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Il 2 febbraio, sessanta giorni dopo l’inizio della serrata padronale, il cosiddetto Coordinamento democratico dichiara la fine della prova di forza contro il governo Chávez. Quest’azione, che puntava a provocare il caos nel paese per ottenere le dimissioni di Chavez e nuove elezioni, non è mai riuscita a paralizzare il Venezuela, perché, tranne i grossi centri commerciali, alcune grandi aziende della distribuzione alimentare e la Pdvsa (l’azienda che gestisce la produzione e la distribuzione del petrolio), il resto del paese non è mai stato bloccato, nonostante i rozzi tentativi di giornali e tv di dimostrare il contrario. L’opposizione, organizzata attorno alla Confindustria locale (la Fedecameras) e ai burocrati del sindacato Ctv, ha provato ad uscire a testa alta da questa prova di forza, con una gran raccolta di firme contro Chávez, un tentativo di mascherare il loro fallimento.

Nelle ultime settimane il ritmo degli avvenimenti è diventato incalzante. Nel tentativo di tenere sotto controllo i prezzi degli alimenti di base il governo ha decretato dei prezzi massimi di vendita, e quando i produttori di farina di mais hanno minacciato la serrata, Cháves ha minacciato a sua volta l’intervento militare di queste aziende… 13mila lavoratori della Pdvsa sono stati licenziati il che rappresenta il 40% dell’organico, l’80% dei licenziati appartenevano alla cosiddetta “nomina mayor”, gli alti dirigenti della Pdvsa. Sono stati licenziati per assenza ingiutificata per due mesi. Alcuni direttivi della Pdvsa sono processati accusati di sabotaggio.

Infine nella notte del 19 febbraio Carlos Fernández, accusato di “ribellione, tradimento della patria, istigazione a delinquere e devastazione”, è stato arrestato da agenti della polizia.

Fernández era succeduto nella presidenza della Fedecameras a Pedro Carmona, esule in Colombia dopo aver capeggiato il fallito golpe dell’11 aprile 2002. Carlos Ortega, segretario generale della Ctv, il contestato dirigente sindacale che aveva appoggiato la serrata di dicembre, è ricercato con accuse simili. L’appello del Coordinamento dell’opposizione ad azioni di protesta nelle strade è stato seguito da poche migliaia di persone, riflettendo un forte calo nella capacità di mobilitazione della controrivoluzione in Venezuela.

 

Da dove arriva Chávez?

 

Gli avvenimenti venezuelani meritano uno studio attento. Innanzitutto dobbiamo domandarci: quale politica persegue il governo di Chàvez? Per quale motivo ha suscitato un’opposizione così violenta da parte dei privilegiati in Venezuela e da parte degli Usa? E per quale motivo Chàvez resiste nonostante da due anni ormai sia presentato sui media di tutto il mondo come un pazzoide che persegue sogni di gloria, isolato dal paese?

Chàvez assurge per la prima volta alla notorietà nel febbraio 1992, quando (era allora tenente colonnello dei paracadutisti) cerca con un colpo di Stato di mettere fine a trent’anni di egemonia del partito Azione democratica (Ad, socialdemocratico) e del Copei (democristiano).

Erano stati loro ad aver portato, in un paese produttore di petrolio, l’80% dei venezuelani sotto la soglia di povertà. La decisione di organizzare il golpe la prese poco dopo il 27 febbraio 1989, quando esplose lo spaventoso dramma del “Caracazo”. Allora, in risposta spontanea agli aumenti dei prezzi decretati dal governo del “socialdemocratico” Carlos Andrés Pérez, le masse dei “ranchitos” attorno a Caracas erano scese per le strade e il movimento dei militari “bolivariani”, che Chávez organizzava clandestinamente da anni, non era stato in grado di reagire.

Due anni fa, in un’intervista con Gabriel Garcia Marquez, Chávez raccontava: “Il minuto strategico ci ha colti di sorpresa”. Carlos Andrés Pérez era stato eletto presidente a larga maggioranza, e sembrava inconcepibile che una rivolta tanto violenta potesse esplodere dopo soli venti giorni.

“La sera del 27 ero diretto all’università dove seguivo un corso di dottorato; ero rimasto senza benzina e mi fermai alla caserma Tiuna”, racconta Chávez. “Vidi molti uomini che uscivano, e chiesi al colonnello: ‘Dove vanno tutti quei soldati?’”.

