflesso dell’intensificarsi del conflitto tra le principali potenze imperialiste. Con i mercati saturi, con l’arrivo di nuovi e aggressivi concorrenti dei paesi "emergenti", le multinazionali stanno conducendo guerre spietate tra loro. In questo processo l’Europa è rimasta indietro. Le multinazionali americane hanno aggredito i propri concorrenti sia in Asia, approfittando della crisi del ‘97-’98, sia in Europa. L’arrivo dell’Euro è servito per le aziende europee come segnale del contrattacco soprattutto da parte delle aziende tedesche, che hanno acquisito imprese americane, oltre a fondersi tra loro. Per la prima volta a fine ‘99 il valore delle fusioni tra imprese europee ha superato quello delle imprese Usa. Queste continue battaglie si riflettono nella crisi della Wto (l’organizzazione del commercio mondiale), nelle continue battaglie commerciali tra Usa ed Europa e soprattutto nella spinta al riarmo dei tre blocchi imperialisti. Giappone ed Europa, consapevoli dello strapotere militare americano, si stanno riarmando a tutto spiano. La guerra in Kosovo è solo l’antipasto delle rinnovate smanie belliche dell’imperialismo, non solo Usa, ma anche europeo.

I nuovi settori e la concentrazione

La mania di Internet e di altri servizi legati alle nuove tecnologie ha fatto parlare molti presunti esperti di "nuova economia" e di rovesciamento delle regole tradizionali dell’economia capitalistica. Basta quotare in borsa un’azienda legata a Internet ed ecco che il suo prezzo vola. Tiscali valeva qualche milione due anni fa e ora dovrebbe valere più della Fiat. Potere della "nuova economia"!! O forse della vecchia... In realtà, in questi nuovi settori accadrà esattamente come in tutti gli altri. Nel giro di pochi anni emergerà qualche colosso, che verrà comprato o si accorderà con una multinazionale già esistente, mentre nove decimi delle aziende che ora esaltano le borse scompariranno nel nulla. I nuovi settori aumenteranno enormemente il processo di concentrazione, come è indicato anche da quanto è già successo nel settore del software, dove una sola azienda domina il mercato ed è un gigante che vale in borsa l’equivalente del Pil del Belgio.

Il processo di concentrazione viene apprezzato dai mercati finanziari perché produce spaventosi licenziamenti. I lavoratori, per la stessa ragione, non hanno nulla da guadagnarci. Tuttavia, un’azienda che resta isolata si trova a mal partito di fronte alla concorrenza dei giganti e muore, come fanno notare i dirigenti sindacali per giustificare la loro passività di fronte ai tagli. Di recente D’Alema ha accolto favorevolmente l’accordo Fiat-General Motors proprio con questa motivazione. Altre volte, l’opposizione dei sindacati è puramente nazionalista: "No allo straniero". Come se essere sfruttati da un padrone che parla italiano anziché inglese o tedesco facesse qualche differenza. Purtroppo anche il Prc è caduto spesso in queste posizioni care alla demagogia populista di gente come Haider. La realtà è che per i lavoratori non c’è nulla da scegliere. Il processo di concentrazione è ineliminabile nel capitalismo. Che un’azienda si accordi con un’altra o meno, sarà sempre costretta a tagliare i costi. Il capitalismo ha creato, anche tramite questo processo di concentrazione, le condizioni per una divisione internazionale del lavoro armonica e proporzionata che tramite una pianificazione democratica e cosciente delle risorse permetterebbe di produrre tutto quello che serve lavorando meno e tutti. La scelta non è tra concentrazione e nazionalismo, ma tra rivoluzione e capitalismo.

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