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Il più grande casinò del mondo

 

 

Lunedì 27 ottobre le Borse di tutto il mondo sono state scosse da "un’improvvisa caduta" delle quotazioni. Lo scenario caotico nelle borse mondiali, esattamente dieci anni dopo il "lunedì nero", ha provocato un panico generalizzato tra gli ambienti finanziari e governativi, velato a malapena dai richiami alla calma. Nel mese trascorso da allora la Thailandia e l’Indonesia hanno ottenuto dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi) 70 miliardi di dollari; la Corea ne ha chiesti il 24 novembre 20, ma molti osservatori pensano che ne serviranno almeno 50.

Nei prossimi giorni la Malesia e forse il Brasile e la Russia chiederanno altri fondi al Fmi. Ma questo è niente se guardiamo al Giappone. Il rapporto tra crediti inesigibili e Prodotto interno lordo è al 6%. e le banche nipponiche hanno crediti a rischio nell’area asiatica per 260 miliardi di dollari.

Il crollo delle borse nella zona è accompagnato dal crollo dei valori degli immobili che potrebbe attestarsi attorno al 30%.Ciò provocherebbe la riduzione immediata del valore degli investimenti bancari nel settore, che nelle banche asiatiche vanno dal 25 al 35% del totale.

Non è strano che sabato 22 novembre sia stata annunciata la bancarrotta della Yamaichi, la quarta banca d’affari del Giappone con un buco di 40mila miliardi di lire. La borsa di Tokio è crollata del 5,5% martedì 25 e mentre scriviamo tutte le borse europee registrano crolli importanti.

Che significato hanno questi avvenimenti? Cosa comportano per il futuro?

Sono avvisaglie di un imminente crollo economico come il famoso crack di Wall Street del 1929? O si tratta semplicemente, come sostengono gli apologisti del capitalismo, di una leggera "correzione"?

Le risposte a queste domande avranno conseguenze decisive per la vita e il tenore di vita di ogni uomo, donna e bambino nel mondo. L’obiettivo di questo articolo è fornire quelle risposte.

 

Le prime scosse di una crisi globale

 

Uno sguardo al livello del debito pubblico delle "tigri" asiatiche ci permette di vedere come, da tempo, non andava tutto per il meglio. Nel 1995 il debito estero della Thailandia equivaleva già ad un terzo del suo prodotto nazionale lordo. In Indonesia ammontava a più della metà, nelle Filippine a quasi la metà e in Malesia a quasi il 40%. Questi paesi avevano disperatamente bisogno, per pagare gli interessi sui debiti, di capitali esteri, che potevano essere attirati solo offrendo alti tassi d’interesse, che a loro volta frenavano lo sviluppo economico. Finché queste economie hanno avuto alte percentuali di crescita e finché le loro Borse sono state in forte espansione, i segnali di pericolo potevano essere ignorati. La "fiducia" regnava suprema. Ma la realtà era che i valori delle Borse erano gonfiati. Dal 1995 tutte le Borse dei paesi asiatici operavano con rapporti prezzo/guadagno equivalenti in media a 20 volte i reali profitti delle aziende citate. Così mentre in pubblico continuavano con la propaganda sulle "tigri", nei Consigli d’amministrazione delle grandi banche e dei grossi monopoli, si sentivano commenti sempre più pessimistici.

Il crack finanziario è iniziato in Asia ed è lì che ha avuto le conseguenze più drammatiche. È stato innescato dalle scommesse degli speculatori internazionali contro la moneta thailandese, il baht. Questi signori sono in grado di accumulare grandi fortune giocando nel mercato delle valute come se fosse un gigantesco casinò globale. Bangkok è stata costretta ad alzare i tassi d’interesse per frenare la fuoriuscita dei capitali. Il governo acquistava la propria moneta per mantenere il cambio col dollaro. Ma presto si è dimostrato impossibile resistere alla speculazione internazionale e il baht è crollato, seguito da tutta una serie di istituzioni finanziarie. Gli speculatori si sono ritirati con circa $30 miliardi in tasca e un appetito ancora più grosso.

