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Un continente in rivolta

 

L’America Latina è oggi il continente dove lo sviluppo della lotta di classe ha raggiunto il punto più elevato. Non esiste o quasi un paese che non abbia visto scioperi o manifestazioni di massa in questi ultimi anni.

Dal Messico alla Terra del Fuoco non esiste nazione che si possa definire stabile, nonostante gli anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica siano stati particolarmente duri per il movimento operaio del subcontinente. Le classi dominanti trionfanti imponevano i loro programmi di austerità, accumulando enormi profitti e svendendo il patrimonio statale di intere nazioni alle multinazionali. Le direzioni dei partiti operai e dei sindacati intraprendevano uno spostamento a destra senza precedenti. La quasi totalità delle formazioni guerrigliere consegnavano le armi senza aver raggiunto nessuno dei loro obiettivi e in alcuni casi si integravano nell’apparato statale.

La vittoria della borghesia si basava tuttavia su fondamenta d’argilla. Il sistema capitalista oggi si trova in una situazione totalmente differente da quella del dopoguerra. La cosiddetta ripresa economica degli anni novanta non ha avuto alcun effetto sulle condizioni di vita delle masse. Dalla seconda metà degli anni novanta, poi, l’intera area ha iniziato una parabola discendente. Dal 1997 al 2002 il Prodotto Interno Lordo (Pil) dell’America Latina è diminuito del 2%. Ciò che è più significativo è che questo dato sia causato in gran parte dal cattivo andamento delle economie maggiori: Argentina, Brasile e Mesico, tutte in recessione. I commentatori borghesi si devono accontentare della crescita del 4,3% della... Repubblica Dominicana, tutto fuorchè un’economia trainante! (Fonte: www.latinbusinesschronicle.com).

Anche i dati riguardanti la distribuzione della ricchezza, che comprendono un periodo più lungo, sono ben poco confortanti. Dal 1980 al 1997, il numero di persone che vivono sotto la soglia della povertà è passato da 107 a 183 milioni di persone, mentre nello stesso periodo la popolazione è cresciuta da 405 a 440 milioni.

In tutti i paesi sono stati applicati i dogmi del liberismo, le economie nazionali si sono aperte totalmente al mercato e alle scorribande dei grandi gruppi finanziari: anche per questo la recessione ha colpito particolarmente duro.

Le borghesie dei vari paesi latinoamericani sono completamente succubi dell’imperialismo Usa: anche quando cercano di sfuggire alla sua morsa i risultati sono del tutto fallimentari. Il Mercosur, accordo commerciale tra Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, ha rappresentato il tentativo principale di conquistare i mercati europei e di creare uno spazio commerciale simile all’Unione Europea tra i quattro paesi. Questo accordo è crollato con l’entrata in recessione delle due economie maggiori, quelle brasiliana e argentina. Una raffica di misure protezioniste e svalutazioni competitive ha posto fine ai sogni dei borghesi progressisti e di buona parte della sinistra riformista di Buenos Aires e San Paolo.

Nell’ultimo periodo Washington è partita all’attacco con la proposta dell’Alca, l’Accordo di Libero Commercio delle Americhe. In realtà il nome è un eufemismo che nasconde la volontà degli Usa di dominare totalmente i mercati dell’intero continente, erigendo barriere insormontabili per i prodotti giapponesi ed europei. Un secondo proposito consiste nell’annientare ogni restante possibilità di sviluppo indipendente delle già succubi economie sudamericane.

Se si arrivi alla firma di un simile accordo è però ancora da dimostrare. Le resistenze, soprattutto della borghesia brasiliana, che ha mire di egemonia nel subcontinente, sono molto forti. Ciò non significa che il movimento operaio debba appoggiare quest’ultimo schieramento in chiave antiyankee. Le soluzioni di questa borghesia “nazionale e produttiva” per liberarsi dal dominio statunitense non hanno alcunchè di progressista e sono ugualmente velenose e feroci nei confronti del movimento operaio. Per competere sul mercato mondiale bisogna comprimere i costi e il principale di questi è proprio il costo del lavoro. Facile per chiunque comprendere cosa significhi questo in un momento di crisi del capitalismo così profonda.

La crisi argentina

 

L’esempio dell’economia argentina è sicuramente illuminante per descrivere la durezza della recessione capitalista. Il Prodotto Interno Lordo (Pil) è crollato di oltre il 10% tra il 1999 e il 2001.

La fuga di capitali continua tutt’oggi ad essere impressionante. L’anno scorso 16 miliardi di dollari hanno lasciato il paese. Di conseguenza, la nuova Finanziaria per il 2003 prevede tagli per 10 miliardi.

In Argentina 9.910 milioni di dollari sono raccolti dallo Stato come risultato delle privatizzazioni tra il 1989 e il 1993. All’inizio del 1989 il debito estero era di 60 miliardi di dollari, mentre alla fine del 2001 era arrivato a 175 miliardi, pari al 72,8% del Pil: ora, dopo la svalutazione del peso, ha superato il 130%!

Le economie dei paesi poveri sono state le prime ad essere colpite dalle prime avvisaglie della crisi. I capitali sono subito fuggiti verso lidi più sicuri, come gli Stati Uniti. Per ogni dollaro che è entrato in America Latina, due sono usciti negli ultimi cinque anni.

