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La ripresa economica internazionale, trascinata dagli Usa e dall’esplosione dei mercati borsistici, continua a suscitare l’entusiasmo della gran parte dei commentatori economici. Il mito di una nuova età dell’oro, trainata da internet, dalle nuove tecnologie e dal boom della speculazione borsistica viene venduto a piene mani da giornali e Tv. I segnali di allarme che cominciano a farsi sentire in questi mesi (primi fallimenti di aziende "new economy", bruschi sobbalzi delle Borse, crescita dei tassi d’interesse) vengono per lo più ignorati, sommersi da nuove, entusiasiamanti notizie sulle performances dei mercati azionari.

È nostra tesi, tuttavia, che l’economia italiana, pur beneficiando come tutte le altre della crescita internazionale, stia accumulando problemi esplosivi, e che a causa delle sue particolari debolezze, questi problemi si rifletteranno pesantemente sulla situazione politica e sociale del nostro paese.

L’economia italiana si è sempre sviluppata come economia esportatrice, fortemente dipendente dagli andamenti dei mercati internazionali. Un’economia "corsara", nella quale non a caso la svalutazione, che riduceva i prezzi dei prodotti italiani sui mercati mondiali, ha sempre avuto una parte importante per sostenere la crescita dell’industria.

Oggi questa leva non esiste più, essendo la lira entrata nell’Euro, e le conseguenze si stanno già facendo sentire.

Infatti i mercati mondiali sono sempre più pesantemente divisi in blocchi commerciali concorrenti. Il commercio mondiale cresca più rapidamente all’interno di questi blocchi (Ue, Nafta, ecc.) che non fra i blocchi. In altre parole, il commercio mondiale vede lentamente cristallizzarsi delle enormi fortezze commerciali in lotta sempre più acuta fra loro, sia per estendere le proprie sfere d’influenza, sia per difendere i rispettivi mercati interni e penetrare quelli dell’avversario.

Ora, le cifre dimostrano in modo inequivocabile che da questo punto di vista, l’entrata nell’Unione monetaria europea si sta traducendo in una vera e propria disfatta per l’industria italiana. La bilancia commerciale, cioè il saldo fra importazioni e esportazioni, dimostra come i prodotti italiani sono sempre meno competitivi, e non c’è più, a differenza del passato, la possibilità di compensare questa debolezza con la svalutazione.

La tabella 1 mostra chiaramente il calo dell’attivo commerciale, evidenziando come la causa principale dei problemi risieda precisamente nel commercio con gli altri paesi europei.

È vero che una parte del calo viene compensata dalle esportazioni verso l’Asia (che dopo il crollo del 1997 è in ripresa) e soprattutto verso gli Usa. Ma si tratta solo di un parziale risarcimento delle perdite subite in Europa, e soprattutto questi risultati sono posti su basi molto fragili.

Infatti la crescita dell’export fuori dall’Ue avviene principalmente grazie al calo dell’Euro nei confronti del dollaro. Ora, da un lato è probabile che questo calo non sia durevole, ma che prossimamente la tendenza si inverta; dall’altro, la forza del dollaro si ripercuote pesantemente sulla "bolletta energetica" europea e in particolare italiana, così come sul prezzo di altre materie prime. In altre parole, esportiamo merci negli Usa, ma importiamo inflazione, come dimostrano i dati recenti di aumenti nei prezzi della benzina e non solo.

tab. 1: la bilancia commerciale italiana

1996 1997 1998 1999

Importaz. 377.231 420.566 451.589 473.249

Esportazioni 449.827 478.684 499.422 494.484

Saldo 72.596 58.118 47.833 21.235

Saldo verso l’Ue 19.543 6.505 7.326 575

fonte: Istat

I motivi di questi problemi sono chiari, e li avevamo già indicati diversi anni fa, quando l’economia italiana cominciava a uscire dalla crisi del 1992-93 e a dare segni di ripresa I capitalisti italiani hanno rinunciato a competere sul terreno degli investimenti, hanno smantellato da un lato gran parte dell’industria di base (acciaio, chimica, ecc.), dall’altro hanno ridotto la ricerca e gli investimenti, e sono stati spinti a competere sul terreno dei bassi salari, dello sfruttamento sfrenato della forza lavoro. In questo hanno giocato un ruolo nefasto le privatizzazioni, che hanno portato alla distruzione una parte significativa della ricerca. Una competizione basata sulla flessibilità della forza lavoro e sull’attacco ai salari, che crea una situazione di "boom senza qualità", nella quale la crescita economica passa quasi senza lasciare traccia nelle condizioni di vita dei lavoratori e delle loro famiglie.

Il Bollettino n° 34 della Banca d’Italia (marzo 2000) mostra chiaramente come stia dilagando il ricorso al precariato, in particolare al lavoro interinale, che sta entrando massicciamente nelle fabbriche e in tutti i settori dell’economia.

"Tra il 1993 e il 1999 la quota di lavoratori con contratti a tempo determinato sul totale degli occupati dipendenti è salita dal 6,2 al 9,5 per cento. Ha raggiunto il 15,3 per cento tra i giovani con meno di 35 anni, l’11,5 per cento tra le donne."