Ecco la realtà del "sistema di libera concorrenza"! Una banda di speculatori armata di enormi quantità di denaro pensa che l’economia di un dato paese non sia in salute ed iniziano a scaricare la sua divisa nazionale costringendola alla svalutazione. È un’operazione altamente redditizia, che permette a questi signori di "guadagnare" miliardi di dollari senza produrre assolutamente nulla, semplicemente alzando la cornetta del telefono. Quale altra prova ci vuole per dimostrare la natura parassitaria del capitalismo odierno? Secondo le Nazioni Unite, la cifra reale della disoccupazione e della sottoccupazione (inclusi quei milioni di individui che sopravvivono vendendo oggetti vari per le strade) ammonta a un miliardo di individui. Almeno cento milioni di bambini nascono, vivono e muoiono per strada, senza mai conoscere un tetto o una scuola. Eppure la ricchezza personale dei dieci individui più ricchi del pianeta sarebbe sufficiente a risolvere il problema della povertà nel mondo.

Paradossalmente, la Borsa e la moneta che hanno sofferto di più sono state quelle di Hong Kong, nonostante questo paese fosse l’unico nella regione che "non avesse grossi problemi di indebitamento e che aveva una Borsa che si limitava a trattare con titoli che non superavano il valore reale delle aziende. È stata proprio questa forza a causare il problema. La Borsa di Hong Kong era l’unica tra queste ad avere la liquidità e, fino a poco più di una settimana fa, anche la forza, per poter essere sfruttata come una vacca da mungere dai gestori di fondi d’investimento che in fretta e furia cercavano di racimolare i soldi per pagare gli investitori che volevano ritirarsi da quella regione." (The Independent, 28.10.97).

Il panico che si è diffuso alla velocità della luce in tutte le Borse del mondo è stato provocato dal tentativo della Banca Centrale di Hong Kong di difendere - alzando il tasso d’interesse - la sua moneta contro gli speculatori, il che ha portato al crollo della Borsa dell’ ex-colonia. Quest’altalenare delle Borse è un’indicazione del nervosismo della borghesia. Una volta che la mania speculativa parte non c’è niente che la può fermare.

 

Riprese e recessioni

 

Il sistema capitalista si muove attraverso cicli di riprese e recessioni. Ultimamente va di moda affermare che il ciclo è stato abolito. In realtà, e di ciò gli economisti borghesi seri sono coscienti, tutto ciò è una chimera. Il normale ciclo del capitalismo è vivo e gode di ottima salute, e sta per scatenare la sua vendetta su chi ne dubita. L’attuale altalena delle Borse serve semplicemente a ricordare questo fatto, così come le prime scosse che annunciano un terremoto.

L’attuale ciclo dura già da sette anni negli Usa. La lunghezza del ciclo di riprese e recessioni è alquanto elastica e varia da un’epoca all’altra. Ai tempi di Marx era un ciclo decennale. Nel periodo del dopoguerra si è accorciato a cinque-sei anni. L’ultimo ciclo è durato poco più di sette anni. C’è dunque motivo per pensare che l’attuale ciclo non durerà molto a lungo.

All’apice di ogni ciclo l’umore della borghesia viene sempre caratterizzato da una folle euforia. Iniziano a credere che davvero la ripresa possa continuare all’infinito. Tali dichiarazioni di solito proliferano appena prima di un crollo. La prospettiva di fare grandi profitti, in particolare con l’attività speculativa, innesca un’ondata di ingordigia che coinvolge perfino banchieri ed investitori tra i più "rispettabili".

Negli ultimi sette anni gli Usa sono riusciti a raggiungere un tasso di crescita relativamente alto, in parte a spese della classe lavoratrice, in parte a spese dei propri concorrenti. Ma la crescita febbrile dei valori azionari di Wall Street è stata del tutto sproporzionata se paragonata alla crescita dell’economia reale. Da quasi un anno ormai, Alan Greenspan, presidente della Federal reserve, avverte di una "esuberanza irrazionale" a Wall Street, ma ciononostante i mercati finanziari hanno continuato a crescere fortemente in tutto il mondo, non badando al fatto che si trattava di una pericolosa bolla speculativa.