Quando, nel 1998, il Brasile ha cominciato a svalutare la propria moneta, il Peso rimaneva agganciato al dollaro e per il capitalismo argentino si è aperto un precipizio. Interi settori vedevano ridotta la propria competitività e di conseguenza tagliavano la produzione. Nel 2000 la produzione di automobili si è ridotta del 50%, mentre quella tessile del 30%. In generale l’utilizzo della capacità produttiva nell’industria è fermo al 65%.

I riflessi sui livelli occupazionali sono stati ancor più devastanti: nel 1997 la disoccupazione era al 13%, ora si attesta al 25% ufficiale, ma la cifra reale è di molto maggiore. Mezzo milioni di posti di lavoro sono stati cancellati solo l’anno scorso!

Così vediamo che uno dei paesi che solo fino a pochi decenni fa era fra i più sviluppati del mondo, ora si trova col 51% della popolazione che vive sotto il livello di povertà. La televisione ci mostra le immagini strazianti dei bambini denutriti delle provincie più povere e si calcola che il 74% dei minori di 14 anni viva sotto il livello di povertà. Tutto ciò anche se l’Argentina è il maggior produttore di mais e di soia del mondo, uno dei principali di carne bovina e l’ottavo produttore mondiale di alimenti.

La pazzia dell’economia capitalista si riassume in questo dato: il 78% dei prodotti agricoli argentini viene esportato, mentre la popolazione muore di fame. I capitalisti hanno così sfruttato pienamente l’aumento dei prezzi sul mercato mondiale nel 2002: quello del grano è cresciuto del 25%, la carne bovina addirittura del 100%!

Non è mai stata così vera l’espressione che la classe dominante si arricchisce affamando il popolo!

La polarizzazione sociale ha raggiunto livelli impressionanti. Nel 1980 il reddito del 10% degli argentini più ricchi era solo 12 volte maggiore del 10% più povero, nel 2002 la differenza era di 47 volte.

 

L’Argentinazo

 

Sono queste le precondizioni che hanno portato all’insurrezione del 19 e 20 dicembre 2000, le date dell’inizio della rivoluzione in Argentina.

In quelle giornate le masse hanno rovesciato un presidente, De La Rua, e innescato un processo che dura ancora oggi, di presa di coscienza e di radicalizzazione.

L’insurrezione di dicembre fu preceduta da sei scioperi generali in 18 mesi, decine di blocchi stradali sulle principali strade del paese attuati dai piqueteros, un movimento di disoccupati e lavoratori precari che in molte regioni ha assunto un carattere di massa. Nel giugno del 2000 avevamo assistito ad una situazione semiinsurrezionale a General Mosconi, nella provincia settentrionale di Salta.

Si è arrivati ai giorni dell’Argentinazo, dove si costituì un’alleanza tra la classe operaia e vasti settori della classe media, furiosi per il blocco dei depositi bancari operato dal governo.

Dopo una settimana di assalti e saccheggi ai supermercati e agli ipermercati, che acquisirono un vero e proprio carattere di massa, segno di una disperazione che proviene da ogni settore della società (a parte naturalmente il grande capitale) giunse il discorso del Presidente, la sera del mercoledì 19, che declinava ogni responsabilità per la crisi e decretava lo stato d’assedio.

Subito partì un impressionante cacerolazo (forte percussione di pentole e casseruole) che coinvolse centinaia di migliaia di persone in tutto il paese che scesero in strada, incuranti del divieto del governo. A Cordoba, alle 2 di notte, 10mila persone marciarono verso il municipio, dopo che per tutta la giornata i dipendenti comunali avevano occupato l’edificio e si erano scontrati ripetutamente con la polizia. Fenomeni simili accaddero in tutte le principali città.

Chi, anche a sinistra, si riempie la bocca riguardo “all’individualismo sfrenato che pervade la società” o alla “frantumazione della classe operaia” abbia il coraggio di analizzare e imparare dagli avvenimenti in Argentina. Ecco come, spinti dai propri interessi comuni, di classe, decine di migliaia di individui si possono unire in maniera perlopiù spontanea e divenire un soggetto collettivo in azione.

Nei mesi successivi le assemblee di quartiere e di interquartiere sono diventate degli embrioni di organismi di contropotere, che controllavano in diversi casi la distribuzione degli alimenti e i prezzi dei generi di prima necessità. Si calcola che tra dicembre 2000 e marzo 2001 circa un terzo degli abitanti del Gran Buenos Aires abbiano partecipato almeno una volta ad assemblee o manifestazioni.

Ecco come la repressione sanguinosa del 26 giugno 2000, quando la polizia uccise due giovani piqueteros durante una manifestazione, non ottenne l’effetto di spostare a destra la società, anzi, agì come detonatore della rabbia delle masse, giungendo come un fulmine a ciel sereno sulla coscienza di milioni di lavoratori e giovani. Nelle tre settimane seguenti, il 27 giugno, il 3 e il 9 luglio, migliaia di persone parteciparono ai cortei di protesta per il comportamento della polizia, organizzati solo dalla sinistra e dal movimento piquetero. E’ stata la prima volta in Argentina che la sinistra ha dimostrato di essere capace di mobilitare così tanta gente in un periodo così breve di tempo. Il governo fu costretto a licenziare diversi ufficiali di polizia e alcuni ministri della provincia diedero le dimissioni.