L’occupazione è aumenta in Italia di 257mila persone nel 1999. "L’aumento dell’occupazione rispecchia la crescente tendenza delle aziende a rispondere ad aumenti della domanda con il ricorso a contratti a tempo determinato attivati direttamente della’impresa o per il tramite di agenzie di lavoro interinale. Tali contratti hanno contribuito per ben due terzi alla crescita dell’occupazione".

Secondo i dati della Confin-terim, nel 1999 sono stati attivati 250mila rapporti di lavoro interinale della durata media di 150 ore, pari a circa 22mila occupati a tempo pieno per tutto l’anno.

Ed è di questi giorni la notizia che la Fiat lascia a casa a Torino 500 giovani interinali.

La flessibilità non riguarda solo i contratti a termine. C’è anche il dilagare degli orari flessibli, del lavoro festivo e notturno, di mille forme di flessibilità dell’orario, contrattata o meno. Nella tabella 2 riportiamo alcuni dati dell’Istat, raccolti con un’indagine del 1997 su 8mila imprese sia dell’industria che dei servizi. Tutto lascia presumere che in questi tre anni le cose siano ulteriormente peggiorate.

È chiaro come il padronato italiano scelga sistematicamente di ridurre al minimo gli investimenti, preferendo utilizzare la flessibilità per aumentare la produzione con costi minimi.

tab. 2: percentuale di imprese e di lavoratori addetti coinvolti in:

imprese addetti

Lavoro a turni 15,2 47,8

Lavoro notturno 8,1 32,5

Lavoro festivo 8,2 21,9

sabato lavorativo 19,3 34,4

(I dati sono relativi al 1997 e riguardano solo la flessibilità oggetto di accordi sindacali. Fonte: Istat)

Scegliere la strada di bassi investimenti, bassi salari, supersfuttamento di una forza lavoro precaria comporta inevitabilmente una bassa qualità dei prodotti e una scarsa produttività del lavoro. In Spagna e in Italia, cioè i due paesi nei quali si fa maggiormente ricorso alla flessibilità, la produttività del lavoro cresce molto meno che non in Francia e in Germania. Il tanto decantato "modello spagnolo" vede addirittura un calo della produttività per addetto nell’industria (tabella 3). Mancando investimenti, la produttività può aumentare solo in base a un crescente autoritarismo aziendale, alla distruzione dei diritti e a una pressione spregiudicata sui lavoratori.

In conclusione, il capitalismo italiano ci sta spingendo in una micidiale guerra fra poveri, contando esclusivamente sulla compressione dei salari e sull’attacco ai diritti dei lavoratori come mezzi per reggere la concorrenza internazionale. Oggi, durante una fase di crescita economica internazionale, questo modello pare funzionare (anche se la crescita italiana in genere si ferma a poco più della metà della media europea). Ma cosa succederà quando finirà il ciclo di ascesa e si entrerà in una nuova recessione?

Tab. 3: crescita della produttività per addetto nell’industria

1998 1999

Germania 4,8 1,3

Francia 5,2 3,1

Italia 0,0 1,0

Spagna -0,4 -0,7

(variazione percentuale sul periodo precedente. Fonte: Banca d’Italia)

Il tanto sbandierato "risanamento" italiano si è basato da un alto su tagli selvaggi allo stato sociale e sulle privatizzazioni, ma la parte maggiore del risparmio è venuta dal calo dei tassi d’interesse, che ha permesso di ridurre la spesa annua per gli interessi sui titoli di Stato (Bot, Cct, ecc.) dai circa 200mila miliardi all’anno dell’inizio degli anni ’90, ai circa 145mila del 1999. Oggi però la tendenza si inverte. A livello internazionale i tassi hanno ripreso a salire e inoltre le grosse entrare fiscali dovute alla ripresa economica non si manterranno all’infinito. Infine, i soldi ricavati dalle privatizzazioni sono ovviamente un’entrata straordinaria che non può essere ripetuta. Già nel 1998 e nel 1999 l’avanzo primario dello Stato (cioè il saldo del bilancio statale al netto degli interessi sul debito) si è) ridotto. Considerati tutti questi fattori, possiamo dire che nei prossimi due o tre anni vedremo inevitabilmente rinascere forti tensioni anche sul fronte della finanza pubblica.

Sono questi i fattori che spingono la Confindustria, la Banca d’Italia e le istituzioni finanziarie internazionali a premere per una nuova offensiva contro i lavoratori e il sindacato. Sbaglia chi pensa che le minacce del nuovo presidente della confindustria D’Amato, o i discorsi sulla fine della concertazione, siano solo parole per ottenere qualche concessione dallo Stato. Lo stesso si dica per la richiesta del governatore della Banca d’Italia Fazio di tagliare le pensioni.

Riprendere l’offensiva contro i lavoratori sarà nei prossimi anni una necessità per il padronato italiano.

Se Cofferati e il sindacato fanno finta di non capirlo, è necessario che lo capiamo tutti noi, per imporre una svolta strategica nella Cgil e seppellire una volta per tutte la concertazione sindacale e i disastri che ha provocato.

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