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Sconfitta bruciante per Tony Blair

Le elezioni amministrative tenute il 4 maggio in Gran Bretagna hanno visto la sconfitta umiliante e senza appello del "New Labour" guidato da Tony Blair. I laburisti, che nel 1997 avevano vinto le elezioni parlamentari e governano con la più larga maggioranza parlamentare della storia, hanno perso qualcosa come 600 consiglieri comunali e soprattutto sono stati relegati al terzo posto nelle elezioni per il sindaco di Londra, dietro al vincitore Livingstone e ai conservatori.

Il processo in corso in Gran Bretagna assomiglia da vicino alla crisi del centrosinistra in Italia. La sinistra al governo ha deluso profondamente il suo elettorato tradizionale. L’astensione ha raggiunto livelli incredibili, con una percentuale di votanti attorno al 30% su scala nazionale. Una parte dell’elettorato laburista ha votato liberale per dare un avvertimento a Blair.

Come D’Alema, Blair, dopo aver pressoché distrutto il suo stesso partito, si è circondato da una ristretta cricca di collaboratori che costituiscono una vera e propria corte, e vive totalmente distaccato dalla realtà.

La crisi del New Labour

I processi in corso nel partito laburista meritano una attenta analisi, in particolare la vicenda londinese. Blair condusse una campagna martellante per distruggere il legame fra sindacato e partito laburista, abolendo il "block vote", cioè i pacchetti di voti controllati dai vertici dei vari sindacati affiliati al partito, in favore del principio "una testa un voto". Nei suoi piani, questo significava convocare per posta (!) dei plebisciti fra una militanza sempre più frammentata e passiva per far passare i propri piani indisturbato. Con questo metodo è riuscito a cambiare lo Statuto del partito e ad abolire il famoso articolo 4, che inseriva la prospettiva della socializzazione dei mezzi di produzione.

Tuttavia, non appena il vero volto del New Labour ha cominciato a mostrarsi, l’opposizione ha cominciato a crescere fra i militanti e persino fra i deputati di seconda linea. Così, quando si è arrivato a dover decidere il candidato a sindaco di Londra, è scoppiata la tempesta.

Dalla fine degli anni ’70 il partito laburista ha una tradizione di elezione dei propri candidati da parte degli iscritti e delle strutture affiliate. Ma quando Blair ha proposto il suo protetto Frank Dobson è scoppiata una vera e propria rivolta nella base, con assemblee tempestose di centinaia di militanti e simpatizzanti in tutta Londra. Come risultato, Dobson ha subito una sconfitta umiliante, prendendo soli 22.275 voti contro 74.646 del suo avversario Ken Livingstone.

Livingstone è stato negli anni ’80 una figura di punta della "soft left", la "sinistra morbida" che oppose una parziale resistenza alla deriva moderata del partito laburista, ed era stato l’ultimo sindaco della "Greater London" prima che la Thatcher abolisse quella carica. La chiave del suo successo è stata semplice. Con alcune posizioni chiaramente a sinistra di Blair, e in particolare con una aperta opposizione al progetto di privatizzazione della rete metropolitana, è riuscito a proporsi come l’anti-Blair, come il punto di riferimento della base laburista disgustata dal New Labour.

Blair è intervenuto con una pesante ingerenza burocratica, e ha organizzato un sistema antidemocratico di selezione dei candidati dando un peso spropositato al voto dei parlamentari e della burocrazia dei sindacati più a destra (che ha rifiutato di consultare i propri iscritti come invece altre categorie hanno fatto) e ha ribaltato il risultato della votazione e imposto Frank Dobson come candidato ufficiale laburista.

Commentò all’epoca il Financial Times: "Ken Livingstone ha chiaramente vinto nel voto popolare e Frank Dobson è stato recuperato dalla macchina del partito. Per Dobson si tratta di una brutta partenza, e di un serio colpo per Tony Blair".

Livingstone candidato indipendente

Livingstone non ha accettato la decisione e ha presentato la propria candidatura indipendente. Inevitabile, a quel punto, la sua espulsione dal partito laburista.

