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La crisi delle Borse è l’anticamera della recessione

 

Nelle settimane e nei mesi successivi al crack delle Borse di ottobre dell’anno scorso i giornali hanno riportato una lunga serie di dichiarazioni di ottimismo sulla solidità della ripresa. In Europa si "spiegava" che l’Asia era lontano nascondendo che le banche europee hanno prestato il 55,5% del totale dei debiti dei paesi asiatici, contro il 16,4% del Giappone e il 14,5% degli Stati uniti. Sono quasi 380 mila miliardi di lire che ora sono in forse.

Da buoni "impressionisti", gli economisti che teorizzano la fine dei cicli, di ripresa e recessione nell’economia capitalista, hanno dichiarato subito che la caduta delle borse in tutto il mondo era solo una "reazione esagerata". Secondo loro la causa di tutta la crisi asiatica stava nella sopravvalutazione dei valori azionari, e non aveva niente a che fare con "l’economia reale". Una falsità a cui abbiamo risposto nell’inserto speciale dell’ultimo numero.

È interessante, comunque, confrontare queste dichiarazioni di ottimismo con quelle fatte all’epoca del grande crack del 1929. Nel suo libro, The Great Crash 1929, (pagina 127), J.K.Galbraith riporta alcuni di quei discorsi:

"Eugene M. Stevens, presidente della Continental Illinois Bank ha detto che "Non c’è niente nella situazione commerciale che possa giustificare il nervosismo" (...) il Presidente Hoover ha detto che "gli indici economici fondamentali del paese, cioè la produzione e la distribuzione dei beni, sono saldi e prosperosi"."

L’epoca sarà diversa, ma il sistema e la mentalità dei suoi rappresentanti restano esattamente gli stessi! Un anno fa Greenspan considerava pericoloso un indice Dow Jones che raggiungeva i 5.000 punti. Ebbene, prima del crack di ottobre scorso aveva superato gli 8.000 punti, ma ancora oggi, dopo il crack, supera i 7.000 punti.

È vero che la situazione odierna è diversa dal 1929, ma dicendo questo si dice poco. Anche se ogni epoca tende ad essere diversa da tutte le altre è anche vero che la storia dei cicli economici e dei crack delle Borse presenta una serie di somiglianze.

Se oggi c’è una differenza importante questa si trova essenzialmente nel maggior sviluppo economico e nelle enormi quantità di capitale in circolazione, che fanno sì che le conseguenze di un crack borsistico siano enormi. Infatti leggiamo nel rapporto annuale dell’Economist, The World Report in 1998, che "La capitalizzazione dei mercati azionari è arrivata a 9 milioni di miliardi di dollari, ciò rappresenta il 115% del fatturato di tutti i paesi, paragonato al precedente picco dell’82% del 1929 e alla media degli ultimi 60 anni del 48%."

Questi dati stanno a confermare che i valori azionari delle Borse in tutto il mondo sono enormemente sopravalutati e che c’è un altissimo livello di indebitamento. Per questo nuove cadute sono inevitabili nei prossimi mesi.

 

Capitalismo dai piedi di argilla

 

Il fatto che la borghesia sia riuscita ad evitare una recessione profonda dopo il crack del 1987 ha creato un falso senso di sicurezza. Questo ottimismo non ha fondamento nella realtà. Non si può prevedere esattamente quando ci saranno gli alti e i bassi della Borsa, ma è possibile prevedere un crack serio a breve/medio termine.

Se guardiamo "l’economia reale" vediamo che la ripresa economica negli Usa dura ormai da otto anni e mezzo. I profitti trimestrali hanno superato le aspettative per il 19° trimestre consecutivo. L’attuale ripresa è stata possibile grazie ad un enorme sfruttamento dei lavoratori. C’è stato un colossale aumento del plusvalore relativo che ha generato grossi profitti a spese dell’esaurimento fisico dei lavoratori, del peggioramento delle condizioni di lavoro, della riduzione delle ferie, dell’ aumento dell’orario, dei doppi lavori, ecc.

