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L’economia mondiale sulla rotta del Titanic

 

La crisi delle economie asiatiche cominciata un anno fa segna uno spartiacque nella storia del capitalismo. Il vortice della crisi, partita da paesi apparentemente periferici nello scenario mondiale, sta ormai coinvolgendo i punti nevralgici del meccanismo finanziario mondiale, e cioè la finanza giapponese e i suoi rapporti con gli Usa. In Corea, Malesia, Indonesia la crisi economica diventa crisi sociale e politica. Da questa crisi il mondo intero uscirà trasformato.

Carlton Poon, dirigente finanziario di Hong Kong, riassume così gli incubi dei circoli borghesi: "L’agonia del Giappone e il tracollo dell’Asia sono appena cominciati. Lo yen precipiterà fino oltre quota 160 sul dollaro, le Borse del Far East si dimezzeranno e il mondo intero prenderà la rotta del Titanic. La depressione degli anni ’30 sembrerà al confronto uno scherzo" (Corriere della Sera, 10/05/98).

 

I fattori che rendono questa crisi così determinante sono molti, e vanno analizzati nel loro complesso. Il ruolo dell’Asia nell’economia mondiale è cresciuto in maniera significativa negli ultimi vent’anni e in particolare negli anni ’80. Il ruolo fondamentale della Corea, della Cina, della Malesia, della Thailandia, ecc. è stato quello di fare da retrovie dell’industria di paesi più avanzati, in primo luogo del Giappone, per poi riesportare il grosso delle loro produzioni nei paesi ricchi, e in particolare negli Usa. Negli ultimi anni, quando l’industria giapponese ha cominciato ad avere qualche difficoltà ad esportare direttamente negli Usa e in Europa, i programmi di sviluppo di questi paesi (soprattutto le infrastrutture e l’edilizia), finanziati spesso dalle banche giapponesi, hanno fornito nuovi sbocchi alle industrie e all’edilizia giapponese che in patria non trovava più impieghi profittevoli.

Il meccanismo che si è sviluppato negli ultimi 10-20 anni nella zona è il seguente: 1) esportazione massiccia di capitali giapponesi (ma anche europei e statunitensi) nei paesi asiatici. 2) Creazione di ulteriori sbocchi per l’industria giapponese e crescita del commercio inter-asiatico in misura superiore alla media del commercio mondiale. 3) Riesportazione di prodotti finiti in Usa e negli altri paesi avanzati.

Tutto questo ha creato l’impressione di un boom economico duraturo, attirando in massa capitali da tutto il mondo, alla ricerca di profitti a breve termine. Azioni, titoli, terreni, aziende: tutto quello che si comprava nella regione appariva come un buon affare.

 

Il paradosso giapponese

 

A questo si aggiungeva un ulteriore paradosso. Per tutti gli anni ’80 il Giappone ha esportato grandi quantità di capitali, in primo luogo negli Usa. Negli anni 1991-94 la crisi del mercato interno giapponese, in particolare il calo dei consumi delle famiglie e dell’edilizia ha alimentato ulterioremente l’uscita dei capitali alla ricerca di nuovi sbocchi. Si è creata così una situazione esplosiva per la quale l’area potenzialmente più instabile del capitalismo mondiale ne è diventata in qualche modo la chiave di volta finanziaria e industriale.

La Tabella 1 dimostra il livello di coinvolgimento di tutti i principali paesi imperialisti nella crisi del sud est asiatico. Da notare che su 275 miliardi di dollari di crediti, oltre 100 miliardi provengono da paesi europei.

Il Giappone ha dunque esportato capitali in quantità massicce. Da dove vengono questi capitali? In primo luogo dall’enorme attivo commerciale che l’economia giapponese continua ad accumulare anno dopo anno (tabella 2). A questa enorme disponibilità si è aggiunto il fatto che la Banca centrale giapponese, nel tentativo di far aumentare i consumi, ha abbassato il tasso di sconto, cioè il costo del denaro, al livello dello 0,5%; in altre parole in Giappone il denaro è praticamente gratis. Ma questa disponibilità finanziaria non fa che riversarsi sui mercati internazionali.

Circa la metà di questi investimenti finisce negli Usa, e il Giappone è creditore verso il resto del mondo di circa 1000 miliardi di dollari. Ecco spiegato quindi il paradosso per cui l’economia giapponese nonostante sia piena di debiti fino al collo, sia nelle aziende che nello Stato, rimane il principale esportatore di capitale, la chiave di volta della finanza mondiale.

