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L'euro

Il primo gennaio 1999 gli undici paesi che aderiscono all'euro hanno bloccato i cambi tra le loro monete iniziando un processo che nel 2002 dovrebbe portare alla moneta unica: l'Euro. Lo scopo del seguente articolo è analizzare le ragioni che sono state alla base di questo processo, le conseguenze per il movimento operaio europeo e le prospettive future.

Per poter svilupparsi il capitalismo aveva bisogno di mercati aperti, di mano d'opera "libera" di essere sfruttata, di volumi di vendita sempre crescenti. Sostituendo le auguste barriere feudali con quelle nazionali il capitalismo realizzava comunque un compito progressista. Ma in pochi decenni le nuove frontiere erano diventate una camicia di forza per lo sviluppo delle forze produttive. Già all'inizio di questo secolo era evidente come, sia la proprietà privata delle forze produttive, che la divisione del mondo in tanti stati nazionali, erano i due impedimenti principali alla crescita economica e sociale dell'umanità. Due guerre mondiali, la grande depressione degli anni trenta, le rivoluzioni in tutto il mondo coloniale stanno lì a dimostrarlo.

Il capitalismo ha provato a superare "amichevolmente" queste contraddizioni attraverso accordi commerciali, unioni doganali e monetarie, con l'intervento statale nell'economia, ma anche con "guerre" commerciali che hanno creato le condizioni per i conflitti militari. Non è un caso che di unificazione europea si parli da almeno 80 anni. Finora i desideri non sono diventati realtà anche se gli accordi di Maastricht e l'avvento dell'Euro sono i punti più alti mai raggiunti.

Perché l'Euro?

Nel bel mezzo del boom del dopoguerra, con gli Usa come prima e indiscutibile potenza capitalista e i paesi europei appena usciti della ricostruzione postbellica si firmò il trattato di Roma (25/3/57) che diede luogo al Mercato comune europeo, un accordo doganale per ridurre i dazi tra i paesi aderenti. L'accordo prevedeva una posteriore unione politica che doveva realizzarsi negli anni '70. Come sappiamo in quel decennio le classi dominanti europee non ebbero vita facile, dovendo scontrarsi con la più importante ondata di lotte operaie dagli anni '30. Tutto fu rimandato fino a metà degli anni '80 quando si decise di costituire i mercato unico europeo per il 1992 (l'abolizione delle frontiere tra i paesi aderenti).

Per ipotizzare l’euro sono passati altri anni e la crisi economica del 1991-93. Nei primi anni ’90 la lira italiana, la sterlina inglese e la peseta spagnola dovettero abbandonare, sotto l'attacco della speculazione, il Sistema Monetario Europeo, l'accordo valutario che manteneva legati i tassi di cambio tra le monete europee. Da allora è cresciuta tra i capitalisti europei la consapevolezza che fosse ormai necessario creare una moneta unica. In un contesto di crescita lenta, dove il reddito cresceva con un ritmo tre volte inferiore a quello avuto tra il 1950 e il 1973 la concorrenza nei mercati internazionali non faceva che aumentare. Di conseguenza si sono sempre più consolidati tre blocchi commerciali: gli Usa, il Canada e il resto dell'America, il Giappone e il resto dell'Asia e l'Europa. Da più di 10 anni questi paesi aumentano gli interscambi di merci e servizi tra di loro a un ritmo doppio di quello che fanno col resto del mondo. C'è dunque un ritorno strisciante al protezionismo che non si riflette nelle statistiche giacché il commercio all'interno delle aree suddette figura come internazionale.

I pericoli della moneta unica

Questi fattori giocavano a favore dell'unione monetaria, vi erano anche ostacoli. Con l'Euro a regime diventava necessariamente molto più rigida la politica economica dei diversi stati. Le svalutazioni e i deficit di bilancio che sono stati utilizzati in passato dalle diverse borghesie (specialmente quella italiana) diventavano impossibili. Nel caso di una riduzione della crescita e calo dei profitti, alle diverse borghesie europee sarebbe rimasta solo la strada dell'attacco ai diritti e ai salari diretti (in busta paga) ed indiretti (prestazioni sociali) dei lavoratori. Questa situazione preoccupava molto. È noto lo scontro al vertice della Fiat, tra Agnelli a favore dell'Euro e Romiti che voleva che l'Italia aspettasse almeno tre anni, "per rafforzarsi e vedere come andava la nuova moneta" ed entrare in un secondo momento.