“C’erano anche quelli dei trasporti, che non erano minimamente preparati agli scontri, e ancor meno ad affrontare la guerriglia urbana. Ragazzi spaventati persino dal fucile che portavano a tracolla. Continuavo a chiedere: ‘Dove va tutta quella gente?’ E il colonnello: ‘A riportare l’ordine nelle strade. Mi è stato comandato di reprimere i rivoltosi con ogni mezzo e lo farò’.

Gli dico: ‘Ma colonnello, si rende conto di ciò che potrebbe accadere?’ E lui: ‘Ascolti, Chávez: è un ordine, non c’è altro da fare. Accadrà quello che Dio vorrà’”.

Chávez ricorda che quella sera era febbricitante per un attacco di rosolia. Al momento di rimettere in moto la macchina vide un soldatino che arrivava correndo con il casco di traverso, il fucile penzoloni, le munizioni che si sparpagliavano a terra. “Mi fermo, lo chiamo, e lui sale in macchina: un ragazzino di 18 anni, nervosissimo, tutto sudato. Gli chiedo: ‘Dove diavolo corri?’ ‘Sono rimasto indietro... Il mio plotone è là, su quel camion che si sta allontanando. Mi aiuti a raggiungerlo, maggiore!’ Io raggiungo il camion e chiedo all’ufficiale: ‘Dove siete diretti?’ E lui ‘Non ne sappiamo nulla. Non lo sa nessuno’”.

“Chávez riprende fiato e prosegue quasi gridando, come soffocato al ricordo dell’angoscia di quella terribile notte: ‘Ti rendi conto: tutti quei soldati in preda al panico! Li mandano per strada con un fucile e cinquecento cartucce. Hanno scialato, tirato a volontà, su qualunque cosa si muovesse. Hanno crivellato di colpi le strade, i quartieri popolari, le baraccopoli. Un disastro. Migliaia di morti…’”

 

Dalla prigione all’elezione plebiscitaria

 

Imprigionato e poi liberato, Chàvez è arrivato democraticamente al potere nel dicembre 1998. Una profonda riforma della costituzione, approvata con referendum nel dicembre 1999, ha preceduto la sua rielezione, il 30 luglio 2000.

Da allora il governo conduce quella che chiama la rivoluzione bolivariana: “Non è né socialista né comunista, poiché rimane nell’ambito del capitalismo, ma è radicale e provoca profondi cambiamenti della struttura economica”, spiega il ministro della presidenza Rafael Vargas. Causando grande preoccupazione a Washington, Caracas vuole anche promuovere una politica petrolifera che permetta di mantenere il prezzo del greggio sopra i 22 dollari al barile, attraverso la rivitalizzazione dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec). Moltiplica le dichiarazioni contro la globalizzazione neoliberale e in particolare contro l’Alca (l’accordo commerciale proposto dagli Usa per l’America) mentre si dichiara a favore di un mondo multipolare, in opposizione alla pretesa egemonica degli Stati uniti.

Dopo le elezioni del dicembre 1998 i nuovi dirigenti si rendono conto delle enormi esigenze della popolazione in materia di sanità, di alloggi, di alimentazione. Così, sessantamila soldati hanno il compito di riparare gli ospedali, le strade, le scuole, di costruire ambulatori, di organizzare mercati popolari dove, grazie alla scomparsa degli intermediari, i prezzi sono più bassi del 30%.

Secondo le Nazioni unite quando Chávez fu eletto l’80% della popolazione era povera. Poco più dell’1% dei proprietari controllava il 60% delle terre coltivabili, le cui immense superfici rimangono spesso abbandonate, mentre il paese importa il 70% del suo fabbisogno alimentare (a tutto vantaggio delle mafie della distribuzione). In questo contesto Chávez è riuscito a mantenere una crescita economica costante (attorno al 3%) dal 1999 al 2001, dopo che l’anno della sua vittoria elettorale l’economia era caduta del 7%. Di conseguenza la disoccupazione è passata dal 17,8% nel 1998 al 12,1% nel 2002. La serrata di dicembre-gennaio ha peggiorato considerevolmente i conti del 2002 e le prospettive per il 2003.