Nonostante la campagna forsennata contro di lui, anche dopo l’espulsione ha continuato a mantenere un forte appoggio fra i militanti laburisti. Nelle elezioni ha preso il 38% per cento contro il 26% del candidato conservatore e il misero 12% di Dobson. Nella seconda scelta che gli elettori potevano indicare sulla scheda le preferenze per Livingstone sono salite al 57%.

Londra è stata un caso limite di una tendenza che si è ripetuta in altre situazioni. L’imposizione da parte di Blair del proprio candidato a segretario del partito in Galles, contro la volontà dei militanti, ha portato a una sconfitta elettorale nelle elezioni locali con la vittoria dei nazionalisti gallesi. Blair è riuscito a far perdere ai laburisti circoscrizioni come la Rhondda Valley, che controllavano dall’inizio del secolo!

Non è strano, quindi, che anche i settori più moderati della burocrazia laburista siano presi da una forte preoccupazione. Deputati come Peter Kilfoyle, noto in passato per essere un esponente del settore più di destra del partito, si lamentano perché il governo non sostiene gli interessi dello "zoccolo duro" dell’elettorato laburista.

Ma la cosa più importante è capire che queste divisioni si connettono a un clima di crescente protesta nella società.

La lotta contro la distruzione dell’occupazione alla Rover di Birmingham e alla Ford di Dagenham ha visto momenti di forte mobilitazione, compreso un corteo di 100mila persone organizzato dai sindacati. C’è un crescente rifiuto delle politiche liberali che si esprime in questi risultati elettorali.

Un nuovo partito?

Non pochi pensano che la rottura di Livingstone costituisca un passo verso un nuovo partito a sinistra dei laburisti. Le cose tuttavia non stanno precisamente in questi termini. In primo luogo, Livingstone non ha affatto un programma complessivo da contrapporre a quello di Blair. Questo si è espresso chiaramente nella campagna elettorale, nella quale si è rivolto in tutte le direzioni, dai lavoratori fino alla City, impostando una propaganda di tipo assolutamente interclassista, presentandosi come un uomo "al di fuori dei partiti", che ha successo per la sua "competenza", disposto a collaborare con tutti, compresi i conservatori. Attaccato per aver detto che il capitale finanziario ha ucciso "tante persone quante ne ha uccise Hitler", si è giustificato dicendo che non si riferiva alla City di Londra, ma esclusivamente agli americani.

Il carattere timidamente riformista del programma di Livingstone, e il suo orientamento interclassista, si sono espressi chiaramente nella campagna elettorale da lui impostata: molte trovate "ad effetto", nessuna campagna militante, nessun tentativo di trasformare l’appoggio che aveva avuto nella fase precedente in una militanza organizzata.

Più che a costruire nuovi partiti, è presumibile che Livingstone si orienterà a proporsi come "anti-Blair" e salvatore del partito laburista quando la crisi esploderà in modo definitivo.

Nonostante l’appoggio massiccio che Livingstone ha ottenuto nel dibattito interno al partito, e anche nelle elezioni, non esiste un serio movimento verso la formazione di un nuovo partito. Nelle stesse elezioni di Londra, nel voto per la composizione del consiglio comunale, le liste a sinistra dei laburisti hanno ottenuto risultati miseri: la London Socialist Alliance, una coalizione di gruppi settari di estrema sinistra, ha preso l’1,6%; il Socialist Labour Party di Scargill lo 0,8%.

Molte delle strutture di base che hanno appoggiato Livingstone sono alla ricerca di punti di riferimento per aprire una battaglia contro Blair e la sua linea che sta portando alla distruzione il partito laburista. Questa opposizione, se oggi è ancora in una fase embrionale e anche confusa, si farà sentire sempre più forte nei prossimi anni.

Figure come Livingstone possono contribuire a farla emergere, ma non hanno in realtà alcuna risposta di fondo ai problemi posti di fronte ai lavoratori e alla sinistra britannica. Da questo punto di vista sarebbe ingenuo e fuorviante farsi ingannare dai discorsi radicaleggianti di "Ken il rosso", il quale ha mostrato il classico approccio del demagogo che si fa spingere da un’onda di opposizione, ma che non è certo in grado di darle un contenuto politico e una linea realmente rivoluzionaria.

Quali che siano i tempi e i percorsi di questo processo, una cosa è certa: dopo le elezioni di Londra, per Blair è cominciato il conto alla rovescia.

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