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Gran Bretagna: un voto contro il "liberismo" malgrado Blair

 

Alle elezioni del 1° maggio il partito laburista ha conquistato 419 deputati su un totale di 659, mentre i conservatori sono stati ridotti a 165. Mai negli ultimi 100 anni il Partito laburista aveva ottenuto un numero così alto di deputati. Dopo la sconfitta del 1979 i mass media borghesi ci volevano fare credere che il Partito laburista era finito. Eppure dopo 18 anni di governi conservatori eccolo di nuovo al governo. Come si spiega una tale valanga di voti per il Partito laburista?

 

Il Corriere della Sera del 3 maggio ci vorrebbe far credere che "Tony Blair ha vinto perché il suo Labour, liberato da ogni condizionamento ideologico marxisteggiante, ha rassicurato il ceto medio e ha conquistato così il "centro politico"... Ma ha vinto anche soprattutto perché all’essenza della rivoluzione liberista thatcheriana è rimasto fedele..." Questo è un discorso che tutta la stampa va ripetendo, e lo scopo è evidente: anche la sinistra italiana deve sposare il liberismo se vuole vincere! Questo non è altro che pura propaganda e non riflette affatto la realtà sociale britannica e sopratutto non spiega la sconfitta dei conservatori. Dovremmo davvero credere che la gente in Gran Bretagna ha votato massicciamente per i laburisti perché si aspettano da questi la continuazione della politica thatcheriana?

La realtà dietro le cifre

In questi ultimi anni le analisi che ci proponevano i cosiddetti "esperti" sulla Gran Bretagna erano volutamente superficiali. Ad esempio già nel 1994 si vedeva chiaramente che i conservatori stavano perdendo consensi. E sul Mondo Economico del 2 luglio di quell’anno si leggeva: "Il primo ministro inglese è in una situazione paradossale: ha perduto tutte le elezioni degli ultimi mesi. Ma il tasso di sviluppo cresce a buoni ritmi e la disoccupazione è in calo." Dunque dove stava il problema?

Le elezioni britanniche stanno a dimostrare che non sono sufficienti le cifre sulla crescita economica per capire i processi in atto, ma bisogna guardare un po’ più in là. La realtà è che i conservatori hanno cercato di rimettere in sesto l’economia britannica non con gli investimenti ma abbassando i salari e peggiorando le condizioni di lavoro. Ora il mercato del lavoro britannico è il più "liberalizzato" d’Europa e i salari sono tra i più bassi. Ad esempio, se in Gran Bretagna venisse introdotto un salario minimo di 10.500 lire l’ora ciò comporterebbe un aumento di stipendio per ben 6 milioni di lavoratori.

Questi salari bassissimi spiegano anche perché sono i lavoratori britannici ad avere la settimana lavorativa più lunga d’Europa. Il 51% degli operai maschi fa regolarmente degli straordinari, 5,7 milioni di lavoratori fanno più di 45 ore la settimana. E circa 1,3 milioni di lavoratori ha un secondo lavoro (un raddoppio sulla cifra di dieci anni fa).

La settimana lavorativa più lunga d’Europa

Più della metà dei lavoratori dell’Unione Europea che lavorano più di 46 ore settimanali sono britannici. La settimana lavorativa media è passata da 42,2 ore a 43,4 ore negli ultimi anni. Infatti il 23% dei dipendenti a tempo pieno lavora più di 48 ore settimanali. La Gran Bretagna è anche il paese dove si fa più lavoro a turni. Il 21% fa un turno di notte, mentre la media europea sta al 17%.

Queste cifre servono a capire l’enorme stress che ha subito la classe lavoratrice britannica a causa di 18 anni di governo conservatore. A tutto ciò bisogna aggiungere la quasi totale distruzione dell’industria siderurgica e carbonifera, le massicce privatizzazioni del patrimonio pubblico, le leggi antisindacali, l’attacco spietato alla sanità, alla scuola e allo stato sociale in generale.

