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L’Euro infiamma le borse…

 

L’ambiente creato ad arte nelle ultime settimane attorno alla nascita dell’Euro ricorda quello di una campagna pubblicitaria per il lancio di un nuovo prodotto.

Dopo la crisi valutaria dello Sme nel 1992 le borghesie europee si sono convinte che non c’erano alternative alla moneta unica. In un mercato mondiale sempre più globale sarebbe stato molto difficile per loro difendersi in ordine sparso dall’attacco commerciale del blocco nord americano e quello giapponese.

Ma fino all’ultimo si sono divise sulla valutazione delle difficoltà da superare in un contesto di scarsa crescita economica. I distinguo riguardavano dunque, nella maggior parte dei casi, il quando e il come, non tanto l’obiettivo finale.

Nell’incontro di Amsterdam emergeva il timore che la durezza delle politiche deflazionistiche tese a raggiungere i criteri di Maastricht potesse condurre l’Europa a una stagnazione economica e a un calo di competitività sui mercati mondiali. Portatore di questa linea era, in particolare, il governo francese che, insisteva su una "lettura non rigida" dei parametri economici.

Alla base c’è l’incapacità del sistema capitalista a livello mondiale di ritornare ai livelli di crescita degli anni ‘50 e ‘60, quando non a caso si posero le basi della Cee. Dal 1975 in poi l’economia mondiale sta crescendo a un ritmo tre volte minore di quello dei due decenni precedenti.

Non che Jospin fosse intenzionato a dare un contenuto progressista al trattato, piuttosto l’obiettivo era quello di lasciare dei margini di flessibilità che permettessero alla borghesia francese di usare l’arma dell’inflazione e del deficit per mantenersi competitiva nei confronti dell’economia tedesca.

Si puntava dunque ad ammorbidire i vincoli del patto di stabilità, riducendo le sanzioni previste per chi non rispettava i criteri di Maastricht.

Dietro lo scontro che è emerso per la designazione del presidente della Banca centrale europea (Bce) tra il candidato tedesco, l’olandese Duisenberg e il presidente della Banca centrale francese, Trichet si riassume
la lotta della borghesia francese per non farsi schiacciare da quella tedesca.

Kohl si è trovato a subire le bordate dei capitalisti tedeschi che non erano affatto disposti a mettere in discussione il loro controllo sulla Bce, che è lo strumento chiave per determinare la politica economica in Europa.

L’accordo raggiunto il 2 maggio, quello del cambio della guardia nel 2002, è stato rinnegato da Duisenberg e dal ministro tedesco Waigel solo tre giorni dopo averlo siglato!

Alla fine facendo di necessità virtù la Francia ha rivisto le sue perplessità ed ha accettato che il patto di stabilità mantenesse un controllo rigidissimo sul contenimento dei deficit e dell’inflazione delle economie nazionali perchè a quel punto emergeva con forza il pericolo che la crisi asiatica travolgesse l’economia mondiale e che i paesi asiatici per pagare i debiti contratti invadessero l’Europa di prodotti a prezzi stracciati.

In un contesto del genere diventava fondamentale sostenere la "Fortezza Europa" per difendersi dall’invasione asiatica. La durezza del patto di stabilità siglato dagli 11 governi dell’Ume rappresenta la più grande garanzia per la realizzazione di politiche antioperaie.

Ora ci possono raccontare tante favole. Non si spiega come, ma si promette al Mezzogiorno una crescita economica, che non ha avuto finora dentro l’economia italiana. La realtà è che la moneta unica, porrà solo le basi di un’unico mercato del lavoro dove la borghesia vorrebbe mettere i lavoratori gli uni contro gli altri. Si parla tanto del boom dell’industria elettronica in Irlanda, dove i salari sono bassi e la manodopera qualificata; quello che non si dice è che costituisce l’altra faccia della moneta della crisi dell’Olivetti in Italia, della Bull in Francia, della Nixdorf in Germania…

I capitalisti sarebbero disposti a investire nel Mezzogiorno (come Melfi insegna) solo a condizioni particolarmente vantaggiose (salari minori, risparmio sulle tasse, agevolazioni nelle normative ambientali ecc.) ma molte di queste condizioni c’erano già e tranne eccezioni non hanno comportato un boom degli investimenti. Certo, il superamento delle valute nazionali di per sé comporterà un risparmio di circa 50mila miliardi, ma esso da solo non basta per ridare fiato alla crescita dell’occupazione in Europa. In compenso, con la scusa dei parametri di Maastricht si continuerà a giustificare una politica di tagli allo Stato sociale e alle pensioni. Non potendo più usare la svalutazione per rendere più concorrenziali le loro merci le borghesie più deboli avranno a disposizione solo l’attacco ai salari e allo Stato sociale.