"Se la brusca caduta di ieri delle Borse di tutto il mondo si tradurrà in un crollo più generale della fiducia negli investimenti, ciò avrebbe serie ripercussioni per l’economia mondiale. Con quali dimensioni ciò si verificherà dipenderà in gran parte da quanto i guadagni speculativi degli ultimi anni siano stati finanziati con l’indebitamento. Con il tasso di sconto negli Usa a livelli bassissimi in presenza di una rapida ascesa dei mercati valutari erano presenti tutti gli incentivi ad indebitarsi per investire.

"Lo scenario più spaventoso è quello in cui una parte significativa dei recenti guadagni su Wall Street fossero stati finanziati da denaro preso in prestito; il risultante capitale negativo potrebbe innescare una serie di crolli ed una stretta creditizia. Se la caduta dei mercati azionari continuasse sarebbe inevitabile un effetto a catena sulla fiducia dei consumatori." (The Independent, 28.10.97).

 

Di che tipo di crisi si tratta?

 

Nel Capitale, vol.3 (capitolo 30) Marx spiegava che: "La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive ad un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumo assoluta della società." Così la causa ultima della crisi del capitalismo è la sovrapproduzione e il limitato potere d’acquisto delle masse. Ma ci sono crisi e crisi. Ecco perché Marx si riferisce a "tutte le crisi effettive". Ma la linea dello sviluppo del capitalismo può essere interrotta in più di un punto, e c’è ogni sorta di crisi, incluse le crisi della Borsa che non sono causate direttamente dalle contraddizioni centrali del modo di produzione. Inoltre, non è vero che ogni crisi di Borsa porti direttamente alla recessione.

L’esempio classico di un crack finanziario seguito da una recessione economica fu quello di Wall Street del 1929. In quell’occasione si erano accumulate tutte le condizioni per una recessione profonda e la crisi della Borsa agì come potente detonatore per il crollo più generale. Tuttavia, non sempre è stato così. Ad esempio la crisi borsistica del 1920 servì ad eliminare una gran quantità di capitale fittizio che si era accumulato durante la Prima Guerra mondiale e durante il boom inflazionistico che la seguì. È ciò che intendono gli economisti borghesi quando parlano di "correzione". A seconda della situazione, una tale "correzione" può anche avere un ruolo benefico ed agire come stimolo ad un ulteriore sviluppo dell’economia, come si è di fatto verificato negli anni ‘20. Una cosa simile è successa dopo la crisi valutaria dell’ottobre 1987. È dunque necessario analizzare gli ultimi avvenimenti nel contesto più generale e studiare i processi in atto nell’economia reale.

Una delle caratteristiche che più colpiscono del ciclo attuale è la quantità sbalorditiva di capitale fittizio in circolazione nel sistema. Milioni di miliardi di dollari girano per il mondo, non a scopi produttivi bensì speculativi. Nelle ultime settimane abbiamo visto come queste somme colossali possano concentrarsi sulla moneta di un’economia nazionale considerata debole e si possa provocarne la svalutazione con una vendita massiccia della moneta stessa. È esattamente ciò che è successo col baht thailandese, che a sua volta ha provocato una serie di crisi e svalutazioni a catena in altri paesi asiatici, il che alla fine ha provocato un’ondata di svendite frettolose con le Borse degli Usa e dell’Europa in preda al panico. Così vediamo come la "globalizzazione" dei mercati finanziari, di cui si parla tanto, si riveli come una fonte di nuove contraddizioni ed instabilità, che può innescare grosse crisi finanziarie simili o peggiori a quella del 1929, con conseguenze imprevedibili per l’economia mondiale.