Le cifre fornite per il Giappone si riflettono in modo speculare nell’economia Usa. Gli Usa hanno avuto nel 1997 un passivo delle partite correnti di 166 miliardi di dollari, che potrebbero diventare 230 miliardi nel 1998. L’aumento del commercio con la Cina ha significato per gli Usa un passivo commerciale di 50 miliardi di dollari l’anno scorso. Allo stesso tempo sono affluiti circa 300 miliardi di dollari dall’estero, che portano il debito estero degli Usa attorno a 1000 miliardi, il 12,3% del Pil (fonte: considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia).

 

La crisi del Giappone

 

Lo scenario da incubo che la borghesia sta tentando di scongiurare è oggi il seguente: 1) la Cina svaluta la propria moneta per difendere il suo export, dando il via a una catena di svalutazioni competitive. 2) Lo yen crolla, assieme alla borsa di Tokyo. 3) I capitali giapponesi devono rientrare in patria aprendo una crisi finanziaria in Usa 4) Tutti i paesi si trovano coinvolti in una guerra valutaria e commerciale; il protezionismo frantuma il mercato mondiale.

Solo un paio d’anni fa uno scenario del genere sarebbe stato definito fantascientifico dagli economisti ufficiali. Oggi sarebbero ben pochi a negare che rientri fra gli sbocchi possibili.

Per capire quanto sia vicino, è necessario analizzare la crisi giapponese. Nel secondo trimestre del 1998 la domanda interna è crollata del 14% su base annua. Il Pil cala del 5,3%, cifra senza precedenti nel dopoguerra. Il debito pubblico ufficiale è al 100% del Pil, ma secondo alcuni studi americani la cifra reale potrebbe essere vicina al 250%. C’è un’ondata di fallimenti che hanno portato anche a casi di suicidi fra i dirigenti delle aziende in bancarotta e le sofferenze bancarie, cioè i crediti a rischio, ammonterebbero a un milione di miliardi di lire.

Ora il capitalismo internazionale, e in primo luogo gli Usa, farà di tutto per impedire che il Giappone prenda la strada di una forte svalutazione competitiva dello yen. La ricetta che proporranno sarà la solita: "Aprite i vostri mercati e il vostro sistema finanziario, lasciate fallire le aziende e soprattutto le banche in crisi, e noi vi daremo qualche miliardo di dollari". Il problema è che in primo luogo queste ricette non faranno che aggravare la situazione, come già vediamo negli altri paesi del sudest asiatico; in secondo luogo, un conto è imporre condizioni capestro all’Indonesia, o persino alla Corea, un altro è imporle al Giappone. Infine gli Usa, già oggi grande debitore, si vedono costretti a correre su e giù per il globo a tamponare le crisi finanziarie che scappano loro dalle mani: nel 1995 il Messico (40 miliardi di dollari), ora il sudest asiatico (110 miliardi) domani presumibilmente la Russia (35-40 miliardi secondo le stime)…

 

Gli Usa, grande vincitore

 

Quali che siano gli sviluppi a breve termine, è comunque chiaro che gli Usa emergono come grandi vincitori degli anni ’90. Dalla crisi del 1990-91 l’economia americana è quella che ha guadagnato più punti rispetto ai concorrenti. Il livello di investimenti, fatto pari a 100 nel 1990, era sceso a 96,2 nella crisi del 1991 per risalire poi fino a toccare 150 nel 1997. A partire dal 1993 sono tornati a crescere anche i profitti (tabella 3).

Oggi la crisi asiatica rafforza il dollaro e vedremo i capitali Usa fare razzia in Asia comprando per due lire aziende che, a causa delle svalutazioni, sono quotate oggi a un quinto o un decimo del loro valore reale. La forza del capitalismo Usa si esprime
non solo nelle cifre assolute di produzione o di investimenti, ma anche nell’altissima concentrazione di capitali, sia nell’industria che nella finanza, che gli permette di giocare un ruolo di comando che va al di là della semplice percentuale del Pil mondiale rappresentato dagli Usa.

A partire dall’elezione di Clinton (1992) gli Usa si sono posti l’obiettivo di aumentare la loro partecipazione al mercato mondiale. Questo obiettivo è stato in parte raggiunto, se si considera che il commercio estero degli Usa (importazioni più esportazioni) è salito al 25% del Pil contro il 17% di vent’anni fa. Tuttavia la crescita Usa continua a basarsi fondamentalmente sul mercato interno, come dimostra la tabella 4.