In Argentina un processo rivoluzionario è iniziato. Una rivoluzione consiste nell’irruzione delle masse sulla scena politica, che decidono di prendere in mano il loro destino. Come spiegava Trotskij, nella sua Storia della Rivoluzione Russa:

“Nei momenti cruciali, quando un ancien régime diventa insopportabile alle masse, le masse infrangono gli ostacoli che le separano dall’attività politica, rovesciano i loro rappresentanti tradizionali e con il loro intervento gettano le basi di un regime nuovo. (…) La storia della rivoluzione è per noi, innanzi tutto, la storia dell’irrompere violento delle masse sul terreno dove si decidono le loro sorti.”

Nelle giornate dell’Argentinazo e più volte nei mesi seguenti la classe lavoratrice era determinata ad andare fino in fondo. Le classi medie sono scese in piazza con il proletariato. La borghesia era debole e divisa al suo interno sulla politica da portare avanti.

Queste sono tre delle quattro classiche posizioni di Lenin per caratterizzare una rivoluzione.

Un’ulteriore conferma di queste nostre affermazioni è la crisi totale del sistema politico argentino. Lo slogan più diffuso fra la popolazione “que se vayan todos” (Se ne vadano tutti!) è emblematico di questa situazione e della radicale voglia di cambiamento di ampi settori delle masse. Il tradizionale partito della borghesia, il partito radicale, è sul punto di scomparire dalla scena. Il partito peronista si sta logorando inesorabilmente in questo anno di permanenza al potere. Presenterà tre candidati diversi alle prossime elezioni presidenziali in aprile per la prima volta nella sua storia. E’ probabile che uno dei tre vinca, ma questo non farà altro che aggravare la crisi del giustizialismo, aprendo nuove divisioni.

La vera tragedia è che nella prossima tornata elettorale ci saranno almeno due candidature della sinistra, quella di Izquierda Unida (Iu) e del Partido Obrero (Po), mentre Zamora (un leader che gode di grande sostegno a sinistra) non si presenterà e la Pts difenderà una posizione di astensionismo attivo. Incredibilmente tutti questi gruppi propongono come alternativa un’Assemblea Costituente, vale a dire convocare altre elezioni per una nuova istituzione parlamentare, però sempre dal carattere borghese.

Così la maggior parte del voto operaio si orienterà verso il candidato peronista di “sinistra”, Rodriguez Saa, e Elisa Carriò, esponente dell’Ari, una scissione di sinistra dei radicali.

Da marxisti pensiamo che la sinistra dovrebbe partecipare alle prossime elezioni avanzando una candidatura unitaria. Un fronte unico di tutte le organizzazioni di sinistra, delle assemblee popolari delle organizzazioni piquetere e dei sindacati, dovrebbe essere organizzato attorno a un programma politico comune di difesa degli interessi dei lavoratori e di tutti gli sfruttati. Uno sviluppo del genere avrebbe un vero e proprio effetto calamita per le masse che allo stato attuale non scorgono alcuna via d’uscita dalla crisi capitalista. Queste potrebbe fornire una buona opportunità di propagandare un programma rivoluzionario e di organizzare assemblee e comizi con decine di migliaia di persone in tutto il paese.

Ad ogni modo sarebbe un errore affidarsi unicamente al terreno elettorale. La storia ha dimostrato che la trasformazione socialista della società può essere raggiunta solo con la lotta e la partecipazione diretta della massa dei lavoratori nelle piazze, nelle fabbriche e nei quartieri, attraverso la creazione di strutture che si basino sul controllo operaio che sostituiscano gli organi di potere su cui il sistema capitalista si regge.

In questo momento le masse argentine sono in una situazione di attesa. Ciò è inevitabile dopo il magnifico slancio rivoluzionario prodotto un anno fa e gli scarsi risultati concreti ottenuti. Tuttavia la situazione è tutt’altro che statica.

Da una parte cresce il fenomeno delle fabbriche occupate e gestite dai lavoratori, che oggi sono oltre un centinaio. Dall’altra è vero che i battaglioni pesanti della classe operaia, come forza organizzata sono stati coinvolti solo parzialmente nelle mobilitazioni. La tremenda crisi economica con la crescita esplosiva del numero dei disoccupati insieme al vertiginoso aumento dei prezzi nella prima metà del 2002 ha giocato certamente un ruolo, ma determinante è il controllo esercitato dalle burocrazie delle due centrali sindacali peroniste (Cgt e Cgt rebelde) sui lavoratori del settore privato. La Cgt ufficiale ha tutt’oggi ministri nel governo Duhalde e dopo la caduta di De La Rua ha fatto tutto il possibile per fermare ogni iniziativa di lotta della classe operaia. Anche la direzione della Cta, il terzo sindacato argentino, di orientamento “socialdemocratico” e forte soprattutto nel settore pubblico, nei primi mesi del governo Duhalde ha mantenuto una posizione conciliatoria che ha mutato solo recentemente.