L’aumento massiccio di capitale fittizio si vede nell’incredibile inflazione dei valori nelle Borse. Negli Usa il valore complessivo delle azioni (10.900 miliardi di dollari) supera il valore del Pil Usa (8.000 miliardi di dollari). Ma prima o poi questo processo dovrà sfociare in un calo massiccio dei prezzi delle azioni, in cui qualcuno ci rimetterà. Quel "qualcuno" finisce sempre per essere il piccolo investitore. I grandi monopoli si assicureranno che le azioni che hanno in mano vengano vendute prima del crollo (il che è possibile perché sono loro stessi con le loro vendite massicce a provocarlo). Poi quando i mercati sono in caduta intervengono per acquistare azioni a prezzi scontatissimi. Così chi viene derubato è il piccolo investitore, mentre i grandi investitori guadagnano sia che il mercato sia in calo sia che sia in crescita.

Nel 1987, e ancora nel 1990, sono riusciti a far sì che non si arrivasse ad una recessione catastrofica grazie anche allo sviluppo del mercato del lontano Oriente, in particolare della Cina. Questa volta, invece, la crisi colpisce l’Asia. E mentre i mercati Usa ed europei sono riusciti a riprendersi (quanto ciò durerà è un altro discorso), la crisi in Asia continua senza dare segnali di ripresa.

 

La tecnologia informatica

 

Coloro che sostengono che il ciclo commerciale sia sparito si basano sull’idea che l’avvento della tecnologia informatica abbia in qualche modo cambiato fondamentalmente il sistema. A questo modo di ragionare ha dato risposta un articolo di fondo apparso recentemente sulle pagine del Business Week (1.3.97) sotto il titolo "Il nuovo ciclo commerciale". Tra altre cose, l’articolo dice:

"Ma il ciclo commerciale non è sparito. Al contrario: il settore dell’alta tecnologia è più volubile dell’industria automobilistica, con i più grossi sbalzi proprio nel settore della nuova tecnologia."

L’articolo cita Andrew S. Grove, direttore della Intel Corp.: "Ogni volta che si pensava che la nostra attività fosse meno ciclica, ci siamo trovati di fronte al successivo ciclo che diventava più grosso del precedente."

In realtà, non c’è niente di nuovo nell’attuale situazione. Già nelle pagine del Manifesto comunista, Marx ed Engels spiegavano che: "La borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l’insieme dei rapporti sociali. Prima condizione di esistenza di tutte le classi industriali precedenti era invece l’immutata conservazione dell’antico modo di produzione." (Manifesto del Partito Comunista, Editori Riuniti, 1996, pagina 8).

È l’Abc per ogni marxista la teoria che i capitalisti debbano trovare costantemente nuovi sbocchi redditizi per i loro investimenti. In ogni fase di sviluppo del capitalismo ci sono stati tali campi di investimento, il motore a vapore e il tessile durante la rivoluzione industriale le ferrovie, le navi a vapore e il telegrafo alla fine del 19° secolo; l’automobile negli anni ‘20 e ‘30; poi l’elettricità, l’aeronautica, la radio, il telefono, la televisione, la chimica, la plastica, l’informatica e così via. Infatti, l’importanza relativa della tecnologia informatica è molto minore che, ad esempio, le ferrovie, nell’ultimo secolo. Negli Usa dal 1869 al 1893, il chilometraggio di binari ferroviari si è quadruplicato, e il costo del trasporto merci via mare si è ridotto in modo determinante, aprendo intere zone del paese alla manifattura e all’agricoltura commerciale. Da sole le ferrovie consumavano una grossa parte della produzione siderurgica e del carbone Usa e rappresentavano il 20% degli investimenti. L’espansione ferroviaria stimolava l’economia che cresceva ad un tasso medio annuo del 5%.