Il 27 febbraio 1999 viene avviato il piano Bolívar 2000. “La data è stata scelta per commemorare il Caracazo del 1989. L’esercito non ha più il compito di reprimere, ma partecipa al cambiamento. Conduce una guerra alla povertà, agente destabilizzante del sistema politico”, sottolinea l’ex tenente Rafael Isea, che partecipò alla rivolta del 4 febbraio 1992. Nelle intenzioni originali il piano doveva durare solo sei mesi o un anno. Ma solo quando l’Assemblea nazionale avrà votato le leggi, quando il pubblico ministero e il difensore del popolo funzioneranno, quando i governatori e i sindaci risponderanno della loro gestione davanti alle assemblee popolari, il piano potrà dirsi concluso.

Anche se provoca malumori tra qualche ufficiale di grado superiore, il piano è considerato positivamente dai soldati e ovviamente anche dai civili, che ne sono i principali beneficiari. “Nell’ambulatorio costruito in piazza Gloria Patria sono stato operato di cataratta senza pagare nulla. Altri si sono fatti curare i denti”, dice Gabriel, un operaio di Mérida. “Sono state distribuite medicine. Non si era mai vista una cosa del genere dai tempi degli adecos e dei copeyanos”.

A questi servizi sociali si aggiungono programmi di lavoro temporanei. L’esercito censisce i lavoratori disoccupati e propone all’operaio o al giardiniere un lavoro che l’occuperà per tre o quattro mesi.

Dall’ottobre 1999 la Banca del popolo ha concesso più di 10.000 microcrediti per un investimento complessivo di 11,84 miliardi di bolivar; dall’ottobre 2001 al febbraio 2002 la Banca delle donne ha stanziato 2,92 miliardi di bolivar per aiutare 6.286 progetti. A Caracas nel quartiere 23 di Enero, grandi palazzi in cemento con una forte tradizione di lotta, il coordinamento Simón Bolívar sostiene il presidente mantenendo però un atteggiamento critico, segnala gli errori e denuncia una corruzione rimasta endemica. I suoi responsabili sottolineano comunque la presenza di uno spazio di partecipazione inesistente in passato. “Negli anni ‘80 e ‘90, siamo stati duramente repressi con decine di morti e di arresti. Con l’arrivo di Chávez il clima è cambiato, si comincia a respirare”.

Il 13 novembre 2001, il presidente Chávez ha firmato 49 decreti legge, tra cui una legge sulle terre che stabilisce un’imposta sui latifondi improduttivi (o addirittura la loro espropriazione) e la concessione di appezzamenti di terra ai contadini. Inoltre, per assicurare loro un mercato, le mense scolastiche, gli ospedali e l’esercito privilegeranno questi produttori piuttosto che la grande distribuzione. La terza di queste leggi dichiara l’impossibilità di privatizzare la Pvdsa e conferma la necessità del controllo dello Stato sull’export petrolifero. La legge sulla pesca estende da 3 a 6 miglia la zona di protezione costiera in cui è permessa la pesca con lo strascico, proteggendo i pescatori locali e l’equilibrio biologico marino. Nell’immenso stato di Amazonas, con le sue diciannove etnie indigene, gli autoctoni sono stati direttamente associati alla redazione della costituzione, che amplia enormemente i loro diritti. Un’effettiva partecipazione politica ha permesso di portare i loro rappresentanti all’Assemblea nazionale, al posto di governatore dello Stato e alla carica di sindaco di diversi municipi. Adesso il 95% delle loro comunità dispone di elettricità.

La dignità delle persone passa attraverso i diritti sociali, in primo luogo la sanità e l’istruzione. Il ministro della Sanità, Gilberto Rodriguez Ochoa, che per tutta la vita ha esercitato come medico condotto, si è imposto quattro obiettivi: ristrutturare e modernizzare il ministero, in particolare per quanto riguarda la riduzione del personale e la lotta contro la burocrazia; rafforzare il sistema sanitario attraverso la creazione di centri ambulatoriali in cui i pazienti potranno essere curati; migliorare il servizio ospedaliero e, infine, cambiare strategia nella lotta alle malattie endemiche come la dengue, la malaria, ecc.

“Il nostro sistema era pieno di inefficienze”, ammette il ministro.

“Un esempio era la priorità data agli interessi dei medici e degli infermieri rispetto a quelli dei pazienti. Così questi ultimi avevano perso qualunque rispetto e fiducia nei centri medici”. Con il Plan Bolívar 2000 è stato avviato un programma di vaccinazioni completamente gratuito per combattere le malattie più comuni e l’esercito ha messo a disposizione due équipe che prestano attenzione sanitaria alle popolazioni più bisognose. La spesa pubblica nella sanità è arrivata all’8% del Pil nel 2002.

