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L’Italia entra nell’Euro:
continua la rapina contro i lavoratori

 

 

L’obiettivo tanto sospirato è stato raggiunto, l’Italia è tra gli undici paesi che daranno vita da maggio all’Unione monetaria (ne restano fuori la Grecia perché non rispetta i parametri e Svezia, Gran Bretagna, Danimarca che hanno deciso di aderire all’Euro solo dalla seconda fase).

Il clima di euforia che si respira in questi giorni nella compagine governativa è grande, il governo Prodi si accredita agli occhi della borghesia italiana e a livello internazionale per aver portato il deficit sotto il 3%.

 

Lo ha fatto con misure d’emergenza. D’altronde come altri paesi, la Francia ha raggiunto l’obiettivo solo grazie alla "contabilità creativa", sono stati infatti conteggiati in attivo anche i fondi pensione della privatizzata France Telecom (senza i quali la Francia avrebbe un deficit del 3,5%), mentre la Germania ha semplicemente deciso di rimandare delle spese all’anno fiscale ‘98.

La scure di Maastricht si è fatta sentire, la disoccupazione in Europa è salita all’11%, il processo di precarizzazione e di pauperizzazione dei lavoratori è arrivato ai livelli statunitensi. Nel 1993 durante la presidenza Delors, l’Unione Europea, aveva annunciato il proposito di creare 15 milioni di posti di lavoro. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, il famoso "libro bianco" è rimasto un "libro disatteso", per il semplice fatto che viveva nel mondo dei sogni.

Secondo un rapporto Onu, il 12% della popolazione vive con meno di 25.000 lire in Irlanda, Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Francia e Belgio. Un bambino su 6 in Gran Bretagna è povero. In Italia l’Istat rivela che il 10% dei lavoratori sono poveri e che le loro famiglie vivono con meno di 1 milione e 550mila lire al mese.

Ma questo è stato solo l’inizio, una volta risanato il deficit, lo sguardo si rivolge ai debiti e immediatamente l’indice viene puntato contro l’Italia che, come il Belgio, ha un debito dello Stato del 122% del Pil, con la differenza che le dimensioni dell’economia italiana sono molto superiori a quella belga facendo sì che il debito italiano rappresenti agli occhi dei capitalisti una mina vagante nella stabilità dell’Euro, la moneta europea che a partire dal 2002 dovrebbe sostituire le valute nazionali.

Per questa ragione il ministro degli esteri tedesco Waigel ha imposto come condizione per l’accesso dell’Italia nella moneta unica il famoso patto di stabilità che prevede:

1) una stretta sorveglianza dei bilanci ‘98 e un’immediata correzione in caso di sbandamento. Ogni risultato migliore del previsto deve essere utilizzato per la riduzione del deficit.

2) la presentazione anticipata dei bilanci ‘99 e la loro verifica in revisione del patto di stabilità.

3) impegno a considerare operativo il patto di stabilità a partire dal mese di maggio, in anticipo sulla tabella di marcia dell’Euro.

4) riduzione del debito per portarlo a livelli sostenibili (sotto il 60% previsto da Maastricht).

5) nessun trasferimento di risorse da un paese all’altro in modo da lasciare la responsabilità della stabilizzazione finanziaria a livello nazionale.

L’Italia con il patto di stabilità sale su un treno blindato preparato dalla Commissione europea e dall’istituto monetario europeo (Ime), Ciampi bontà sua si impegna di fronte a questi organismi e Prodi rincara la dose dichiarando che queste misure facevano già parte del programma del governo.

 

Dimezzare il debito in 10 anni

 

Secondo Duisemberg (il presidente olandese dell’Ime) sarebbe possibile dimezzare il debito italiano in 10 anni, tenendo l’inflazione ai livelli attuali, garantendo una crescita media del Pil del 2,5% e accumulando anno dopo anno surplus di bilancio del 2,5% (7,8% di avanzo primario).