Ma il crollo delle borse asiatiche nell'estate del 1997 e la recessione giapponese, assieme alle lotte dei lavoratori francesi un anno e mezzo prima sono stati determinanti per unificare le borghesie europee attorno all'euro come la soluzione meno peggio. Ritardare l'Euro avrebbe permesso alla speculazione internazionale di scommettere sulle crepe del sistema monetario europeo. Ancora più pericoloso, le critiche anti Maastricht, che allora avevano un carattere di massa solo in Francia e Danimarca avrebbero potuto acquisire un carattere continentale. Di fatto lungo gli ultimi due anni in tutte le elezioni europee hanno perso i partiti che avevano guidato i paesi verso la moneta unica.

È progressista la moneta unica?

Così, dopo che per un secolo la borghesia ha diviso l’Europa con due guerre mondiali, razzismo contro gli emigrati e pulizia etnica ora si starebbe invertendo il corso della storia e creando le condizioni per un'Europa Unita? Niente affatto! L'Europa dell’euro lascia fuori tutti i paesi dell'est e non risolve ma aggrava le contraddizioni al suo interno. Sotto il capitalismo il mezzogiorno italiano, il sud belga o il nordest tedesco non sono aiutati a recuperare il divario con le zone più sviluppate, accade proprio il contrario! A Bruxelles si discute di come ridurre gli ostacoli alla circolazione dei capitali, a cosa serva la circolazione, quali siano le conseguenze in termini di posti di lavoro, qualità della vita ecc. non interessa. La miglior dimostrazione di ciò si trova nell'entità ridicola del Bilancio europeo: l'1,27% del Pil dell'Unione e cioè circa 170mila miliardi di lire nel 1998 che nella maggior parte viene spesso nel finanziamento della Pac (politica agraria comunitaria), il settore economico meno importante in termini quantitativi.

No! il processo dell'unificazione europea sotto l'egida dei capitalisti non gioca un ruolo progressista. Rappresenta piuttosto arroccamento nel tentativo di resistere meglio alle difficoltà dell’economia internazionale. La moneta unica si avvicina mentre crescono gli attriti tra le diversi classi dominanti europee. Quella tedesca è dominante, ma non abbastanza per impedire la formazione di un possibile asse antitedesco tra Gran Bretagna, Francia e Italia. In Gran Bretagna i padroni sono divisi e perciò sono rimasti fuori dall'euro. C'è chi vuole rimanere come il vassallo favorito degli Usa e chi invece punta sull'Europa. In Francia hanno vinto gli europeisti con l'argomento decisivo che, se non si costruisce l'Europa unita, una Germania con 80 milioni di abitanti e un Pil doppio di qualsiasi altro paese è un enorme fattore di instabilità. I padroni francesi puntano sull'euro per scongiurare i fantasmi delle tre invasioni subite dalla Germania negli ultimi 130 anni…

Se occorre un'ulteriore dimostrazione di quanto sia divisa l’Europa basta guardare alla politica estera. In Medio Oriente, in Africa e Asia, nella ex Jugoslavia, le diverse nazioni europee mantengono posizioni antagoniste. Perciò non si può paragonare l'ascesa dell'euro di fronte al dollaro con quella di quest'ultimo di fronte alla sterlina 50 anni fa. È vero che la nascita dell'euro renderà più difficile al dollaro mantenere il ruolo di moneta di riserva internazionale. C'è chi calcola che almeno un 30% delle riserve mondiali saranno trasformate in euro, ma paradossalmente in un contesto di difficoltà economiche il conseguente apprezzamento della valuta europea viene visto come il fumo negli occhi dai padroni. Un euro "troppo" forte renderebbe più difficile esportare mentre in contropartita l'effetto sui prezzi dei beni importati sarebbe trascurabile visto che le materie prime e molti altri prodotti hanno i prezzi più basi da decenni. Dunque possiamo concludere che la strada dell'euro sarà piena di ostacoli. A livello internazionale la sua comparsa accentua le difficoltà del dollaro senza sostituirlo. Gli elementi caotici nel sistema non possono che aumentare. È stato scelto come il meno peggio a costo di imbarcare tante contraddizioni irrisolte. Potrebbe esplodere tutto in aria se le condizioni economiche e sociali peggiorassero sensibilmente. Diamo dunque un'occhiata alle prospettive per l'economia nei prossimi anni.