 

La riscossa della scuola pubblica, dell’edilizia e delle infrastrutture

 

L’educazione è vitale per lo sviluppo sociale e il progetto delle “scuole bolivariane” prova ad assicurare il diritto all’educazione a tutti i bambini venezuelani. La Banca Mondiale ha accordato più di 30 milioni di dollari a questo progetto di educazione integrale. I bambini ricevono la colazione, il pranzo e la merenda, cure mediche e l’attività sportiva è obbligatoria. In tre anni, il governo ha costruito 900 nuove scuole e ne ha ristrutturate 3100. Sicuramente ci sono molti problemi non risolti, ma è un fatto che la percentuale del Pil destinata all’educazione è salita dal 3% al 6,8%. Tutto è gratuito, quando prima era normale far pagare ai genitori le tasse scolastiche.

Le famiglie non devono più pagare le tasse di iscrizione per i figli (la matricola, che si aggirava intorno ai 120 euro), e i direttori che non rispetteranno la legge rischiano ormai di perdere il posto. Ecco un primo modo per combattere il terribile problema dell’abbandono scolastico. Si stima in circa un milione e mezzo il numero di ragazzi che lasciano la scuola prima del tempo. Fino ad aprile dell’anno scorso la soppressione delle tasse scolastiche ha permesso l’entrata di 600mila nuovi studenti nel sistema dell’istruzione. Nelle scuole bolivariane l’alunno, nutrito direttamente nell’istituto scolastico, ha un programma di attività ben definito; il suo tempo è diviso tra l’istruzione (letteratura, matematica, storia, ecc.) e le attività culturali, sportive, manuali. Il governo desidera unificare il sistema scolastico e valorizzare la funzione della scuola aprendola durante il giorno agli studenti, e la sera ai cittadini e alla collettività. “Attenzione”, osserva il ministro dell’istruzione, della cultura e dello sport, “non vogliamo dichiarare guerra alle scuole private. Tuttavia non nascondiamo la nostra intenzione di voler diventare competitivi, rimettendo in sesto una scuola laica di qualità”.

Accanto a 20.000 scuole obbligate a fare i doppi turni (una metà degli studenti la mattina, l’altra il pomeriggio), vi sono 2.250 istituti a tempo pieno e altri 750 lo dovevano diventare entro il 2002.

Il Progetto “Simoncito” offre aiuto alla donna durante la gravidanza e dopo la nascita si prende cura sia del bambino che della madre. Ai quattro anni il bambino entra nella scuola materna.

Il Plan Caracas gestito dal comune tenta di migliorare i “ranchitos”, i quartieri abusivi costruiti sulle colline attorno alla capitale. Gli abitanti stanno ricevendo il titolo di proprietà del terreno e della casa dove vivono, che costituisce il primo passo per dargli sicurezza nel futuro e bloccare la speculazione immobiliare.

Dal 1999 fino al settembre 2002, il governo ha costruito 92.000 case popolari con condizioni di acquisto agevolate (tasso fisso del 12% durante 20 anni). Si può paragonare questa quantità con le 65.000 case realizzate tra il 1989 e il 1998 dalla IV República).

L’autostrada José Antonio Páez nei Llanos è stata completata dall’esercito dopo quasi 20 anni di ritardo. Il secondo ponte sull’Orinoco è stato cominciato. Il ponte è stradale e ferroviario, collega il nord del Brasile col Mar Caribe. Il Venezuela è uno dei pochi paesi al mondo dove sono in costruzione contemporaneamente quattro progetti di metropolitana: a Caracas, Teques, Valencia e Maracaibo.

 

La rabbia della borghesia

 

Gli ambienti affaristici si scatenano contro l’orientamento “statalista” e “interventista” della nuova costituzione; in particolare contro l’economia mista, la concessione della previdenza sociale alle madri di famiglia e ai cittadini di oltre sessantacinque anni privi di versamenti, il limite posto ai licenziamenti ingiustificati e la riduzione della settimana lavorativa ad un massimo di quarantaquattro ore.