Queste cifre rappresentano una ricetta compiuta di attacchi feroci al tenore di vita dei lavoratori.

Si è parlato del dimezzamento del debito irlandese nell’arco di 10 anni, ma non si è detto che questo è stato possibile grazie a una riduzione selvaggia delle spese primarie (tra l’86 e l’89 gli anni fondamentali del "risanamento") di 10,1 punti percentuali; più della metà della riduzione di queste spese è stata fatta grazie a tagli a salari e trasferimenti previdenziali. Si aggiunga che l’Irlanda ha goduto di una crescita economica del tutto eccezionale che è stata alla base del successo di questa operazione.

La riduzione del deficit che abbiamo visto in Italia negli ultimi 2 anni, si deve fondamentalmente all’aumento della leva fiscale (che è cresciuta di 2,3 punti percentuali) e ad artifizi contabili.

Non sono state fatte, se non in minima parte le cosiddette riforme strutturali (tagli a salari e Stato sociale) che costituiscono la gran parte del bilancio in uscita, infatti in Italia se ai trasferimenti (pensioni, stato sociale, ecc.,) si aggiungono i salari dei dipendenti pubblici si arriva ai tre quarti delle spese primarie.

Considerando che il restante 25% in buona parte è costituito da investimenti pubblici è evidente che rispettare il patto di stabilità oggi significa abolire lo Stato sociale, congelare i salari, per non parlare di estesi licenziamenti nell’impiego pubblico, come vengono reclamati a gran voce dagli economisti di grido della borghesia.

Si aggiunga che per quanto siano ottimistiche le previsioni di crescita di Ciampi per i prossimi tre anni (Prodi alla riunione degli industriali romagnoli si è spinto a parlare di 7 anni di crescita come si è vista negli Usa), le possibilità di crescita dell’economia italiana per i prossimi anni sono molto basse.

I dati economici fondamentali lasciano piuttosto pensare che è incipiente una nuova recessione.

L’aumento dei salari (+ 2,3% nel ‘97), seppure con l’aumento delle ore lavorate, l’aumento dell’import con un parallelo calo dell’export, l’ascesa forsennata della borsa nei primi tre mesi dell’anno, sono tutti segnali che siamo arrivati al punto più alto del ciclo e che presto dovrebbe esserci un raffreddamento dell’economia.

Inoltre la crisi delle borse asiatiche e la conseguente svalutazione delle monete in questa zona del mondo, invaderà il mercato europeo con prodotti asiatici a bassissimo prezzo in un mercato che già di per sè avrà una domanda asfittica per la camicia di forza che gli verrà imposta tra maggio e dicembre dal patto di stabilità.

L’Italia infatti non potrà più utilizzare due classici strumenti competitivi come la svalutazione della moneta e l’aumento dell’inflazione.

In questo contesto si inserisce il Dpef che il governo licenzierà a metà aprile, e che verrà presentato alla Camera l’11 maggio.

Un decreto che per forza di cose non prepara nulla di buono per i lavoratori, con buona pace della "fase due" che secondo Prodi e D’Alema doveva avviarsi nell’azione governativa con l’ottenimento dell’obiettivo europeo.

La verità è che i lavoratori in questi 5 anni hanno fatto sacrifici, sopportando tagli per oltre 400mila miliardi, per entrare in Europa per poi riprendere, oggi a obiettivo conquistato, a fare sacrifici ancora più pesanti.

Perché la verità è che la politica di lacrime e sangue inizia proprio ora. A farsi garanti di questa politica ci saranno la Bundesbank e il governo tedesco, le velleità del governo italiano ammettendo per assurdo che Prodi volesse avviare seriamente un percorso di riforme verrebbero comunque castrate dagli interessi del grande capitale tedesco, vera forza egemone dell’unione europea su basi capitaliste.

 

Come si è accumulato il debito italiano?