Di fatto gli Usa costituiscono oggi un mercato che permette la crescita dei loro stessi concorrenti. Si sta ricreando una situazione simile a quella degli anni ’80, nella quale l’economia amerciana attira merci e capitali da tutto il mondo, il dollaro schiaccia le altre monete, con effetti che in primo luogo sono positivi per l’economia mondiale, ma a medio termine diventano disastrosi per l’economia americana (perdita di produttività, speculazione senza limiti, ecc.) che poi a loro volta si riversano sull’economia internazionale.

Il problema del capitalismo americano è che non si può esercitare la funzione di "padroni del mondo" senza assumersene anche i costi economici, politici, militari, ecc.

Le tendenze isolazioniste e protezioniste, rappresentate in Usa dalla nuova destra repubblicana, sono state per ora sconfitte. Ha prevalso una linea di intervento politico, economico e militare su tutti i fronti che mette a dura prova le pur enormi risorse del capitalismo statunitense. Gli Usa non possono sottrarsi ai loro compiti di "arbitro"mondiale, sia che si tratti di impedire i crolli finanziari che le crisi diplomatiche o i conflitti militari. Clinton deve impegnarsi su tutti gli scacchieri, dalla Bosnia alla Palestina, dal Kosovo al Golfo Persico, dall’Indonesia all’Africa centrale, e sempre più spesso il "superpoliziotto" Usa scopre di non avere mezzi e alleati sufficienti per imporre la sua politica. Vediamo così le sconfitte parziali della diplomazia Usa in relazione a Cuba, all’Iran (voltafaccia completo dopo vent’anni di sanzioni), all’Irak (piantato in asso dagli "alleati" europei, tranne la Gran Bretagna).

 

L’Europa di fronte alla crisi

 

La crisi del 1992-93 aveva avuto l’effetto di rallentare il processo di integrazione europea. In particolare si erano rotti i legami fra le monete, con la svalutazione della lira, della peseta e della sterlina. Quali saranno gli effetti della crisi incipiente sull’Europa? Negli anni 1994-98 le borghesie europee sono riuscite a riprendere il controllo della situazione e a raggiungere un accordo estremamente precario sull’unificazione monetaria.

È possibile che una forte recessione mondiale mandi in pezzi tutto quanto, spingendo i capitalisti dei vari paesi europei sulla strada del "sacro egoismo", cioè di svalutazioni competitive che distruggerebbero ogni possibile progetto di unione monetaria. Questo sarebbe inevitabile se, di fronte a un rafforzamento significativo del dollaro, la Banca centrale europea tentasse con troppa ostinazione di mantenere la stabilità dei cambi fra Euro e dollaro. Una politica del genere sarebbe insostenibile per la Francia e l’Italia, dove oggi si concentrano i due terzi dell’attivo commerciale dell’Ue e le costringerebbe a un dato momento ad uscire dall’accordo Euro.

Questa non è tuttavia la sola possibilità. Di fronte a un dollaro forte e a un’Asia in difficoltà, l’Unione europea potrebbe anche
scegliere la strada opposta: quella cioè di accettare un calo del valore dell’Euro, aumentanto così la propria capacità di esportare, e di adottare politiche espansive all’interno (investimenti pubblici, spesa sociale, ecc.). Tutto questo verrebbe ammantato da una gran propaganda sull’Europa "sociale", che non dimentica i disoccupati, che non segue le regole spietate della società americana, né quelle autoritarie di quella giapponese, ecc. In realtà si tratterebbe di un progetto coerentemente imperialista, di un tentativo di dare al capitalismo europeo una base maggiormente indipendente, cioè capace in futuro di confrontarsi alla pari con il gigante nordamericano. Gli effetti di una simile svolta, perché di questo si tratterebbe, si vedrebbero non solo a livello economico, ma anche diplomatico e militare, con un’accelerazione dei progetti già in corso per un’integrazione parziale delle forze armate e delle industrie militari europee, con il tentativo di stabilire una "propria" linea diplomatica distinta da quella degli Usa, come già si è visto con il recente scontro sulla proposta americana di bombardare l’Irak.