Dalla seconda metà dell’anno scorso il governo ha cominciato a promuovere una serie di “piani sociali” che coinvolgono circa due milioni di famiglie povere. Le concessioni sono ben misere, gli aumenti dei sussidi non superano i 40 dollari al mese, ma servono ad alleviare, almeno temporaneamente, la disperazione nelle periferie delle principali città. Queste misure sono state appoggiate dalle organizzazioni piquetere più numerose, come la Ftv (legata alla Cta) e la Ccc (Corrente Classista e Combattiva, legata a tendenze maoiste), contribuendo a contenere e soprattutto a dividere il movimento piquetero.

L’eroismo, la capacità di lottare e di sacrificio ha posto i piqueteros all’avanguardia del processo rivoluzionario argentino. Il problema è che da soli non possono vincere: devono usare la loro forza e le loro abilità organizzative per collegarsi ai lavoratori occupati e aiutarli a trarre rapidamente conclusioni rivoluzionarie. Le direzioni di molte delle organizzazioni piquetere non sembrano avere questa priorità. Le loro posizioni ondeggiano tra l’autosufficienza dei piqueteros come soggetto rivoluzionario e l’estremo settarismo verso la base delle due Cgt.

Prima abbiamo illustrato tre condizioni per una rivoluzione secondo Lenin. Ne esiste una quarta. Consiste nella presenza del fattore soggettivo. Perché sia vittoriosa deve esistere anche un partito rivoluzionario con una base di massa. Oggi un tale partito non esiste in Argentina e nemmeno nel resto dell’America Latina.

Ciò ritarda e rende più complicato il processo rivoluzionario. In maniera simile alla rivoluzione spagnola tra il 1931 e il 1939, il movimento operaio passerà attraverso numerose vittorie e altrettante sconfitte. L’obiettivo di tutti i rivoluzionari nel mondo è assicurarsi che sia la classe operaia e non la classe dominante, come in Spagna, a scrivere l’ultimo capitolo, aiutando il proletariato argentino a costruire una forte tendenza marxista.

 

La vittoria di Lula

 

Oltre all’Argentina, il paese chiave del subcontinente è senza dubbio il Brasile.

Il 27 ottobre dello scorso anno Lula è stato eletto presidente. Ha ottenuto 53 milioni di voti, il 61,2%, l’appoggio più massiccio a un candidato mai dato nella storia del paese. È la prima volta che un partito dei lavoratori, il Pt, nato sull’onda delle lotte contro la dittatura alla fine degli anni settanta, governerà il Brasile.

I mass media hanno cercato di presentare la vittoria del Pt come il frutto di uno spostamento a destra con l’adozione di un programma più “ragionevole”. In realtà il risultato elettorale è l’espressione di un gigantesco spostamento a sinistra delle masse, non solo in Brasile. Non è un caso che tutti e sei i candidati alla presidenza si dichiarassero di sinistra e che Jose Serra, il figlioccio dell’ex Presidente Cardoso, sconfitto al secondo turno, proclamasse apertamente di essere più a sinistra di Lula. Ancora più significativo è un sondaggio dell’Istituto Brasiliano di Opinione e Inchiesta del novembre 2001, commissionato dalla Confindustria locale, dove alla domanda “in Brasile è necessaria una rivoluzione socialista per risolvere i problemi del paese?” il 55% degli intervistati rispondeva affermativamente! Questo in un contesto nel quale nessuna forza politica brasiliana con un qualche seguito propone una simile soluzione rivoluzionaria.

Certo, Lula ha fatto di tutto per accreditarsi come un candidato affidabile per la borghesia brasiliana. Si è alleato con Josè Alencar, uno dei più importanti capitalisti del paese, e il suo Partito Liberale. In realtà questo partito rappresenta l’ombra della borghesia, con il suo insignificante seguito elettorale. Per avere una copertura al centro, Lula ha nominato Alencar nientemeno che vicepresidente.

L’ex operaio metallurgico ha promesso tutto a tutti: di rispettare gli accordi con il Fmi come di aumentare la spesa pubblica. Agli industriali di favorire la competitività delle industrie nazionali, ai lavoratori un aumento del salario minimo, di non aumentare la pressione fiscale e di creare dieci milioni di nuovi posti di lavoro.

I primi passi sono contraddittori. Certo, Lula è contro la guerra in Iraq e non comprerà gli aerei militari già previsti nelle spese di bilancio dal Presidente precedente, Cardoso, per destinare i fondi risparmiati a sfamare i poveri del paese.

Dal programma presentato al Parlamento in Gennaio però è scomparso l’aumento del salario minimo e al suo posto è stata introdotta la “riforma previdenziale”, cioè il taglio delle pensioni!

La squadra dei ministri del governo Lula parla da sola. Se su un totale di trenta nomine, venti sono membri del PT, la maggioranza dei ministeri economici vanno ad esponenti della borghesia. Il ministro dello sviluppo e dell’industria è Luiz Fernando Furlan, padrone di uno dei principali gruppi alimentari del paese e dichiarato sostenitore di Josè Serra alle ultime elezioni. Il nuovo presidente del Banco Central è Henrique Meirelles, ex direttore mondiale della BankBoston, fra le maggiori banche statunitensi, non solo sostenitore, ma addirittura eletto deputato nelle file del partito di Cardoso.