Comincia l'inverno nell'economia…

Dopo 8 anni di ciclo di crescita tutti gli indicatori appuntano all'inizio di una recessione al massimo entro 12/18 mesi, se non prima. Apparentemente tutto va per il meglio. Anche se il crollo delle borse asiatiche e la conseguente crisi nella regione, assieme alla recessione in Giappone e i rischi per il suo sistema finanziario, e alla crisi russa e ultimamente a quella dell'America Latina lasciano solo due isole felici: l'America del Nord e l'Europa. Le borse di queste due zone hanno macinato record su record negli ultimi 12 mesi. La battuta di arresto dell'estate '98 è stata presto dimenticata. La realtà è che le borse stanno consumando le ultime cartucce (capitali) che fuggendo dalle crisi per il mondo affluiscono a quelli che considerano lidi più sicuri. Inoltre l'abbassamento dei tassi d'interesse e il calo degli investimenti ha fatto diventare le borse l'unico posto attraente per i capitali.

Sotto questi fuochi d'artificio l'economia reale arranca. È vero che ancora nell'1998 gli Usa sono cresciuti del 3,5% e l'Europa del 2,5%, ma il Giappone è calato del 3% mentre due terzi dell'umanità sono in recessione. Il crollo dei prezzi delle materie prime rende impossibile il pagamento del debito estero. La Russia è in bancarotta, potrebbe essere seguita dal Brasile, dal Venezuela, forse dal Messico… Coi profitti in calo e i debiti da pagare prima o poi finirà l'afflusso ininterrotto dei capitali nelle borse. A quel punto la bolla speculativa si sgonfierà e il crollo potrebbe superare il 30/40% come già successe in Giappone alla fine degli anni '80. Alla base di questi processi c'è una situazione di sovrapproduzione mondiale. I capitalisti, puntando da 20 anni a risparmiare sulla mano d'opera (posti di lavoro e salari) mentre si aumentava la produttività hanno creato tale condizione. La domanda ci sarebbe, ma non è solvibile essendo peggiorata la distribuzione della ricchezza in tutto il mondo fino al punto che un 20% della popolazione realizza l'86% dei consumi mondiali. Gli Stati Uniti, i paladini del capitalismo col 40% della popolazione che gioca in borsa, sono anche la nazione più ingiusta nella distribuzione della ricchezza.

Deflazione alle porte?

A questo punto i prezzi delle materie prime sono in caduta libera, anche quelli industriali sono in un leggero calo. In un mercato stagnante le aziende corrono ai ripari riducendo la produzione e ricorrendo alle fusioni cioè a "comprare" spazi di mercato già esistenti visto che di nuovi non ce ne sono. Altro che "piccolo è bello". Nelle telecomunicazioni, nell’auto, nel settore finanziario la concentrazione del capitalismo, un fenomeno spiegato da Marx 150 anni fa, diventa mostruosa. In questo contesto un calo dei tassi d'interesse non può giocare un ruolo stimolatore dell'economia. Il problema non è la disponibilità teorica dei capitali. Il punto è dove investirli in modo proficuo! In Giappone, malgrado il tasso di sconto sia allo 0,25% l'economia è in recessione. Il mito monetarista, che fu riscoperto per porre fine alla esplosione inflazionaria provocata dalle politiche keynesiane durante i 30 anni del dopoguerra rivela oggi tutti i suoi limiti. Serve a poco tenere bilanci in attivo, bassa inflazione e una moneta forte se l'attività economica langue. Keynes aveva ragione, dicono ora in molti, ma nascondono il fatto che il Giappone, dopo aver spesso più di 500 miliardi di dollari per stimolare l'economia si trova con un deficit statale del 10% è un'economia in recessione. La realtà è che ne Keynes, né Friedman, sono in grado di sanare la contraddizione che sta alla base del capitalismo: quella tra il carattere sociale (oggi globale) della produzione e il carattere privato dell'appropriazione della ricchezza prodotta. È questa ricerca spasmodica del massimo profitto per ogni singolo capitalista che aumenta la corsa verso la sovrapproduzione, che inonda i mercati di merci che non trovano compratori.