Se l’ipotesi di un Euro forte, ma di fatto agganciato al dollaro e all’egemonia Usa, susciterà soprattutto le preoccupazioni francesi e italiane, la seconda ipotesi ha il suo nervo scoperto nella Germania, la quale dovrebbe assumersi una parte importante dei costi. Tradizionalmente la Bundesbank è stata il più feroce avversario di qualsiasi politica che odorasse anche solo da lontano di inflazione e spesa pubblica eccessiva, e finora è riuscita a imporre la sua linea nel processo di unificazione monetaria. Ma per quanto sia importante la volontà della Bundesbank, questa non è il solo fattore in gioco. Un esempio recente lo si è visto quando il documento della Comissione europea, cioè il "governo" dell’Unione, che criticava duramente Italia e Francia per la loro eccessiva "morbidezza" sulle 35 ore è stato clamorosamente sconfessato nella riunione dei ministri finanziari dei paesi dell’Unione. Esiste un precedente che andrebbe ricordato. Nel 1991, quando ci fu l’unificazione monetaria fra le due Germanie, l’allora governatore della Bundesbank, Poehl, si oppose frontalmente a scambiare alla pari i marchi dell’est con quelli orientali, proponendo un rapporto di 2 a 1 e fu Kohl a imporre, per evidenti ragioni politiche, che il cambio fosse alla pari, nonostante questo fosse chiaramente insensato da un punto di vista strettamente finanziario.

 

Una nuova fase del capitalismo

 

Ad ogni boom economico sorge qualche nuova teoria che tenta di dimostrare come la crisi appena superata sia stata
l’ultima, poiché ora le condizioni sono mutate. Negli anni ’80 si parlava del boom dei servizi che avrebbe posto fine al ciclo economico, negli anni ’90 si è parlato della "globalizzazione" e dello sviluppo dell’informatica come araldi di una new economy nella quale le recessioni sarebbero state solo un brutto ricordo del passato.

Come abbiamo scritto più volte, le crisi economiche sono una caratteristica fondamentale del capitalismo. Il problema, quindi non è solo domandarsi se ci sarà una nuova crisi (il che è inevitabile), e neppure se a questa crisi seguirà una nuova ripresa (il che è altrettanto inevitabile). Quello che è decisivo è capire la natura generale del periodo che stiamo attraversando, il contesto nel quale si inserisce il ciclo "naturale" dell’economia capitalista.

L’aspetto decisivo della crisi che si prepara è che i suoi effetti metteranno in discussione equilibri economici e politici consolidati da decenni.

Senza voler dare ai paragoni storici un significato di ripetizione meccanica, bisogna dire che vi sono delle analogie impressionanti fra questo decennio e il primo decennio del ’900, in cui si crearono le condizioni per lo scontro fra le varie potenze che portò alla Prima guerra mondiale. Allora la questione decisiva era il declino relativo della potenza mondiale dominante, la Gran Bretagna, e l’emergere di nuovi protagonisti, in particolare Germania, Usa e Giappone, che cercavano una nuova e più favorevole spartizione del mondo. Gli altri due aspetti decisivi erano la fine di un ciclo di espansione economica che durava da circa due decenni, e la spinta parossistica allo sfruttamento coloniale di ogni angolo del pianeta.

Come abbiamo spiegato, gli Usa rimangono ancora il padrone del mondo capitalista. Chi negli ultimi due decenni ha tentato di sfidarne l’egemonia è uscito con le ossa rotte. Tuttavia il potere nordamericano subisce anch’esso un relativo declino. A differenza degli anni ’60 e ’70 l’industria americana non è più la scuola del mondo; la percentuale statunitense del Pil mondiale si è dimezzata dal dopoguerra ad oggi. Dal canto loro gli avversari più qualificati degli Stati Uniti, e cioè il Giappone e la Germania, con le loro appendici europea ed asiatica, non potranno rassegnarsi semplicemente a recitare un ruolo di comprimari.

In numerosi paesi dell’Asia cresce un’ondata di reazione nazionalista e antiamericana; cosa succederà quando questa ondata troverà espressione politica nel gigante giapponese? Il Partito liberaldemocratico, la "democrazia cristiana" giapponese che per 50 anni ha garantito la stabilità politica e la fedeltà agli Usa, è in crisi nera e ha già subìto importanti scissioni. Non è affatto improbabile che esca distrutto dalla prossima recessione, e dai suoi spezzoni sorgeranno inevitabilmente forti partiti nazionalisti che indicheranno alla borghesia giapponese la strada della competizione imperialista a tutti i livelli come mezzo per uscire dalla crisi. Questo significherebbe la ripresa del vecchio programma espansionista dell’impero giapponese, su basi però enormemente più esplosive.