Quello che colpisce di più dell’attuale ciclo economico non è l’emergere di nuovi campi di investimento, bensì la sua mancanza. Se escludessimo il settore informatico, il vero tasso di crescita degli Usa sarebbe un miserabile 1,8% annuo. Quest’ultimo è l’unico settore dell’economia che ha visto un grosso afflusso di investimenti. Per questo motivo è diventato il settore decisivo dell’economia Usa. Negli ultimi tre anni, il settore dell’alta tecnologia ha contribuito per il 27% alla crescita del Pil, paragonato al 14% dell’edilizia residenziale, o del settore automobilistico che ha contribuito solo per il 4%. Nell’ultimo anno il 33% della crescita del Pil è dovuta all’industria informatica, spinta dal boom di Internet fino alle trasmissioni televisive via satellite.

Con gli investimenti nei macchinari, i capitalisti in questo settore si sono assicurati grossi aumenti di produttività, il che gli ha permesso contemporaneamente di ottenere profitti alti, di aumentare i salari dei programmatori, dei tecnici di rete e degli altri lavoratori del settore ad alta tecnologia (al contrario della maggior parte dei lavoratori americani), e di abbassare costantemente i prezzi di prodotti come i computer e gli strumenti di telecomunicazione. Questo calo dei costi dei mezzi di produzione, insieme al calo sistematico dei salari della maggior parte dei lavoratori, è stato una delle principali cause dell’assenza di pressioni inflazionistiche nell’economia Usa durante l’attuale ciclo, almeno fino ad oggi.

L’informatica negli ultimi tre anni è diventata la principale forza motrice nell’economia Usa, sostituendo le industrie automobilistica, siderurgica ed edile. In questo settore ora lavorano nove milioni di persone, più che nei settori automobilistico o siderurgico. Negli ultimi tre anni, infatti, il settore ad alta tecnologia ha vissuto una forte crescita mentre il resto dell’economia rallentava. I settori dell’alta tecnologia, secondo Business Week, sono arrivati a fatturare $420 miliardi nel 1996. L’alta tecnologia gioca un ruolo fondamentale anche nella Borsa. Dal 1993 alla fine del 1996, le azioni del settore ad alta tecnologia hanno guidato il mercato, trascinandosi dietro gli altri settori. Durante quei tre anni le azioni del settore dell’alta tecnologia hanno garantito guadagni annuali di un incredibile 35%, mentre le 500 aziende della graduatoria della Standard & Poor’s garantivano solo un 20%.

Come sempre in tutta la storia del capitalismo, i capitalisti investono per ottenere il massimo dei profitti. Dove si apre un nuovo e redditizio campo di investimento, i primi a sfruttarlo possono fare profitti enormi. Ma inevitabilmente, man mano che gli altri vi si tuffano il tasso di profitto tende verso la media. I prezzi ed i profitti iniziano a calare. Come in qualsiasi campo di investimento redditizio, ad un certo punto inizia a svilupparsi la sovrapproduzione, che alla fine provoca la crisi.

 

Crisi di sovrapproduzione

 

Nelle ultime settimane erano cresciute sulle voci nelle riviste economiche che esprimevano preoccupazione per la sovrapproduzione o, come preferiscono loro, la sovraccapacità. Il 1° ottobre 1997 è apparso un pezzo sul New York Times firmato da William Greider che avverte:

"All’inizio dell’anno un articolo su The Wall Street Journal annunciava che l’economia globalizzata era entrata in una ‘nuova epoca’ di prosperità più forte e senza problemi. In agosto quel giornale rivedeva quella prospettiva. In realtà, il Journal riportava che molti settori industriali sono appesantiti da livelli pericolosi di sovraccapacità, troppa produzione potenziale e insufficienti acquirenti. Questa saturazione, diceva quel giornale, garantisce che ci saranno dei brutti ridimensionamenti, aziende fallite, fabbriche chiuse, se non addirittura qualcosa di peggio.

