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Era stato presentato come il momento in cui grandi e piccoli paesi si sarebbero messi attorno a un tavolo per decidere, pacificamente, democraticamente, il futuro dell’economia mondiale. Siamo nell’epoca della vittoria del libero scambio. Non c’è un solo paese, una sola impresa che si può isolare dal mercato mondiale (non a caso ben 135 paesi partecipavano alla conferenza). Flussi di capitali sempre più enormi fanno e disfano governi. In tutto il mondo i dirigenti della sinistra si gettano ai piedi dei mercati. Eppure l’organizzazione che dovrebbe rappresentare il trionfo del mercato mondiale, il Wto (organizzazione mondiale per il commercio) è a pezzi. Le ragioni di questo crollo non sono casuali. Certo, il governo americano ha commesso ogni possibile errore diplomatico. Ma il crollo era necessario, gli errori di Clinton e dei suoi negoziatori casuali.

Il fallimento della riunione di Seattle si dimostrerà un punto di svolta per il capitalismo mondiale. Non si trattava infatti di un qualche accordo su questo o quel settore, ma di fissare le basi stesse per gli accordi futuri. Finora, i profondi dissidi tra i blocchi economici erano terminati con strette di mano finali che comunque servivano a poco. Ora si è invece arrivati a un’esplosione spettacolare, in cui ogni partecipante dava la colpa agli altri e addirittura i colloqui sono degenerati in scontri non solo fuori ma dentro la riunione, con delegati che minacciavano di andarsene o litigavano tra loro tirando sedie e tavoli come in una rissa del sabato sera. Dall’agricoltura, ai servizi, alla proprietà intellettuale, alle norme sul mercato del lavoro… su nessun punto si è potuto trovare un accordo.

Cicli nel commercio mondiale

Il Wto venne creato nel ‘95 con l’intenzione di scongiurare il ripetersi delle guerre commerciali degli anni ‘30. Inutile dire che il Wto non ha mai avuto nulla di democratico ma è sempre stata la copertura degli interessi delle principali potenze imperialiste.

Nella storia lo sviluppo del commercio mondiale coincide con i cicli di espansione dell’imperialismo, quando viene estesa la divisione internazionale del lavoro e l’integrazione tra i diversi sistemi produttivi. Così, dal 1850 al 1913, il volume del commercio mondiale aumentò del 900%. L’opposto accade nei periodi di crisi. Dal 1913 al 1951 il commercio mondiale aumentò solo del 30%. Era un periodo di protezionismo, guerre e rivoluzioni. La rivoluzione russa, e poi quella cinese, cubana, vietnamita, ecc. sottrassero circa un terzo della popolazione mondiale allo sfruttamento diretto da parte dell’imperialismo.

Gli anni ‘80-’90 sono stati nuovamente anni di rapido sviluppo dell’interscambio commerciale, grazie anche al rapido crollo dei paesi stalinisti e all’emergere di nuove potenze economiche (Corea, Cina, ecc.). Si sono così aperti nuovi sbocchi per il capitale internazionale, avido di sfruttare decine e centinaia di milioni di operai appena buttati sul mercato del lavoro dal disintegrarsi delle economie pianificate o dal sottosviluppo.

Ma la fine dell’Urss ha avuto come conseguenza anche la fine della necessaria alleanza di tutti i paesi occidentali con il poliziotto mondiale, gli Stati Uniti. Ora ogni singolo imperialismo è più libero di perseguire i propri specifici interessi. Questo vale soprattutto per i paesi europei. Il progetto di unificazione europea, nato in funzione antisovietica, si è così trasformato in un bastione contro le merci americane. Si susseguono battaglie comerciali (banane, pasta, carne, aerei, cibi "transgenici", ecc.) che rischiano ogni volta di portare a una rottura degli accordi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico. Lo scontro è talmente endemico che prima della conferenza di Seattle non erano nemmeno riusciti a fissare l’ordine del giorno dei lavori. Persino proporre di parlare di certe cose è considerata una provocazione.

Sullo sfondo del conflitto Usa-Europa vi sono i crescenti squilibri dell’economia americana. Esaltata per la sua "flessibilità", per la sua forte crescita, l’economia Usa soffre di alcune malattie croniche peggiorate dal recente boom. In particolare un’esplosione senza precedenti dei debiti dei privati, delle imprese e soprattutto del paese stesso con il resto del mondo. Gli Usa si indebitano con l’estero al ritmo incredibile di 320 miliardi di dollari l’anno. È una cifra fuori controllo, una patata bollente che gli Usa vogliono lasciare ai propri creditori, cioè, principalmente

ai paesi asiatici.