All’inizio del 2002 comincia una campagna feroce in tutti i mezzi di comunicazione contro l’aumento della spesa pubblica e la “supervalutazione” del bolivar. La Banca centrale spende quasi 5 miliardi di dollari per mantenere il bolivar entro i valori di cambio col dollaro per controllare la svalutazione e l’inflazione conseguente. Infine, il governo si arrende per proteggere le riserve di valuta e gli imprenditori ottengono l’ambita svalutazione che avrebbe dovuto aiutare l’export.

Ma non si è visto il boom delle esportazioni, solo i guadagni degli speculatori. Con la scusa della svalutazione aumentano tutti i prezzi, perfino dei prodotti locali e i profitti continuano ad essere investiti all’estero. Fino alla promulgazione della legge sui prezzi massimi degli alimenti di base il governo controllava solo il prezzo della benzina che è fisso dal 1996.

La borghesia è arrabbiata con Chávez perché questo governo indirizza i grandi flussi di petrodollari verso i ceti più poveri attraverso il Plan Bolívar 2000, Il Banco del Popolo, la Banca della Donna e investe in molti progetti di infrastrutture nelle zone più povere. Dal 1999 più di 1,5 milioni di venezuelani dispongono per la prima volta di acqua potabile. L’acqua potabile è basilare per far uscire la popolazione dalla povertà, abbassare il livello di mortalità infantile (che è calato dal 21 per mille al 17 per mille), combattere le malattie diarroiche e incrementare la speranza di vita che nel 2000 arrivava a 72,9 anni rispetto ai 72,6 di prima di Chávez.

Nell’aprile 2001, quando Chávez chiede la formazione di “un milione di Circoli bolivariani” per sostenerlo, decine di migliaia di venezuelani, ognuno nella sua via, nel suo quartiere, rispondono con entusiasmo. In gruppi di 7-15 persone discutono sul futuro, sui bisogni più importanti, immediatamente comunicati alle autorità interessate. “È un mezzo per fare in modo che arrivino le risorse nei settori interessati”, spiegano al centro di coordinamento dei Circoli bolivariani del municipio di Sucre, nella parte orientale di Caracas, “prima il destino della comunità era nelle mani di una minoranza di politici”.

Attraverso la presentazione dei progetti e con gli organismi adeguati - Banca del popolo, Banca delle donne, Fondo di sviluppo della microimpresa, Fondo intergovernativo per il decentramento (Fides), - lo Stato comincia in questi anni a dotare queste strutture di mezzi importanti.

Un punto di svolta decisivo arriva il 13 novembre 2001, quando Chávez firma la legge delle terre, la legge sulla pesca e la legge sugli idrocarburi.

Immediatamente, una coalizione formata dai ceti benestanti - comprendente la Chiesa cattolica (rappresentata soprattutto dall’Opus Dei), l’oligarchia finanziaria, il padronato, la borghesia bianca e il vertice di un sindacato corrotto - e che pretende di rappresentare la cosiddetta “società civile” assieme ai proprietari dei grandi media moltiplicano la loro campagna contro il governo, mentre cresce a dismisura la fuga di capitali. Non c’è menzogna capace di far indietreggiare i media, che arroventano l’opinione pubblica ribadendo ossessivamente un’idea fissa: “Chávez è un dittatore”; e alcuni non esitano a definirlo “un Hitler”, benché nel paese non ci sia neppure un detenuto per reati d’opinione; e martellano sempre con la stessa parola d’ordine: “Bisogna rovesciarlo!”.

Il 10 dicembre 2001, per protestare contro queste “minacce al libero mercato”, l’organizzazione imprenditoriale Fedecámaras, diretta da Pedro Carmona, organizza una serrata generale sostenuta dai media e dalla Confederazione dei lavoratori del Venezuela (Ctv). Organizzazione corrotta, cinghia di trasmissione di Azione democratica, la Ctv ha negoziato per anni i contratti collettivi al ribasso svendendo gli iscritti in cambio di qualche compenso per i suoi dirigenti.

Il 5 marzo 2002 questo “dirigente operaio” stringe la mano a Carmona e, alla presenza della chiesa cattolica, firma con lui un Patto nazionale di governabilità che ha l’obiettivo di ottenere “l’allontanamento democratico e costituzionale” del presidente.

Senza programma, senza progetto, autoproclamatisi “società civile” ignorando cinicamente la maggioranza, che continua a sostenere il capo dello Stato, i quattro protagonisti - Fedecámaras, Ctv, Chiesa e ceti medi - ai quali si uniscono i media riconvertiti in partito politico, cercano di creare artificialmente una situazione di ingovernabilità.