È interessante a proposito quello che dice Richard Hoggart, prorettore al Goldsmith’s College dell’Università di Londra: "...una parte dei "lavori" che il governo precedente afferma di avere creato con la sua gestione del sistema produttivo, sono al limite della sopravvivenza, o sotto il limite. La gente, davanti all’ostentazione dei guadagni elevatissimi di pochi dirigenti di alcune aziende neo-privatizzate, ha reagito con disgusto, confrontandoli con gli stipendi da fame di molti dei cosiddetti nuovi lavori che vengono creati."

È un voto contro le privatizzazioni

Tutto ciò sta a dimostrare che la popolazione ha votato contro le privatizzazioni, contro la flessibilità e non per la continuazione di questa politica.

Blair crede che dato che non ha promesso quasi niente non avrà problemi col suo elettorato. Ma pur restando sul vago ha promesso una "nuova Gran Bretagna, un nuovo futuro di speranza e di prosperità". I lavoratori in queste parole leggono: eliminazione della disoccupazione, aumento dei salari, aumento delle pensioni, miglioramento dei servizi sociali.

Purtroppo Blair e gli altri dirigenti laburisti si sono subito affrettati dopo la vittoria elettorale ad annunciare che continueranno con i criteri di spesa stabiliti dal precedente governo conservatore, cioè continueranno a rimanere fedeli alla "rivoluzione liberista thatcheriana".

Su questa strada il Partito laburista si troverà sotto pressione da due classi opposte, da una parte la borghesia che pretende la continuazione della politica thatcheriana e dall’altra i lavoratori che si aspetteranno miglioramenti nelle loro condizioni.

Inizialmente i lavoratori staranno ad aspettare a vedere cosa offre questo nuovo governo. Attualmente c’è fiducia che qualcosa di buono per i lavoratori ci dovrà essere, ma quando si renderanno conto dei limiti della politica di Blair cominceranno a fare pressione per cambiare la sua politica.

Le rivendicazioni dei lavoratori

Un segnale in questo senso ci viene dal recente congresso dei sindacati scozzesi (il Tuc scozzese). Lì il più forte dei sindacati del pubblico impiego, Unison, chiedeva che il governo laburista introducesse un salario minimo per tutti equivalente all’attuale salario medio dei lavoratori maschi. John Monks, del Tuc, ha spiegato che i sindacati avrebbero insistito con un governo laburista per la difesa degli interessi dei lavoratori, tra cui quelli a part-time. Infatti Blair aveva promesso (e poi ci ha di nuovo rinunciato) gli stessi diritti dei lavoratori a tempo pieno per quelli a part-time. La reazione di un esponente del governo conservatore, Ian Lang, ha dichiarato che era "chiarissimo che i sindacati di oggi sono pericolosi come lo sono sempre stati". Ha aggiunto, in una frase colorita, che "i sindacati e il Partito laburista sono legati all’anca" (come se fossero gemelli siamesi!).

Questi vertici sindacali e laburisti possono fare dei salti mortali per dimostrare la loro "moderazione", ma per la borghesia il semplice fatto che presentano qualche rivendicazione dei lavoratori li rende "pericolosi".

L’ultimo governo laburista (1974-79) cercò di "gestire" il capitalismo piuttosto che trasformare la società in senso socialista. Il suo fallimento aprì delle forti contraddizioni interne. La base si impose sui vertici con radicali cambiamenti dello statuto: i militanti volevano un maggior controllo dei loro dirigenti. Il partito nel suo insieme si spostò a sinistra: si parlava di nazionalizzazioni e della riduzione dell’orario di lavoro. Blair crede di aver risolto il problema con l’abolizione della famosa "Clausola 4" che enunciava i principi socialisti del partito. Ma nessun cambiamento di regole o articoli di statuto può cancellare la lotta di classe. Il prossimo periodo getterà le basi per una lotta per riconquistare il partito laburista alle idee del socialismo. E questa è l’unica strada per far sì che alle prossime elezioni non tornino al governo i conservatori come fecero nel 1979.

 

 

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