L’asse del programma del Pt è quello di un grande patto nazionale tra lavoratori e imprenditori per risollevare l’economia nazionale, addirittura la cosiddetta sinistra del partito fa concessioni a questa ipotesi. Raul Pont, ex sindaco di Porto Alegre, spiega: “Bisogna migliorare la distribuzione della ricchezza, difendere la produzione nazionale e smettere di favorire la speculazione finanziaria. Molti imprenditori industriali e agricoli sono coscienti che questo modello finanziario non offre più nulla e sanno che anche loro devono compiere uno sforzo” (Pagina12, 22-12-2002).

Ci permettiamo di escludere che il capitalismo brasiliano disponga di sufficienti margini per l’attuazione di una tale politica di cambiamento e di riforme.

Il debito pubblico è attualmente pari al 62% del Prodotto interno lordo, mentre nel 1994, anno d’inizio della sua Presidenza, era al 30%, questo nonostante l’ondata di privatizzazioni effettuate in questi anni.

La Borsa di san Paolo ha perso il 61% del suo valore solo nell’ultimo anno e il rischio-paese è passato da 550 punti a oltre 2200 nello stesso periodo. Le spese sociali sono diminuite e la dipendenza dall’estero aumentata. Se nel 1995 la spesa per l’educazione costituiva il 20,3% del bilancio, nel 2000 era calata all ’8,9%; mentre il pagamento degli interessi sul debito, che erano pari al 24%, oggi arrivano al 55% del bilancio.

Ci sentiamo di esprimere le stesse perplessità di Joao Pedro Stedile, uno dei leader del Movimiento Sem Terra: “vedo dei segnali, come la formazione del governo, che è ambigua, e i discorsi di Lula, che sono altrettanto ambigui. Lula riafferma che la priorità è il sociale, combattere la fame, la riforma agraria, il lavoro, però allo stesso tempo dice che continuerà a rispettare gli accordi internazionali e non romperà con l’Fmi.” (da www.rebelion.org, 09-02-03). Ricordiamo che il 91% dei guadagni derivanti dalle esportazioni servono al Brasile per pagare gli interessi sul debito estero!

A causa della sua confusione teorica e programmatica, Lula corre il rischio di finire come Arlecchino nella commedia di Goldoni, servitore di due padroni. La fine del protagonista è nota.

 

Quale futuro per il Brasile?

 

La direzione che prenderà il governo petista sarà determinata essenzialmente dallo sviluppo della lotta di classe. Da una parte la pressione del padronato sarà formidabile. Già ora quest’ultimo ha cominciato a dilapidare le risorse finanziarie in una delle più classiche fughe di capitali. La banca centrale segnala infatti un flusso atipico di capitali verso l’estero, aumentato da gennaio ad ottobre del 78% rispetto allo stesso periodo del 2001.

La borghesia internazionale considera seriamente l’ipotesi di usare Lula. Spiega l’EconomistNon è poi così male che molti degli interessi consolidati che Lula dovrà affrontare siano dalla sua parte. Chi meglio di lui può persuadere i lavoratori sindacalizzati della necessità di fare dei sacrifici?” (22-02-2003)

Infine, a livello parlamentare la sinistra non ha la maggioranza e i partiti del padronato non si lasceranno di certo sfuggire alcuna occasione per ostacolare la promulgazione di qualunque legge con contenuti progressisti

Sicuramente per tutto un periodo, la cui durata è difficile da quantificare, le masse brasiliane conserveranno molte illusioni nel governo di Lula ed è possibile che accettino alcune controriforme. “Non possiamo rompere l’alleanza con cui siamo arrivati al governo”, “Abbiate pazienza”, questo sarà il leit-motiv di Lula e compagnia davanti ai lavoratori. La stessa situazione economica, che impone pesanti attacchi alle classi oppresse, renderà molto breve la luna di miele. Le pressioni della base avranno un effetto sui vertici del Pt. Su 93 membri del gruppo parlamentare, 26 fanno parte della sinistra del Partito. Anche se, come abbiamo visto, i dirigenti di questa “opposizione” non costituiscono una reale alternativa alla maggioranza, sono l’espressione del desiderio, pur confuso e contraddittorio ma già presente oggi nella base petista, di una politica più radicale.

Gli anni novanta sono stati anni di arretramento per il movimento operaio brasiliano, soprattutto se li paragoniamo ai tumultuosi anni ottanta, che portarono alla formazione del Pt come partito di massa. L’elezione di Lula a presidente rappresenta l’apertura di una nuova fase, ascendente, della lotta di classe in Brasile. Dal fronte elettorale, i lavoratori sposteranno rapidamente l’attenzione al fronte della lotta sindacale e politica. Il proletariato brasiliano, il più forte tra quelli dell’America Latina, prenderà il proprio posto a fianco dei propri fratelli sudamericani.

La caratteristica fondamentale del nuovo periodo è che le lotte in ogni paese si influenzano a vicenda, creando un vero e proprio circolo virtuoso. Dall’Ecuador al Venezuela, dal Perù all’Argentina, dalla Bolivia al Brasile assistiamo a rivolte e a mobilitazioni di massa senza precedenti per la loro continuità. Il capitalismo ha imposto la globalizzazione dei mercati, ma la conseguenza è la globalizzazione delle lotte.