Le continue dichiarazioni estremiste, le marce di protesta (seguite da contromanifestazioni ancora più massicce di sostenitori del governo) e la comparsa di quattro militari dissidenti che rifiutano pubblicamente l’autorità del capo dello Stato non riescono a far vacillare il potere.

La Petroleós di Venezuela Sa (Pdvsa), società per azioni che ha come solo azionista lo Stato anche se è gestita in realtà da un ristretto gruppo di una quarantina di dirigenti, la cosiddetta “nomina mayor”, è al centro dello scontro. Questi “generali del petrolio” dettano legge, applicano la “loro” politica, privilegiano gli interessi stranieri, violano le norme dell’Opec aumentando la produzione, vendono in perdita, indeboliscono l’impresa e ne preparano attivamente la privatizzazione.

Desideroso di rimettere la Pdvsa al servizio di un progetto collettivo, il governo prova a riprendere il controllo di questo settore strategico caratterizzato da un sistema fiscale alla deriva: rispetto a vent’anni fa, quando il 75% dei profitti era riversato allo stato (il 25% rimaneva all’impresa), si è passati oggi all’80% per la società e il 20% al fisco. Chávez nomina un nuovo presidente, Gastón Parra, e un’équipe dirigente. Ma con la scusa di una gestione più efficiente, della produttività, della redditività, dell’indipendenza di fronte alla “politicizzazione” imposta dal governo, i tecnocrati rifiutano queste nomine e invitano alla rivolta. I contestatori, tutti dirigenti di alto livello che occupano posti di fiducia, non possono per la natura del loro incarico invocare lo sciopero. Ma la cosiddetta “società civile” si schiera con loro. Sullo sfondo gli stretti rapporti tra la borghesia venezuelana e Washington. Dalla capitale Usa l’amministrazione di George W. Bush moltiplica gli attacchi verbali nei confronti del presidente “bolivariano”. La sua freddezza nell’accettare la “lotta al terrorismo”, in particolare contro la guerriglia colombiana, i suoi accordi militari con la Cina e la Russia, il discorso antiglobalizzazione e la sua “rivoluzione bolivariana” irritano sempre di più. Il 6 febbraio 2002 il segretario di Stato americano Colin Powell, in un discorso al Senato, mette in dubbio “che Chávez creda realmente alla democrazia” e critica le sue visite “a governanti ostili agli Stati Uniti e sospettati di sostenere il terrorismo, come Saddam Hussein o Muhammar Gheddafi”.

Il 25 marzo Alfredo Peña, sindaco di Caracas e oppositore forsennato del presidente, incontra di nascosto le autorità americane. Qualche giorno dopo nel suo ufficio passano il presidente di Fedecámaras Pedro Carmona e il vicesegretario generale della Ctv Manuel Cova, che a sua volta incontra i rappresentanti dell’Istituto repubblicano internazionale, tutti interlocutori ben noti per la difesa degli interessi dei lavoratori!

Per “difendere” la Pdvsa, dove 7 dirigenti sono stati licenziati e altri 12 messi in pensione, la Ctv e la Fedecámaras chiamano a uno sciopero (in realtà una serrata), con un successo modesto su scala nazionale. A questo punto, con il pretesto che il governo potrebbe decretare lo stato di emergenza, fanno appello a partire dall’11 aprile allo sciopero generale a tempo indeterminato. Il generale Nestor González (destituito nel dicembre 2001) alla televisione, accusa il presidente Chávez di tradimento e chiede all’alto comando di agire.

L’11 aprile più di 300.000 oppositori marciano pacificamente verso la sede della Pdvsa-Chuao, situata nella parte orientale della capitale.

In un clima di crescente eccitazione, per accreditare l’idea di una “società civile” che affronta una dittatura, si fa ricorso ai “martiri”. L’alto comando della Guardia nazionale non ordina alcuna manovra per prevenire l’inevitabile.

L’opposizione arriva a meno di 100 metri da Miraflores e da decine di migliaia di “chavisti”, alcuni armati di bastoni e di pietre, scesi in piazza per proteggere con il loro corpo il presidente. Quindici guardie nazionali, non una di più, si interpongono per impedire lo scontro. I 15 morti e 350 feriti (di cui 157 per ferite da arma da fuoco) di questi giorni saranno attribuiti ai Circoli bolivariani, i cui membri avrebbero freddamente sparato su una manifestazione pacifica.