"Per le stesse ragioni, un articolo di fondo dell’Economist sintetizzava così la situazione nell’industria automobilistica mondiale: "Le aziende automobilistiche verso il crack." L’industria sarà in grado di produrre quasi 80 milioni di veicoli entro il 2000 per un mercato di meno di 60 milioni di acquirenti. Questi squilibri creano pressioni al ribasso sui prezzi e riducono i guadagni sulle vendite. Più fabbriche dovranno chiudere, più saranno le grandi aziende che dovranno fallire o accorparsi tra di loro.

"Il Financial Times spiegava che, grazie all’ ondata di investimenti, ora anche un mercato vivace come quello cinese si trova ad affrontare il problema della sovraccapacità, dalle auto alla chimica all’elettronica. Un paio di anni fa tutte le multinazionali si affrettavano a costruire degli impianti in Cina per accaparrarsi una parte dei crescenti consumi cinesi. Ora sono le fabbriche, e non i consumatori, ad essere in sovrabbondanza.

"Alcuni rispettabili osservatori di Wall Street ora esprimono preoccupazione, man mano che la saturazione di capacità produttiva spinge al ribasso i prezzi, e di conseguenza anche i profitti. James Grant, direttore di Grant’s Interest Rate Observer, notava una saturazione generale in settori che andavano dai semiconduttori fino alla costruzione di aerei. "Ci sono troppi alberghi a Phoenix e troppa capacità produttiva in Cina," ha scritto.

"Se ci sarà una deflazione generalizzata, sia brusca che graduale, essa genererà un ciclo negativo di prezzi e salari in caduta, che deprimerà la produzione e farà calare i valori finanziari, dai prestiti sugli immobili alle azioni ed ai Buoni del Tesoro.

Queste preoccupazioni non sono esagerate. Anche se tutta l’industria automobilistica Usa dovesse scomparire, ci sarebbero comunque troppe auto prodotte a livello mondiale per le capacità di assorbimento del mercato. Nel terzo volume del Capitale Marx spiega che la sovrapproduzione si manifesta verso la fine del ciclo economico. Spiega che il mercato si espande più lentamente della produzione. Il basso livello dei consumi delle masse in Asia non è in grado di assorbire la colossale crescita della produzione di merci, sia interna che importata dagli Usa, dal Giappone e dall’Europa, tutti in lotta tra di loro per conquistare questo mercato. L’esempio del settore automobilistico ci serve a capire cosa stia succedendo. Non ci sono solo la Toyota, la Ford e la Volkswagen che lottano per uno spazio nei mercati asiatici, ma c’è anche il fatto che i paesi asiatici stanno cominciando a produrre le proprie automobili; la Cina, l’Indonesia, la Malesia hanno tutte progetti per costruire delle "proprie" auto che si andranno ad aggiungere alla saturazione non solo dei mercati asiatici ma anche di quelli mondiali. Prima o poi, ciò che si è verificato in Asia verrà riprodotto su scala globale, creando così le condizioni per una vera e propria depressione economica.

 

La crisi in Asia

 

Uno dei fattori che ha giocato un ruolo importante nello sviluppo dell’economia mondiale ultimamente è stato l’apertura di nuove zone che in passato erano abbastanza marginali, ma che ora assumono sempre più importanza nei calcoli del capitalismo mondiale.

L’emergere delle cosiddette "tigri" non ha evitato la recessione del 1990-’92 ma sì ha contribuito a fare in modo che non si trasformasse in una depressione.

Il ruolo che le "tigri" potranno giocare nell’economia mondiale (almeno in questo periodo) è stato molto esagerato. La maggior parte di loro sono abbastanza piccole; due di loro, Singapore e Hong Kong, sono in effetti città-Stato. Taiwan e Corea del Sud sono casi speciali che l’imperialismo Usa aiutò a svilupparsi per paura della rivoluzione cinese (lo stesso valeva per il Giappone dopo il 1945). Tuttavia, queste economie non si avvicinano minimamente al peso economico del Giappone la cui economia rimane in uno stato di depressione a sette anni dall’ultima crisi e non dà nessun segno di ripresa seria.

