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Il ritorno a Keynes
non fermerà la recessione

 

“Come si può non essere keynesiani oggi?” così concludeva un’economista borghese di fama, quale Jean Paul Fitoussi, in un editoriale su Repubblica del 17 novembre.

Dopo il crollo delle borse di questa estate, il capitalismo ha temuto di finire nel precipizio di una crisi di sistema che potesse culminare in un vero e proprio crack finanziario, con un’onda lunga di depressione e deflazione.

Hanno così sotterrato i dogmi liberisti, sulla cresta dell’onda da 20 anni a questa parte, per
rispolverare le politiche economiche del vecchio Keynes, con le quali sono intervenuti per fermare la crisi. Riassumiamole brevemente:

- Abbassamento dei tassi d’interesse da parte della Fed americana e delle banche europee.

- Nazionalizzazione di alcune banche giapponesi e intervento dello Stato che ha immesso nell’economia (attraverso sgravi fiscali e opere pubbliche) 330 miliardi di dollari.

- Intervento del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) per sostenere le economie emergenti che rischiavano di essere travolte dalla crisi asiatica (70 miliardi di dollari per il sudest asiatico, 44 per il Brasile, 22 per la Russia); a tal proposito i paesi dei G7 hanno deciso di stanziare altri 90 miliardi di dollari per il Fmi.

- In Europa viene messo in discussione il patto di stabilità, e si ammorbidiscono le politiche di contenimento del deficit, allo scopo di stimolare l’economia, si apre un braccio di ferro tra i governi socialdemocratici e i banchieri che vede sconfitti almeno per ora questi ultimi.

I mercati si sentono rincuorati da questi interventi e le borse riprendono a salire tornando ai livelli di inizio anno. Dalle pagine dei giornali specializzati i commentatori economici, dopo aver suonato il de profundis, riprendono a suonare la fanfara, con entusiasmo affermano che la crisi è stata superata e che presto l’economia tornerà a crescere ai livelli precedenti. Sono confortati dai dati positivi della produzione del terzo trimestre negli Usa e del calo di un punto percentuale della disoccupazione in Francia.

Purtroppo, per loro, verranno smentiti ancora una volta dalla realtà dei fatti.

Cerchiamo di capire il perchè:

- Il fatto che la borsa sia in ripresa, non significa affatto che l’economia reale riprenda fiato. La realtà è invece che oggi gli investitori non hanno molte alternative, considerando che i tassi nominali sono scesi ancor di più e che il mercato immobiliare dopo l’abbuffata degli anni ‘80 è in forte calo di rendimento. Come più volte abbiamo spiegato non c’è un collegamento diretto tra l’andamento delle borse e l’economia reale.

- Il capitalismo è un sistema economico basato sui cicli, che alternano riprese a recessioni (nella fase storica attuale le recessioni tendono ad essere più profonde delle riprese); chi in passato ha provato a teorizzare la fine dei cicli è stato a più riprese smentito. È improbabile che specialmente negli Usa, dopo 7 anni di crescita ininterrotta l’economia non inizi a calare.

- La tenuta finanziaria dell’economia mondiale, è destinata ad aggravarsi dalla crisi totale che investe l’economia giapponese. In 10 anni pur immettendo nell’economia 1300 miliardi di dollari (1 volta e mezzo il Pil italiano), nel tentativo di stimolare la domanda interna, il paese del sol levante non esce dalla stagnazione prolungata. Il ’98 si chiuderà con un calo del Pil del 2,5%. Ha fatto clamore che la più importante rating agency mondiale abbia degradato da AAA a AA1 il Giap-pone nella classifica dei paesi che danno le maggiori garanzie nella capacità di rendere i debiti accumulati, mettendo in discussione la stabilità finanziaria del paese che da 20 anni a questa parte ha fatto da architrave finanziaria, grazie ai suoi enormi attivi commerciali, all’intera economia mondiale.

Questo dato, ovviamente, preoccupa molto gli Stati Uniti, che hanno forti debiti con il Giappone; si pensi che almeno il 9% dei Bot americani sarebbero nelle mani di banche giapponesi, le quali, in condizione di forte insolvenza, potrebbero decidere di venderli, trascinando nella crisi finanziaria anche gli Usa.