È falso. Misteriosi cecchini appostati sui tetti di alcuni edifici di una decina di piani hanno fatto le prime quattro vittime tra gli stessi poliziotti. In seguito, dopo aver fatto salire la tensione, si sono accaniti sull’opposizione con mortale precisione. La maggioranza dei morti infatti sono chavisti. La confusione è totale. Gruppi della polizia metropolitana del sindaco di opposizione Alfredo Peña sparano ad altezza d’uomo.

La Guardia d’onore del presidente arresta tre cecchini, tra cui due agenti della polizia di Chacao (quartiere a est della capitale) e uno della polizia metropolitana. I golpisti li liberano appena prendono il potere. Il giorno dopo sugli schermi di Venevisión il viceammiraglio ribelle Vicente Ramírez Pérez confida: “Avevamo il controllo di tutte le telefonate del presidente ai comandanti di unità. Ci siamo riuniti alle 10 del mattino per pianificare l’operazione”. È stato trovato un video dove i generali golpisti fanno le prove della loro accorata dichiarazione lamentando i morti e rifiutando il caos prima che accadessero gli avvenimenti sopracitati! Chi scrive ha potuto vederlo nella televisione.

Lo scopo voluto è raggiunto. Alle 18, “sconvolto dal numero di vittime”, il generale Efraín Vasquez Velasco annuncia che l’esercito non obbedirà più al presidente Chávez. Qualche ora prima la quasi totalità del comando della Guardia nazionale ha fatto altrettanto. Alle 3,15 del mattino il generale Lucas Rincón legge un ultimo comunicato: “Di fronte a tali avvenimenti sono state sollecitate le dimissioni del presidente della repubblica. Che ha accettato”. Nel corso delle trentasei ore successive questo messaggio passerà ogni venti minuti alla televisione.

 

Governo confindustriale per 48 ore

 

Nominato il 12 aprile alla presidenza, il capo degli imprenditori Carmona scioglie l’Assemblea nazionale, tutti i corpi costituiti, destituisce i governatori e i sindaci e sospende tutte le 49 “leggi abilitanti”. Dichiara che almeno per un anno non si faranno nuove elezioni! Il portavoce della Casa bianca Ari Fleisher si congratula con l’esercito e la polizia venezuelana “per aver rifiutato di sparare contro manifestanti pacifici” e conclude: “Alcuni simpatizzanti di Chávez hanno sparato contro queste persone e ciò ha rapidamente portato a una situazione che ha provocato le sue dimissioni”. Mentre l’Organizzazione degli Stati americani (Oea) si prepara a condannare il colpo di Stato, gli ambasciatori degli Stati uniti e della Spagna a Caracas si affrettano a salutare il nuovo presidente. Il primo gesto del governo spagnolo, che presiedeva l’Unione europea, non è quello di condannare il golpe, ma di pubblicare il 12 aprile a Washington una dichiarazione congiunta con il governo americano che richiede ai golpisti di creare “un quadro democratico stabile”!

Nel frattempo in questo paese che per tre anni non ha conosciuto né assassini, né rapimenti, né incarcerazioni politiche, la repressione si abbatte sui ministri, sui deputati, sui militanti; decine di locali e di abitazioni sono perquisiti, centoventi “chavisti” imprigionati. C’è una lista di 4.500 persone da prendere a tutti i costi.

Alla Venevisión, dove è intervistato dalla giornalista Ibeyssa Pacheco, il colonnello Julio Rodriguez Salas, conclude con un grande sorriso il suo intervento: “Abbiamo avuto una grande arma: i media! E poiché se ne presenta l’occasione, vorrei congratularmi con voi”. Così, in nome della democrazia, la “società civile” instaura una dittatura.

È molto significativa la quasi totale assenza di reazione internazionale davanti ad un golpe contro un governo che sta portando avanti, nel massimo rispetto delle libertà, un programma moderato di riforme sociali: dimostra come le diverse borghesie non badano alle formalità quando si tratta di difendere i propri interessi.

Ancora più significativo risulta constatare che i partiti socialdemocratici europei, come il Psoe, il Psf o i Ds sono rimasti in silenzio durante la breve parentesi di soppressione delle libertà in Venezuela.