 

Il debito dello Stato in Italia si è formato nell’arco di 15 anni tra il ‘78 e il ‘93, non a caso in un periodo di stagnazione economica che ha avuto inizio tra il ‘73 e il ‘74 subito dopo la recessione nota come la "crisi petrolifera", che ha rappresentato un cambiamento di fase rispetto ai livelli di crescita che si erano visti nel secondo dopoguerra. Riappariva con forza in questo contesto la classica contraddizione del capitalismo indicata da Carlo Marx, quella di sovrapproduzione o come la chiamano i capitalisti di sovraccapacità.

Siccome l’economia non cresceva più ai livelli del passato e la domanda sul mercato latitava si è pensato bene di drogarla facendo intervenire lo Stato. Questa politica di carattere keynesiano ha portato il debito fuori controllo (non
solo in Italia se si pensa che nei paesi Ocse dagli anni ‘70 ad oggi i debiti sono aumentati dal 40 al 70% del Pil).

In Italia per i particolari limiti della borghesia nazionale
questo tipo di politiche sono state particolarmente accentuate. Secondo l’ultima commissione parlamentare che ha fornito dati sull’argomento (quella presieduta da Granelli) ogni anno le aziende italiane sotto la voce di "contributi alla produzione" ricevevano dal governo finanziamenti (sarebbe meglio dire regali) a fondo perduto per oltre 50-60mila miliardi.

Ma questi non erano gli unici regali che venivano fatti, si potrebbe parlare a lungo sulle privatizzazioni, con le aziende pubbliche che venivano svendute per quattro soldi dopo che per anni venivano tenute in perdita per fornire servizi, materie prime, semilavorati a prezzi ridicoli al capitale privato italiano.

O viceversa le aziende pubbliche che acquistavano dai privati prodotti fuori mercato a prezzi favolosi, come è emerso con Tangentopoli, riguardo agli acquisti fatti all’Olivetti e alla Fiat di tecnologia scadente per Poste, Ferrovie, scuola, università.

È troppo facile oggi scaricare tutte le responsabilità sui politici corrotti della Dc e del Psi, che si arricchivano con il debito dello Stato; questi politici godevano del sostegno del grande capitale che da quel sistema ci guadagnava anche in termini di rendita, con il meccanismo degli alti tassi d’interesse applicati sui buoni del tesoro che per l’85% erano proprietà dei capitalisti. Insomma quello italiano era un classico sistema dove lo Stato era in perdita per permettere ai privati di fare profitti. Perchè potesse funzionare questo sistema aveva bisogno che il debito si ingrossasse sempre più.

Ora chiedono che a pagarlo quel debito siano i lavoratori, tanto è vero che la Confindustria mentre spinge per le politiche di rigore non disdegna di chiedere al governo per sè, incentivi alla rottamazione, sgravi fiscali ed ogni tipo
di regali e favori.

 

La politica di Rifondazione

 

Nerio Nesi il 23 marzo ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera nella quale si sosteneva che "A questo punto l’Italia deve accettare tutto per entrare nell’Unione economica europea, compresa l’ultima idea assurda di Waigel", l’idea assurda sarebbe quella di anticipare il rispetto del patto di stabilità. Secondo Nesi, una volta entrati potremo poi ridiscutere le condizioni.

Bertinotti in più occasioni ha giustamente ricordato come l’unico parametro che Maastricht non ha rispettato sia stato quello della disoccupazione che infatti è in crescita in tutta Europa, ma dopo aver detto questo il partito si è dichiarato a favore della moneta unica, anche se contro il patto di stabilità e il rispetto rigido dei parametri di Maastricht.

Non solo, in tutti questi mesi Rifondazione con la sua presenza in maggioranza ha sostenuto la politica di risanamento per Maastricht, tra l’altro vantandosene in più occasioni, in quanto questo dimostrerebbe agli occhi di tutti che è una forza responsabile.

Ma responsabile verso chi? Non certo verso i lavoratori che hanno pagato e che inizieranno a pagare ancora di più per garantire la stabilità dell’Euro.