L’unica economia che potrebbe determinare una differenza fondamentale sarebbe la Cina. Tuttavia da un punto di vista capitalista la Cina non rappresenta affatto un mercato di 1,2 miliardi di persone, dato che il mercato è dato dal potere d’acquisto. Nonostante i progressi in alcuni settori, la Cina rimane un’economia relativamente arretrata dove la grande maggioranza (800 milioni di persone) ancora vive nelle campagne in condizioni di povertà. Anche la crescita rapida nelle zone costiere genera nuove contraddizioni. La Cina è diventata un importante esportatore di merci a basso costo che ha cominciato ad invadere i mercati occidentali. Con l’attuale tasso di crescita, la Cina presto si sostituirà al Giappone come paese col più grande attivo commerciale verso gli Stati Uniti, una situazione che ha fatto suonare i campanelli d’allarme a Washington.

La sovraccapacità ha giocato un ruolo fondamentale nella crisi asiatica. Già nel dicembre 1996 in un editoriale dal titolo "Asia: cosa c’è dietro la recessione", il Business Week riportava che:

"Mentre si affrettano a sviluppare la propria forza industriale questi paesi stanno creando nuovi problemi. La sovraccapacità produttiva è all’ordine del giorno in settori chiave come la petrolchimica, gli elettrodomestici, automobili e microprocessori. Questa regione ha basato la sua strategia sull’esperienza del Giappone, della Corea del Sud e Taiwan i quali hanno sviluppato industrie con un alto valore aggiunto sfruttando abilmente il protezionismo e le sovvenzioni statali dopo aver perso la propria competitività nei settori del vestiario, delle calzature e dei giocattoli. All’Asia orientale non servono tutte queste raffinerie e fabbriche di automobili. Ma gli strateghi economici di questi paesi sembrano ignari di fronte a ciò che i loro vicini hanno costruito così impetuosamente.

"Nel settore petrolchimico, Indonesia, Thailandia, Cina, Taiwan e Corea del Sud stanno bruciando miliardi nella costruzione di enormi complessi industriali. Quest’anno una saturazione del settore chimico ha ridotto i prezzi di un 36%, infliggendo un duro colpo ai produttori asiatici. Ciononostante questa smania di costruzione di impianti continua. La Corea del Sud, già accusata di dumping da parte dei suoi vicini, sta costruendo tre enormi impianti petrolchimici e ne ha in progetto altri tre. Tra questi ci sono gli impianti dei colossi economici come la Hyundai Corp e Samsung Group. ‘Una volta che la Samsung e la Hyundai saranno entrate nella petrolchimica costruiranno troppi impianti così come hanno fatto nel settore automobilistico’ dice Steve Tagtmeyer, consulente chimico della McKinsey & Co: "provocheranno un crack del mercato mondiale." Kim Tae Han, direttore strategico del gruppo chimico Samsung, dice spudoratamente: "Per competere con le aziende europee e Usa dobbiamo espanderci." (Business Week, 2/12/’96).

La crescita delle esportazioni dai paesi asiatici è l’altra faccia della medaglia del processo che vede questi paesi inglobati nel mercato mondiale. Inoltre, le esportazioni dell’Occidente verso l’Asia verranno colpite dal rallentamento economico. La Corea del Sud è entrata dal 1996 in una crisi seria. Ora viene seguita dalla Thailandia, Indonesia e Hong Kong.

Gettando in crisi l’Asia e costringendo un paese dopo l’altro a svalutare, il capitale finanziario internazionale è stato un agente inconscio della rivoluzione. In un articolo col titolo "Crisi monetaria asiatica: salvataggio dei ricchi", Eva Cheng spiega le conseguenze della crisi per l’Asia:

"Ci sarà una escalation dell’inflazione e sicuramente ci sarà un grosso crollo del tenore di vita per la gente comune di questi paesi. In Thailandia, questo processo sarà spinto dal fondo di "salvataggio" dei crediti di $17 miliardi del Fondo Monetario Internazionale. Come al solito ciò richiede grossi tagli alla spesa sociale, riservando ai poveri i sacrifici più pesanti." Il sogno di milioni di persone di poter raggiungere il benessere attraverso il lavoro duro ed i risparmi andrà in frantumi, lasciando come unica strada possibile quella della lotta. Ciò provocherà ulteriori sconvolgimenti sociali e politici in un paese dopo l’altro, creando così le basi per un movimento rivoluzionario di massa di cui lo straordinario movimento dei lavoratori sudcoreani è stato solo un assaggio. Particolarmente in Indonesia c’è un enorme potenziale rivoluzionario dovuto alla crisi della dittatura di Suharto e agli inizi di un risveglio del proletariato.

 

Il pessimismo della borghesia

 

Gli ultimi avvenimenti sono stati indubbiamente preoccupanti per gli strateghi più seri della borghesia.

Come sempre, non mancano le voci rassicuranti che cercano di convincere gli investitori che il futuro sarà roseo e che, ovviamente, "le basi fondamentali dell’economia sono sane". Queste basi fondamentali sarebbero: tassi d’interesse bassi, una crescita continua dei profitti, un’economia statunitense altamente competitiva e inflazione bassa. Comunque, la paura di una recessione profonda è onnipresente. L’accusa più forte al sistema è venuta dall’investitore miliardario George Soros. Non è la prima volta che Soros ha espresso dei dubbi sul futuro del capitalismo. Le sue opinioni meritano attenzione, se non altro per il fatto che è una persona con ottime conoscenze dei meccanismi dell’economia di mercato, al contrario di quegli economisti borghesi che pontificano dalle loro cattedre universitarie. Soros almeno ha accumulato grosse fortune con la sua attività di grande speculatore. The Guardian (30.10.97) ha pubblicato un articolo col titolo "Soros avverte di una società in rovina" che inizia con questa frase: "George Soros, il capitalista archetipo, crede che i mercati finanziari siano talmente instabili che potrebbero distruggere la società."

Lo stesso articolo citando Soros continua: "Se gli alti e bassi diventano eccessivi "ci può essere un crollo, e questo avverrà attraverso avvenimenti politici, e alla fine militari, piuttosto che semplicemente nei mercati finanziari." E aggiunge: "I mercati possono agire in maniera inaspettata e possono diventare caotici. Temo che l’idea dominante, cioè che dobbiamo estendere le regole del mercato a tutte le sfere della vita, ha in sé il potenziale di distruggere la società. Se non rivediamo il nostro concetto dei mercati, la nostra comprensione dei mercati, questi crolleranno perché stiamo creando mercati globali, mercati finanziari globali senza capire la loro natura. Abbiamo questa teoria falsa che i mercati lasciati a se stessi tendono verso l’equilibrio"." (The Guardian, 30.10.97).

Ovviamente ci sono molte cose non vere nell’ analisi di Soros. D’altra parte non è un marxista! Il suo approccio all’economia si basa puramente sul punto di vista del capitale finanziario, ma considerando la sua professione ciò non ci dovrebbe sorprendere. Inoltre, mancandogli una prospettiva socialista, arriva alla conclusione che la decomposizione del capitalismo può portare solo ad "avvenimenti militari", una guerra o qualche colpo di Stato. Qui non ci interessa entrare in queste questioni, tranne costatare che George Soros non è in grado di vedere che la crisi del capitalismo potrà essere risolta solo quando i lavoratori metteranno fine alla dittatura delle banche e dei monopoli e introdurranno un’economia pianificata sulle basi di una vera democrazia operaia. Ovviamente non ci aspettiamo né che il signor Soros capisca tutto ciò, né tantomeno che lo accetti. È sufficiente che questo "capitalista archetipo", partendo dalla propria amplissima esperienza, abbia raggiunto le giuste conclusioni: che il sistema capitalista sta minando le sue stesse fondamenta attraverso le proprie irrisolubili contraddizioni interne. Il fatto che il Signor Soros sia l’uomo che è dà molta più forza a questa ammissione.

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