- La Cina che è uno dei paesi che ha giocato un ruolo fondamentale di stabilità in Asia inizia a scricchiolare, non solo per le inondazioni che hanno provocato danni incalcolabili (3.700 morti e 22 milioni di senza tetto dichiarati), ma per la competizione che subisce nel mercato asiatico dalle altre economie che hanno svalutato notevolmente la loro moneta rispetto allo yuan cinese.

La crescita del primo semestre è stata del 7% (nel 1995 la Cina cresceva al ritmo del 12%), ma c’è il pericolo serio che alla fine dell’anno la crescita potrebbe essere ancora minore, se si pensa che l’export cinese è calato del 40% e che il paese è in piena deflazione (i prezzi alla produzione sono calati del 2,5%, quelli al consumo dello 0,7%). Molto difficilmente nel 1999 il governo cinese potrà evitare una svalutazione della sua moneta che inevitabilmente aprirà delle svalutazioni competitive a catena aggravando la crisi mondiale.

Il regime nega nella sua propaganda questi pericoli e pensa di risolvere queste contraddizioni accrescendo il mercato interno, utilizzando gli attivi accumulati negli anni addietro per avviare un piano di investimenti dello Stato (+ 28% nell’ultimo trimestre).

Tuttavia è improponibile che quello cinese possa diventare, in tempi brevi, un mercato sufficientemente ampio (se si considera il basso livello dei salari e l’alta percentuale di economia contadina) da contrastare le tendenze generali in atto a livello globale.

- il crollo dei prezzi del petrolio e delle materie prime, che è un sottoprodotto della crisi dei "paesi emergenti", rappresenta una riduzione dei costi delle imprese e da qui l’ottimismo che cresce nelle Borse; ma non bisogna dimenticare che meno costi per le materie prime significa anche meno redditi per i paesi produttori del terzo mondo, che quindi avranno meno soldi da spendere, riducendo oggettivamente gli sbocchi nei mercati esteri per le economie europee e statunitense.

- Per quanto riguarda i mercati interni dei paesi capitalisti avanzati inevitabilmente ci sarà una lotta sui prezzi al ribasso. Le valute asiatiche si sono svalutate rispetto a quelle occidentali di almeno un 40%, il che comporta una riduzione di competitività delle merci occidentali in un mercato che già di per sè è stagnante.

Molto difficilmente il capitalismo riuscirà a risollevarsi dalla crisi di sovrapproduzione, che nel ‘99 condurrà inevitabilmente l’intero pianeta nella recessione più profonda dal dopoguerra, le politiche espansive con cui si cerca di uscire dalla crisi, non sortiranno gli stessi effetti che ebbero dopo la crisi dell’87.

Le cose rispetto ad allora sono molto cambiate: in primo luogo perchè non esiste più lo
sbocco dei mercati asiatici e dell’America Latina che alla fine degli anni ‘80 hanno rappresentato una via d’uscita per le merci occidentali, in secondo luogo perchè il livello di indebitamento degli stati, delle banche e delle famiglie è arrivato a un livello mai visto sul pianeta (si pensi solo al debito dello Stato giapponese che allora era al 40% del Pil e oggi supera il 100%), in terzo luogo perchè la crisi dell’87 c’è già stata, e le scelte fatte dal G7 di allora, orientate da una parte a far pagare ai paesi del terzo mondo, scaricando sui prezzi delle materie prime il calo dei profitti, e dall’altra al Giappone, rivalutando lo yen e svalutando il dollaro hanno provocato degli effetti su queste economie che oggi rappresentano il fattore di principale instabilità nell’economia.

I tentativi che i governi socialdemocratici stanno facendo in Europa, per ampliare il mercato interno con l’intervento dello Stato, sortiranno l’effetto di una goccia d’acqua su una piastra rovente.

Le loro promesse di una politica più sociale resteranno largamente disattese, avranno però il ruolo di risvegliare la classe lavoratrice, che inizierà presto a chiedere il conto, dopo un decennio di sacrifici all’insegna di Maastricht, ma appena si renderà conto che il keynesismo "temperato" dalla flessibilità, dai bassi salari, dall’intensificazione dei ritmi di lavoro non porterà alcun effetto positivo sull’occupazione e sullo stato sociale.

Il compito dei marxisti oggi è quello di combattere le illusioni verso il keynesismo per approfondire la critica e la lotta contro il sistema economico che genera sempre più povertà, insicurezza e sofferenze: il capitalismo, keynesiano o liberista che sia.

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