È assurdo dire che ora, una volta che il risanamento è stato portato a termine bisogna avviare una politica per l’occupazione; perchè come si è tentato di dimostrare il "risanamento" se tale si vuole chiamarlo non è che agli inizi. Difatto la "fase due" del governo di cui parla Prodi e che Rifondazione chiede a gran voce non è che un miraggio e un inganno verso quei giovani che oggi sono alla ricerca disperata di un lavoro e questo non mancherà di dimostrarsi nel prossimo periodo. D’altronde non si capisce di cosa parla Fazio quando prevede un lungo periodo di "purgatorio" a cui sara sottoposta l’Italia.

Nonostante la più volte denunciata crisi del riformismo, permane nel gruppo dirigente del Prc, la riproposizione di vecchie e superate misure keynesiane che sono impraticabili considerando il gigantesco livello dei debiti contratti dagli Stati proprio applicando questo tipo di politiche.

Il keynesianesimo non rappresenta oggi un’alternativa al monetarismo; la realtà di cui si deve prendere atto è che il capitalismo è ormai un sistema incapace di sviluppare armonicamente le forze produttive e di conseguenza non è più in grado di garantire un graduale miglioramento delle condizioni di vita delle masse. Tutto il contario, si fa largo pericolosamente, anche nei paesi capitalisti avanzati l’indigenza, lo sfruttamento più feroce, la disoccupazione
di massa.

 

L’alternativa socialista

 

I comunisti devono opporsi a Maastricht perché questa unità europea viene fatta a spese dei popoli e non è altro che un tentativo di costruire una fortezza imperialista da opporre alla penetrazione dei prodotti Usa e asiatici in Europa. E’ un’unità su basi capitaliste tesa a competere con gli altri due blocchi commerciali (Nafta, Asean) per conquistare nuovi mercati. A pagare sono i lavoratori su scala internazionale.

Ma è sufficiente dire dunque di no a Maastricht? Niente affatto. Restare fuori dall’Europa non costituisce la soluzione di tutti i mali. Lo dimostra il caso greco, dove il Governo Simitis sta preparando dure misure di "risanamento" nonostante la Grecia sia fuori dall’unità europea.

L’integrazione dell’economia a livello continentale rappresenterebbe di per sè un notevole passo in avanti se fosse fatta su basi non capitaliste; solo pianificando l’economia, abolendo la logica del profitto in un’Europa socialista gestita democraticamente dai lavoratori è possibile garantire uno sviluppo prolungato e il benessere sociale.

Se si volesse inserire un elemento di rottura con questa Europa voluta dai banchieri e dalle multinazionali andrebbe avanzata la richiesta del non pagamento del debito dello Stato, salvo i casi di comprovata necessità, stabilendo una soglia che tuteli i redditi delle famiglie più bisognose ma confiscando i redditi della speculazione e del grande capitale finanziario.

Cioè di coloro che con la politica del debito si sono arricchiti in questi anni e che è giusto che paghino essendo i principali responsabili del dissesto finanziario.

Questa misura avrebbe un carattere dirompente perché libererebbe le risorse sufficienti a garantire nell’immediato un salario decente per tutti, pensioni adeguate, sanità, istruzione, servizi pubblici di qualità a prezzi accettabili.

Aprirebbe in una parola la strada per una vera politica di riforme oggi completamente assente nel governo Prodi.

Qualcuno scandalizzato potrebbe affermare che questo tipo di misure metterebbero in discussione la proprietà privata, e che pertanto non si mettono sul terreno delle riforme ma su quello della rivoluzione, rivoluzione per la quale non esistono oggi
le condizioni.

Lasciamo che questo qualcuno, che ovviamente, ha a cuore le sorti della classe operaia, si sbizzarrisca con nuovi "modelli di sviluppo possibili" in regime capitalistico; i fatti ostinati mostreranno che l’unica strada veramente riformista è abbattere il capitalismo, gettando le basi per una società non basata sul profitto ma sui bisogni fondamentali della popolazione.

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