Le borghesie europee hanno scommesso molto sulla moneta unica. Rischiano grosso. Il movimento dei lavoratori francesi contra la logica di Maastricht che fece cadere il governo Juppé e vincere le elezioni a Lionel Jospin è stato una prima avvisaglia di quello che potrebbe succedere in Europa di fronte allo scenario più probabile dei prossimi anni: più disoccupazione, meno stato sociale, più disuguaglianze, meno diritti e un futuro più nero per la stragrande maggioranza della popolazione.

Un'Europa sociale?

Per correre ai ripari si parla da almeno un anno di un'Europa sociale. Il ministro delle finanze tedesco Lafontaine ha fiducia nelle virtù della crescita economica e auspica anzitutto una forte ripresa economica. Se c'è questa premessa, le ricette sono: "Un mix di politiche nazionali finanziarie e salariali e di politica monetaria europea". Ma la realtà presenta un aspetto diverso: l'economia tedesca continua a mostrare segni di rallentamento. Il tutto sintetizzato dall'indice Ifo che misura la fiducia delle imprese sulle prospettive dell'economia: in dicembre è ulteriormente sceso, per il settimo mese consecutivo. Conclusione della Bundesbank: nel '99 la disoccupazione, dopo un '98 favorevole (il più alto tasso di crescita del Pil dalla riunificazione) non sarà riassorbita e il numero dei senza lavoro rimarrà nella media d'anno attorno ai 4,1 milioni (4,16 milioni nel '98)

Da Francoforte a Roma la musica è la stessa. L'Istat ha diffuso i dati sull'occupazione nelle grandi imprese industriali in ottobre ’98: -1,9 per cento rispetto all'ottobre '97, con una caduta dello 0,5 per cento rispetto al mese precedente. Che non si tratti di un dato isolato, ma di una tendenza è confermato da altri indicatori statistici. Ad esempio quello sugli ordinativi e sul fatturato diffuso pochi giorni fa che evidenzia una vistosa caduta sia della domanda estera che di quella interna. L'economia europea, insomma, batte colpi a vuoto: nella seconda metà del '98 la crescita è vistosamente rallentata rispetto ai ritmi dei primi sei mesi dell'anno. La tendenza è comune a tutti i paesi dell'euro, ed è stata evidenziata anche dal Bollettino della Banca centrale europea.

La frenata è forte soprattutto per quanto riguarda l'export, anche se i paesi dell'euro seguitano a presentare altissimi attivi commerciali. Ma il surplus di quest'anno è stato originato non da un incremento dell'export, ma da una flessione fortissima dei prezzi delle merci importate. Insomma, l'import cresce, ma di poco in termini reali, visto che la domanda interna è fiacca, soprattutto per quanto riguarda la componente investimenti, e le politiche generalizzate di "risanamento" dei conti pubblici frenano la spesa pubblica.

Nessun governo, finora, ha messo in cantiere cambiamenti di indirizzo nella politica economica e la politica di bilancio invece di essere utilizzata in un'ottica anticiclica per contrastare le tendenze naturali del ciclo, finisce per aggravare la situazione.

I dirigenti sindacali e dei principali partiti dei lavoratori sono prigionieri della logica capitalista, fino a quando? La recessione prossima ventura potrebbe cambiare molte cose. Nel contesto europeo si potrebbero vedere vertenze internazionali, scioperi di solidarietà e movimenti che, prendendo esempio dei lavoratori francesi, pongano in discussione i miti capitalisti dominanti. I partiti e i sindacati tradizionali saranno scossi fino alle fondamenta. Con l'entrata nell'arena politica delle nuove generazioni di lavoratori supersfruttati, flessibili, precari a vita tutto l'ambiente cambierà. La simpatia che raccolse il maggio francese 31 anni fa oggi sarebbe sostituita per una partecipazione attiva dei lavoratori in diversi paesi. Ci sono troppi conti in sospeso, troppe promesse incompiute, troppi rospi ingoiati nel nome "delle compatibilità con le esigenze capitaliste".

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