In Perù, dopo le grandi lotte che hanno portato alla caduta di Fujimori e all’elezione del nuovo presidente, Toledo, le masse non hanno concesso un attimo di tregua alla classe dominante. Una vera e propria insurrezione popolare nella città di Arequipa ha costretto il governo a ritirare la raffica di aumenti a una serie di prodotti basilari e la proposta di privitazzare acqua e gas. Come riflesso politico nelle ultime elezioni provinciali di ottobre, il Partito del Presidente è stato sconfitto 29 provincie su 25.

Il Paraguay e l’Uruguay sono stati colpiti duramente dalla recessione. In Paraguay il Pil è diminuito del 4% l’anno scorso e uno sciopero generale e grossi conflitti nelle campagne hanno portato il presidente Macchi quasi alle dimissioni.

In Uruguay, nell’agosto scorso, siamo stati sul punto di vedere una ripetizione dell’Argentinazo. Quella che un tempo era considerata la Svizzera dell’America Latina si trova di fronte a un serio pericolo di insolvenza nel pagamento del proprio debito estero, che ormai ammonta a più del 100% del Pil.

Il governo sarebbe già caduto da tempo se non fosse per il ruolo di freno esercitato dal Frente Amplio, l’opposizione di sinistra, i cui dirigenti si sono opposti chiaramente a questa soluzione. Il Frente Amplio è un agglomerato di tendenze di tipo socialdemocratico e liberale ma allo stesso tempo rimane il punto di riferimento fondamentale delle masse lavoratrici uruguaiane. Lo sviluppo della lotta di classe si esprimerà con ogni probabilità all’interno e attorno a questa formazione.

 

Il nuovo millennio si apre con la rivoluzione in Ecuador

 

Gli avvenimenti di questi anni, inoltre, dimostrano l’enorme forza della classe lavoratrice unita alle altre classi oppresse. Il peso specifico della classe lavoratrice è aumentato nettamente. La borghesia è sempre più isolata. Gettando nella miseria fasce sempre più vaste di classe media, si sta privando di un prezioso alleato per la controrivoluzione, come ad esempio avvenne nel 1973 in Cile. Questi settori sono pronti a schierarsi dalla parte della rivoluzione, così come è avvenuto per pezzi dell’apparato statale come le Forze armate.

La borghesia ha cercato più volte di intraprendere la via della repressione, ma ogni volta è stata fermata e ricacciata indietro dalla formidabile reazione delle masse.

Il caso forse più clamoroso è quello dell’aprile scorso in Venezuela, di cui trattiamo in un articolo a parte. Siamo stati testimoni di situazioni simili anche in Argentina e recentemente in Bolivia.

In Argentina, dopo i tentativi repressivi falliti, la borghesia tenta di giocare la carta democratica, quella delle elezioni, per prendere tempo e riorganizzare le forze. Non ha nessun partito o schieramento affidabile nella prossima competizione elettorale e la tregua con il movimento operaio sarà probabilmente di breve durata. Ritornerà, nel medio periodo, consigliata probabilmente da Washington, sulla strada della repressione.

Di come rivoluzione e controrivoluzione marcino fianco a fianco, come nella celebre frase di Marx, l’Ecuador ne è un altro esempio illuminante.

Nel gennaio del 2000 una rivoluzione ha scosso il paese, rappresentando il culmine di un processo di lotte che durava dal 1997 e che aveva visto avvicendarsi sei presidenti in tre anni. Si era arrivati alla proposta vera e propria di insurrezione nazionale.

La Confederazione dei popoli indigeni (Conaie) e il Coordinamento dei Movimenti sociali (Cms) decisero di formare il Parlamento nazionale dei Popoli dell’Ecuador, una struttura nazionale che raggruppava organismi simili nelle 21 province del paese. È difficile capire quanto queste strutture siano state effettivamente rappresentative.

La Conaie sosteneva prima dell’insurrezione di rappresentare 4 milioni di persone (gli abitanti dell’Ecuador sono circa 11 milioni). Tuttavia erano sicuramente rappresentative delle masse in lotta e dunque questi parlamenti costituivano veri e propri organismi di dualismo di potere potenziale: un pericolo mortale per la classe dominante dell’Ecuador e del resto dell’America.

Infatti, dal 17 gennaio entrarono in scena i settori decisivi della classe operaia. I lavoratori della Petroecuador, la compagnia petrolifera nazionale, scesero in sciopero ad oltranza a sostegno del movimento indigeno. Decine di migliaia di contadini poveri, braccianti, disoccupati e lavoratori conversero verso Quito. Si dovevano confrontare con 30.000 soldati che presidiavano la città. Il paese era paralizzato. Il 19 la centrale sindacale (Cut) convocò lo sciopero generale nazionale.

Venerdì 21 gennaio i manifestanti occuparono il Parlamento. Una parte degli alti gradi dell’Esercito appoggiarono gli insorti, che intanto avevano preso possesso del Palazzo presidenziale e di quello della Corte Suprema. Una Giunta di Salvezza Nazionale, formata dal leader della Conaie, Antonio Vargas, dal Colonnello Lucio Gutierrez e da un ex Presidente della Corte Suprema, Carlos Solorzano, assunse il controllo del paese.