L’Asia

Per decenni, gli Usa hanno permesso al Giappone di esportare liberamente le sue merci bloccando al contempo le merci americane. Serviva un baluardo asiatico contro l’Urss e la Cina. Ma da tempo la borghesia americana sta cercando di invertire la rotta, considerando l’enorme deficit accumulato con il Giappone. A questo si è aggiunto nell’ultimo decennio un deficit ancora maggiore con la Cina. Questo dipende sia dallo sviluppo industriale autonomo cinese, sia dagli enormi investimenti fatti in Cina dalle multinazionali in cerca di bassi costi e nuovi mercati. A differenza che nell’Europa orientale, la burocrazia cinese ha mantenuto il controllo della situazione e si vuole fare largo tra le potenze mondiali. All’interno della burocrazia è in corso una guerra tra l’ala "riformatrice", cioè gli scagnozzi dell’imperialismo, e la "vecchia guardia" cioè i rappresentanti dell’industria nazionalizzata. Finora, l’integrazione della Cina nel mercato mondiale si è rivelata un successo. Sono enormemente aumentate le contraddizioni all’interno del paese, ma tutto sembra mantenersi assieme. Questo ha permesso all’ala "riformatrice" di andare avanti con lo smantellamento dell’economia pianificata.

L’ingresso nel Wto doveva essere l’annuncio ufficiale dell’ingresso della Cina tra i paesi "rispettabili" in cambio di misure durissime (smantellamento del monopolio statale sul commercio di alcuni prodotti, riduzione degli aiuti agricoli ecc.).

Ma la tranquillità è solo apparente. In un modo o nell’altro la borghesia americana dovrà porre rimedio all’aumento degli squilibri commerciali con l’Asia. Un rallentamento dell’economia americana, con il conseguente esplodere delle bolle speculative costruite sui debiti, spingerebbe a un aumento del protezionismo in tutti i blocchi commerciali. Il Giappone cercherebbe un modo per circondare la sua sfera d’influenza asiatica come hanno fatto in Europa con l’UE e in America con il NAFTA.

L’imperialismo si riarma

Quando crollò il Muro di Berlino si parlava della fine delle spese militari che mangiavano una fetta crescente della ricchezza mondiale. Al contrario le principali potenze imperialiste si stanno riarmando accanitamente. In Giappone si riesuma l’inno di guerra della marina imperiale vietato per 50 anni. La Germania partecipa al bombardamento della Iugoslavia. Italia e Francia si avviano a un esercito di professionisti. Questi eventi non sono casuali. Anziché un’epoca di ordine, il crollo dell’Urss ha aperto una nuova gigantesca spartizione del mondo che ricorda l’epoca delle cannoniere. Proprio come un secolo fa, gli imperialisti si azzuffano per accaparrarsi il mondo. Questo ha già portato all’aumento di guerre locali, spesso combattute per conto dell’imperialismo dai loro agenti locali. Abbiamo visto guerre e guerre civili in Africa (le chiamano "tribali", come se le tribù avessero mai avuto anche solo una minima parte della ferocia dell’imperialismo), in America Latina, in Asia e persino in Europa, un continente dove per mezzo secolo la guerra sembrava un lontano ricordo.

Come ricostruire sopra le macerie di Seattle?, si chiedono i commentatori borghesi. Le buone intenzioni servono a poco e fanno più danno delle cattive. Come sempre, saranno i rapporti di forza tra le potenze a decidere la situazione. Non solo ogni blocco sta legando a sé più strettamente i paesi della propria area (vedi "allargamento"dell’UE), ma si profilano accordi tra questa o quella potenza contro il dominio americano. È passata innosservata ma ha avuto un significato profondo, in questo senso, la visita di Jospin in Giappone subito dopo il fallimento di Seattle. Jospin e Obuchi hanno prodotto una dichiarazione congiunta che si sintetizza in un attacco frontale allo strapotere americano nell’OMC e nel mondo. Proprio un secolo fa la fine dell’impero britannico, con l’emergere di nuove potenze in Europa e altrove, portò a un aumento degli scontri prima diplomatici e poi commerciali e infine a trent’anni di catastrofiche guerre che condussero l’umanità sulle soglie della barbarie. Solo la rivoluzione in Russia pose fine all’incubo della guerra. La sconfitta della rivoluzione nell’Europa occidentale comportò la vittoria del nazifascismo e una nuova guerra mondiale. Oggi come un secolo fa solo la classe operaia, enormemente rafforzata da un secolo di sviluppo industriale, può porre fine al pericolo di nuove guerre.

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