 

E’ fin troppo chiaro come le varie controriforme pensionistiche siano state solo l’assaggio. In tutta l’Europa le diverse borghesie provano a smantellare i sistemi pensionistici pubblici per costringere i lavoratori a mettere i loro soldi sudati nelle mani dei fondi pensioni, che in questo modo potrebbero ridare fiato alle Borse, a tutto vantaggio dei soliti noti. La realtà è che il mercato mondiale, Europa compresa, è afflitto da una crisi di sovrapproduzione espressa nelle forme di una crisi di sovraccapacità (capacità produttiva delle aziende che non viene usata). Solo la Corea potrebbe produrre elettronica di consumo per tutto il mondo. Se domani sparisse tutta l’industria statunitense dell’auto la domanda mondiale potrebbe ancora essere soddisfatta.

In’ultima istanza è questa la spiegazione del crollo delle tigri asiatiche. Erano economie esportatrici, che per mantenere alti i ritmi di crescita avevano bisogno di una domanda mondiale in crescita costante. In mancanza di ciò i capitali sono finiti in ogni tipo di opere speculative, in particolare nell’edilizia. Ora sentiamo dire dal Fmi che questi paesi hanno "usato male" i capitali, ma ancora nel suo rapporto del 1997 esso giudicava "invidiabile" la fiscalità della Corea e "sana" l’economia tailandese (!!!).

Ora, in base alle ricette del Fmi queste economie sono già in recessione. Ciò avrà due conseguenze: una riduzione della loro domanda sui mercati mondiali e una spinta brutale ad esportare. E questo succede proprio quando il ciclo economico in Europa e negli Usa si avvia verso una fase recessiva e non c’è nessuna zona del mondo che possa mantenere alta la domanda di prodotti.

Quante volte ci hanno detto che dovevamo imparare dal Giappone? Ebbene, proprio l’economia giapponese è in condizioni pietose da 5 anni e ancora non ha toccato il fondo. Il presidente della Sony, Norio Ohga, ha dichiarato che "l’economia giapponese sta affrontando il periodo più difficile della sua storia: è sull’orlo del collasso, c’è un pessimismo diffuso che può preludere a una lunga spirale di deflazione, con possibili effetti dannosi per tutta l’economia mondiale".

Tradotto in cifre significa che l’intero sistema produttivo giapponese ha rivisto drasticamente al ribasso le previsioni relative all’anno fiscale ’97 sulla spesa per investimenti, sull’evoluzione dei fatturati e dei profitti lordi. Lo Stato, per "salvare" dalla bancarotta le banche, ha sinora pompato qualcosa come 30 mila miliardi che si presume dovranno apparire da qualche parte nel prossimo bilancio, andando così ad aggravare ulteriormente il già mastodontico debito pubblico: oltre un milione di miliardi. "Se al debito pubblico si somma quello delle banche - ha scritto ieri The Wall Street Journal - il Giappone è alla bancarotta".

Tutto ciò non vuol dire che sta arrivando la "crisi finale del capitalismo". Però, significa che aumenteranno ancora gli elementi di instabilità e d’insicurezza. Per la prima volta da 40 anni i giovani che cercano un lavoro si trovano di fronte a condizioni peggiori di quelle dei loro genitori. È la conseguenza del tentativo padronale di assicurarsi i profitti in un contesto di crisi economica. Diventa sempre più evidente come gli interessi dei mercati e quelli dei lavoratori dipendenti sono contrastanti. Nell’Europa di Maastricht ciò diventerà sempre più palese. Il movimento operaio europeo e mondiale potrà opporsi a questa deriva solo sulla base di un programma internazionalista e anticapitalista che metta in pratica il moto del Manifesto Comunista: "Proletari di tutto il mondo unitevi contro la barbarie capitalista".

 

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