Una caratteristica di una situazione rivoluzionaria consiste proprio nella nascita di divisioni all’interno dell’apparato dello Stato, con una parte di esso che rompe con il vecchio ordine e passa dalla parte del nuovo. Un fenomeno del genere lo abbiamo visto in Russia nel 1917, ma anche in Albania nel marzo-aprile del ’97.

La gran parte dei soldati e una parte consistente degli ufficiali di grado più basso proviene dalle classi più disagiate e può essere condizionato dalle loro mobilitazioni. Inoltre, in una situazione di crisi sociale come quella della America Latina, con interi paesi sempre più succubi delle multinazionali Usa e in cui la borghesia ha rinunciato anche nelle dichiarazioni di circostanza a giocare un ruolo indipendente, uno strato di ufficiali, anche nelle alte sfere, può decidere di entrare in conflitto, partendo da un punto di vista “patriottico”, con l’imperialismo e con settori o addirittura con tutta la propria classe dominante.

La tragedia in Ecuador fu che una volta avuto il potere nelle proprie mani, il triumvirato non sapeva bene cosa farsene. La composizione della Giunta era del tutto interclassista. Un movimento che aveva dimostrato una radicalità estrema nelle sue forme di lotta e di organizzazione, disponeva di un programma politico totalmente confuso. Il colonnello Gutierrez chiedeva “l’appoggio degli ex-presidenti dell’Ecuador, ai politici onesti, alla Chiesa, ai mass-media, ai banchieri e agli imprenditori onesti, ai lavoratori, ai disoccupati, alle donne per un cambiamento nella nazione”. Carlos Solorzano continuava: “Desideriamo invitare gli imprenditori di buona volontà a partecipare in questo governo. Un Ecuador liberato dai ladri. Questo è il nostro slogan principale”. (Agenzia informativa Pulsar, 21/01/00)

Avendo un approccio “rispettoso della Costituzione” accettarono che Gutierrez fosse sostituito dal Generale Mendoza, in quanto capo delle Forze Armate. Questi dichiarò sciolto il triumvirato e nominò il vicepresidente Noboa, uomo dell’Opus Dei, nuovo presidente dello Stato. Centinaia furono gli arrestati.

La sconfitta dell’insurrezione, però, non ha lasciato via libera alla reazione a lungo. Dopo pochi mesi la gran parte degli arrestati sono stati amnistiati, tra cui lo stesso Gutierrez. Le mobilitazioni sono riprese con sempre maggiore intensità, fino alle recenti elezioni del novembre scorso. A capo di uno schieramento progressista Lucio Gutierrez ha vinto con oltre il 55% dei voti!

Mentre i lavoratori e i contadini poveri hanno dimostrato ancora una volta con questo voto la loro volontà di cambiamento, Gutierrez dimostra invece di non avere compreso per nulla le lezioni della sconfitta del gennaio del 2000. Non si può raggiungere un compromesso tra le esigenze degli oppressi e quelle degli oppressori. La richiesta di Gutierrez al Fmi di avere un atteggiamento comprensivo verso l’Ecuador si è concretizzata in un programma di tagli ai servizi sociali e di aumenti delle tariffe dei beni di prima necessità (ad esempio la benzina aumenterà del 30%!). Il neoeletto Presidente si è spinto oltre, affermando che “l’Ecuador deve diventare il miglior alleato degli Stati Uniti”. La Conaie ha concesso al nuovo Esecutivo trenta giorni di tempo per riconsiderare l’intero programma economico, dopo i quali passerà ad azioni di protesta.

Gutierrez dovrebbe prestare più attenzione a quello che succede vicino a casa sua piuttosto che a Washington. Sanchez de Lozada, neo Presidente della Bolivia, ha dovuto ritirare poche settimane fa un pacchetto di misure di austerità, “l’impuestazo”, di fronte alla rivolta dell’intera popolazione.

Diciotto boliviani sono stati uccisi dall’Esercito negli scontri, che sono continuati ininterrottamente per due giorni tra il 17 e il 18 febbraio. Anche qui l’apparato statale si è diviso pericolosamente (per la borghesia), con scontri tra la polizia, dalla parte dei rivoltosi, e l’Esercito. La mobilitazione ha raggiunto livelli paragonabili solo agli avvenimenti rivoluzionari del 1952.

 

Il carattere di classe dello stato

 

La situazione per le forze rivoluzionarie è estremamente favorevole. Colpo su colpo, le masse hanno risposto agli attacchi della borghesia e hanno spostato il confronto su un terreno più avanzato della lotta di classe. Ciò non significa che la strada per la rivoluzione socialista in America Latina sia in continua discesa. Se il proletariato non conquista il potere, prima o poi la reazione avrà il sopravvento e, tanto più favorevole era la situazione per il movimento operaio, tanto più spietata e feroce sarà la vendetta della borghesia.

Sono vivi ancora i ricordi di cosa furono capaci dittatori come Videla o Pinochet negli anni settanta. Un’intera generazione di attivisti di sinistra fu spazzata via in Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, con l’aperta complicità o il silenzio delle “democrazie” occidentali.

Davanti alla prospettiva della perdita del potere e dei propri privilegi, non abbiamo dubbi che i padroni cercheranno in tutti i modi di fermare la rivoluzione.