Queste pressioni insopportabili per i lavoratori e le loro famiglie stanno facendo accumulare un grosso malcontento, rabbia e frustrazioni che provocheranno prima o poi una reazione. Lo sciopero all’Ups è stato solo un assaggio di quello che verrà. Se la ripresa si prolungherà ancora per un po’, il calo della disoccupazione porterà inevitabilmente ad ulteriori scioperi da parte dei lavoratori che cercheranno di riprendere ciò che hanno perso.

Fenomeni come Borse sopravvalutate, ottimismo ingiustificato, speculazione illimitata e la conseguente sovrapproduzione sono precisamente quello che ci si dovrebbe aspettare al punto alto di un ciclo economico, appena prima di una profonda recessione.

Non sono solo i marxisti a capire questo. La rivista americana Time (10.11.97) parlando del processo in atto diceva: "Ma anche se questa concatenazione di avvenimenti non dovesse avvenire, alcuni esperti credono che gli Stati Uniti, tutti da soli, stiano andando verso una recessione, o almeno un rallentamento serio entro il 1998. Se hanno ragione ciò vorrà dire che il crack di lunedì era un primo avvertimento di altri crack che dovranno venire. Quelli che hanno subito ignorato la corsa alle vendite e che ora si vantano dei loro acquisti a basso prezzo potranno scoprire di essersi sbagliati."

 

Debiti

 

Uno degli elementi importanti in questa situazione è il livello di indebitamento dei consumatori negli Usa. Secondo Ron Reuss, economista presso la Piper Capital Management, Minneapo-lis, metà delle famiglie con un reddito inferiore ai 50.000 dollari annui hanno un debito, aldilà del mutuo della casa, equivalente al 24 per cento del loro reddito netto, il livello di indebitamento più alto che ci sia mai stato. A questo va aggiunto il fenomeno di un altissimo numero di persone che hanno investito i loro risparmi in azioni. Oggi 30 milioni di statunitensi possiedono azioni, mentre prima della Seconda Guerra Mondiale erano solo 3 milioni. Un calo dei valori di questi investimenti significherebbe un calo drastico dei risparmi di queste famiglie e di conseguenza avrebbe effetti seri sul mercato.

I tentativi della borghesia di sminuire gli effetti della crisi asiatica sono comici. Prima parlavano con orgoglio delle "tigri asiatiche", ora cercano di sminuirne l’importanza. Ciononostante l’importanza dell’area si vede dal fatto che il 60-65% della crescita della produzione mondiale tra il 1990 e il 95 sia dovuta proprio al sud-est asiatico. Fu proprio questo a impedire sì che la recessione mondiale del 1990-92 non si trasformasse in vera e propria depressione. Sostenere che una recessione profonda in Asia non avrà conseguenze per l’economia mondiale significa ignorare l’ evidenza.

Ovviamente tutto ciò non si è ancora verificato. Il punto di non ritorno si verificherebbe se più paesi cominciano a rifiutare di pagare gli interessi sui debiti contratti. Ma non è neanche da escludere che in seguito al crack delle Borse, l’economia mondiale possa continuare a crescere ancora per un periodo e che la ripresa per altri 18 mesi o due anni, anche se con tassi ridotti. Ciò non farebbe altro che preparare la strada a nuove recessioni ancora più profonde in futuro. Tuttavia, questo scenario "ottimista" non è affatto garantito. Man mano che passano i mesi le voci preoccupate vanno crescendo. Perfino The Economist, portavoce tra i più ottimisti del "capitalismo liberale", non riesce più a nascondere le sue preoccupazioni per l’economia mondiale.

Nell’editoriale del 20.12.97 leggiamo:

"Ma quando il processo si è spostato verso nordest alla Corea del Sud e al Giappone ha assunto nuove dimensioni. Queste sono due delle economie più grandi del mondo, le quali, contrariamente all’opinione diffusa, sono anche due dei più grandi importatori del mondo; oltre al fatto che investono in tutto il mondo. Una calamità finanziaria in questi due paesi potrebbe provocare un rallentamento mondiale o perfino una recessione profonda. Dunque, è probabile? La risposta, purtroppo, è che una tale calamità ancora non possiamo scartarla." (nostra enfasi).

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