 

L’incognita cinese

 

La Cina rappresenta un’altra enorme incognita nella politica e nell’economia mondiale. Oggi tutti applaudono la responsabilità dei leaders cinesi per aver contribuito a stabilizzare le valute asiatiche, ma a lungo termine la Cina rappresenta una minaccia per tutti i paesi impegnati nelle economie asiatiche. È assolutamente escluso che possa riuscire un tentativo di colonizzare (in forme moderne) la Cina; questo obiettivo non fu mai pienamente raggiunto neppure all’inizio del secolo, quando la Cina era uno dei paesi più arretrati del mondo, ed è superiore alle forze di qualsiasi potenza imperialista. Tuttavia la transizione verso il capitalismo, che procede a ritmo serrato ormai da 15 anni mette a rischio la stabilità e la stessa integrità territoriale della Cina. Oggi la Cina gioca il ruolo di superpotenza regionale, fatto che l’amministrazione Usa è costretta a riconoscere se non vuole trovarsi isolata nella regione. La Cina è il paese asiatico nel quale le contraddizioni sociali potrebbero esplodere al livello più alto. Da un lato il conflitto fra la nuova borghesia e l’apparato burocratico non è ancora deciso, nononostante la vittoria dell’ala procapitalista nell’ultimo congresso del Pcc. In secondo luogo la contraddizione fra città e campagne porrà problemi enormi non appena la crescita esplosiva dell’economia cinese rallenterà, chiudendo gli sbocchi all’emigrazione che dalle campagne si riversa nelle città in cerca di impiego nelle nuove industrie. Infine, le condizioni del proletariato cinese nelle nuove industrie sono probabilmente le peggiori al mondo e non mancheranno di suscitare lotte sindacali sulla linea di quanto abbiamo visto in Corea del Sud negli ultimi anni, ma su scala infinitamente maggiore.

 

Guerra e pace

 

Il riarmo atomico di India e Pakistan, sostenuti rispettivamente dalla Russia e dalla Cina, è una svolta decisiva: per la prima volta dagli anni ’60 viene apertamente messo in discussione il monopolio nucleare del "club dei cinque" (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna). In queste condizioni, quale forza può impedire che nei prossimi anni la classe dominante giapponese non voglia mettere in discussione il suo status di "gigante economico e nano politico", e cioè di una potenza senza esercito, senza marina, senza aviazione e senza arma nucleare, cioè senza politica estera che non sia quella degli Usa? Non a caso uno studio della Fondazione Agnelli (Rapporto Giappone, 1996) prevede per una prossima fase un riarmo giapponese e una politica estera "più assertiva" (cioè più aggressiva), in un primo tempo con il consenso degli stessi Usa.

In Europa le cose sono ancora più complicate per il fatto che la Ue non costituisce affatto un insieme di interessi omogenei. Eppure, anche se per ora fortemente minoritarie, cominciano a farsi sentire nei circoli dominanti voci contrarie all’allargamento della Nato a vantaggio della costruzione di una diplomazia e di una forza militare europee che gestiscano autonomamente il rapporto con la Russia, l’area balcanica, il medio oriente, ecc.

Già ora l’Africa è insanguinata da una ventina di conflitti locali, dietro ai quali spesso si celano gli interessi contrastanti delle grandi potenze e in primo luogo degli Usa e della Francia, che negli ultimi anni è stata più volte umiliata e costretta a cedere il passo nell’Africa centrale.

 

Verso un movimento operaio internazionale

 

Gli enormi sommovimenti che si sviluppano nell’economia mondiale possono talvolta richiedere anni e decenni per maturare, ma quando si arriva al punto critico, le conseguenze si manifestano con forza esplosiva in brevissimo tempo. Questa è la realtà del capitalismo globalizzato, per chi non voglia chiudere gli occhi di fronte ad essa, uno scenario che può trasformarsi in un incubo sotto gli occhi di questa generazione.

La maggior parte della sinistra mondiale, non esclusi molti partiti comunisti, schiacciata dall’enormità dei processi del’economia "globalizzata" si ritrae impaurita e rinuncia a raccogliere la sfida che ci lancia il capitalismo.

Al contrario, crediamo che i comunisti debbano partire dalla premessa che questo meccanismo economico non solo prepara una nuova esplosione imperialista su scala mai vista, ma anche una altrettanto vasta esplosione di lotta di classe. L’industrializzazione asiatica ha creato nuovi "eserciti industriali" di decine di milioni di lavoratori che hanno già cominciato a far sentire il loro peso in Corea e in Indonesia. In Giappone l’ultimo Primo maggio ha visto in piazza due milioni di manifestanti in circa mille diverse località.

Negli stessi Usa, dopo lo sciopero vittorioso dei 180mila lavoratori della Ups di un anno fa vediamo svilupparsi una nuova vertenza di importanza internazionale con lo sciopero della General Motors. Nessun paese potrà sottrarsi ai cataclismi economici e sociali che si preparano.

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