Proprio per questo è decisivo per tutti i lavoratori e i giovani più coscienti comprendere la vera natura dello Stato borghese. In questo scritto abbiamo spiegato come lo stato tenda a disgregarsi in una situazione rivoluzionaria, ma tale situazione non può durare in eterno. O si abbattono le strutture dell’apparato statale, le gerarchie delle Forze armate, della magistratura, del parlamento e si sostituiscono con un nuovo apparato, dove i lavoratori amministrano ogni aspetto della vita sociale ed economica, o anche la situazione più avanzata verrà sconfitta.

In Venezuela oggi esistono elementi di controllo operaio molto avanzati, ma mancano di coordinamento fra loro e convivono con il sistema politico ed economico capitalista, che rimane quello dominante. I consigli di fabbrica, i comitati bolivariani nei quartieri si devono coordinare e assumere la gestione di ogni aspetto della vita economica e sociale del paese. La banca e tutte le principali industrie devono essere nazionalizzate e poste sotto il controllo operaio, così come tutti principali mass media, oggi baluardo della controrivoluzione.

Solo attraverso una rottura rivouzionaria di questo genere ci si può tutelare da rigurgiti controrivoluzionari, sempre possibili.

Nel Cile di Allende, una parte considerevole dell’industria era stata nazionalizzata, tra cui un settore chiave come quello del rame. I consigli operai, i cosiddetti cordones, controllavano diversi aspetti della vita economica e sociale. L’apparato dello Stato però era rimasto perlopiù intatto. Allende si sentiva sicuro, gli alti generali avevano giurato fedeltà al Presidente democraticamente eletto.

In realtà essi avevano giurato la propria fedeltà al sistema economico e sociale borghese, rappresentato dal presidente. Quando compresero che Allende non era più in grado di garantire l’ordine costituito, lo scaricarono senza troppe remore.

Oggi in America Latina tutti i vecchi apparati sono in crisi. In Colombia, la guerriglia delle Farc controlla oltre un terzo del territorio del paese. Dopo anni di trattative infruttuose con il governo, la rottura dei negioziati apre nuovi scenari.

Il nuovo presidente, Alvaro Uribe, ha subito mostrato le sue intenzioni appena insediatosi all’inizio dell’agosto scorso. Ha dichiarato lo stato di emergenza per novanta giorni e introdotto una tassa di guerra per finanziare due nuove brigate dell’esercito con 13 mila soldati. Allo stesso tempo lo spettacolare attacco al Palazzo della Presidenza durante la cerimonia d’insediamento del nuovo presidente ad opera delle Farc (la principale forza guerrigliera colombiana) dimostra tutta la debolezza dello Stato. Da sole le Forze armate colombiane non potranno mai sconfiggere la guerriglia.

Uribe è uno dei rampolli dell’oligarchia che domina il paese ed è stato eletto con l’appoggio dei paramilitari, nonchè con la necessaria benedizione di Washington. La nuova situazione nel continente, impone agli Usa di accelerare la stretta repressiva e farla finita con “l’anomalia” delle Farc e del Eln. Questa è la principale ragione del Plan Colombia con i suoi ingenti aiuti militari.

La guerriglia però resiste. L’85% della popolazione che vive sotto il livello di povertà e la disuguaglianza nelle campagne, dove l’1,5% dei grandi proprietari controlla l’80% della terra, sono le sue migliori basi d’appoggio.

Alcuni esponenti della classe dominante americana sicuramente gradirebbero farla finita subito con le Farc per mezzo di un intervento su larga scala come quello del Vietnam. Per il momento però sono stati fermati dal resto della borghesia yankee che si ricorda ancora bene come è andata a finire in Indocina.

L’impasse della direzione delle Farc è altrettanto evidente. Tutte le illusioni sulle possibilità del processo di pace e sulla proposta formulata al governo Pastrana di un governo di riconciliazione nazionale sono svanite come neve al sole.

La classe operaia nell’ultimo periodo ha fatto sentire di nuovo la propria voce. Il 16 settembre 2002 un milione di persone sono scese in piazza in occasione dello sciopero generale proclamato contro un pacchetto di controriforme del governo. Dopo un nuova massiccia astensione dal lavoro il 30 ottobre, Uribe ha dovuto fare una parziale marcia indietro.

Senza dubbio, l’unione tra la lotta di guerriglia e l’azione della classe lavoratrice nelle città, che in Colombia rappresenta una parte considerevole della popolazione, attorno a un programma rivoluzionario lascerebbe i giorni contati alla classe dominante.

 Avvenimenti straordinari si preparano per il prossimo futuro, di cui le rivoluzioni in Argentina, Ecuador e Venezuela sono solo l’anticipo. Il proletariato sudamericano tenterà più e più volte l’assalto al cielo. In questi tentativi sarà affiancato dalla classe lavoratrice europea. Lo scopo di questa rivista è proprio quello di preparare gli attivisti più coscienti qui in Italia imparando dalle lezioni che possiamo trarre dalla storia latinoamericana del passato e del presente.

Trotskij ribadiva negli ultimi anni della sua vita che la crisi della società in cui viviamo si può riassumere nella crisi della direzione del proletariato. Questo oggi è, se possibile, ancora più vero. Tocca a noi raccogliere la sfida che viene lanciata dagli avvenimenti dell’America Latina: cotruire un’alternativa marxista all’attuale direzione della classe operaia.
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