Un dirigente storico della socialdemocrazia come Felipe González ha avuto perfino l’indecenza di giustificare il colpo di Stato, e non ha esitato ad associarsi all’euforia manifestata dal Fondo monetario internazionale, dal presidente degli Stati uniti e dal primo ministro spagnolo José Maria Aznar…

 

La reazione popolare schiaccia i golpisti

 

Il seguito è noto. Chávez non si era affatto dimesso, anche se non aveva accettato di seguire i suoi sostenitori nei quartieri popolari di Caracas e aveva provato a contrattare l’esilio per lui e la sua famiglia coi golpisti… Ma il 13 aprile i suoi sostenitori, a milioni, occupano le strade e le piazze di tutto il paese. Si presentano davanti alle caserme chiedendo armi per lottare contro la controrivoluzione e più di 100mila assediano la caserma dello Stato Maggiore dell’esercito esigendo la liberazione di Chávez. Nel pomeriggio la sua Guardia d’onore torna a Miraflores e aiuta alcuni ministri a rioccupare l’ufficio presidenziale.

Seguendo l’esempio del generale Raúl Baduel, capo della 42° brigata dei paracadutisti di Maracay, alcuni comandanti fedeli alla costituzione riprendono il controllo di tutte le guarnigioni. Divisi fra loro, senza prospettive chiare, temendo una reazione incontrollabile della popolazione e scontri tra militari, i generali golpisti si tirano indietro. Nella notte il presidente legittimo ritorna a Miraflores. Torna con un discorso conciliatorio, chiedendo all’opposizione di riflettere e promettendo il perdono a chi sia disposto a rispettare la volontà popolare. Non capisce quanto la difesa degli interessi della cricca di capitalisti sia inconciliabile col miglioramento delle condizioni della stragrande maggioranza dei venezuelani, che l’ha votato proprio perché le cose cambino davvero. E come è sempre successo la reazione si riprende presto dalla sconfitta e torna all’attacco con più impeto.

Questo primo tentativo serio della controrivoluzione fu sconfitto grazie all’insurrezione spontanea delle masse. Senza un partito, senza una direzione, senza un programma e un’idea chiara di dove stavano andando, uomini e donne comuni dei quartieri poveri di Caracas semplicemente si levano in piedi e cominciano a prendere nelle loro mani il loro destino.

La qualità della direzione è un elemento chiave sia nella rivoluzione che nella guerra. È decisivo sia per le forze della rivoluzione che per quelle della controrivoluzione. Immediatamente dopo aver preso il potere, la coalizione di capitalisti, avventurieri politici, burocrati sindacali e ufficiali dell’esercito scontenti, comincia a dividersi sul da farsi. Quando si trovano davanti una sfida seria (le masse nelle strade) collassano come un castello di carte. Questi avvenimenti, provocando la reazione delle masse segnano un punto di non ritorno nella storia del Venezuela. Come hanno potuto imparare i capitalisti sei mesi dopo, in occasione della serrata di dicembre, dopo l’aprile non è possibile cambiare le sorti del paese senza sconfiggere le masse rivoluzionarie, che ancora oggi non dispongono di strutture di coordinamento nazionali, che si perdono spesso in azioni locali, che ancora “credono” in Chávez, ma che a differenza del passato oggi sono attive e ben presenti sulla scena politica.

Questi avvenimenti hanno evidenziato le carenze del Movimento per la quinta repubblica (Mvr), la coalizione elettorale di Chávez che è stata creata in tutta fretta per vincere le elezioni. Vi si ritrovano “chavisti” convinti, rivoluzionari, ma anche - con la speranza di qualche prebenda - membri di vecchie formazioni politiche e opportunisti di tutte le risme. Lo stesso discorso vale per i partiti alleati - Movimento verso il socialismo (Mas), Causa R, Movimiento 1° di Mayo o il leader di Patria para todos (Ppt) Pablo Medina. Da ciò derivano i numerosi rovesciamenti di fronte, le rotture di alleanze, le dimissioni, i licenziamenti seguiti dal passaggio al nemico, che danno l’impressione di un potere fondato sull’improvvisazione permanente.

Una corsa a ostacoli analoga si è osservata negli apparati di Stato e nella pubblica amministrazione, corrotti da quarant’anni di clientelismo.

Per portare a termine le riforme i ministri o i quattordici governatori “chavisti” possono contare all’interno delle loro istituzioni solo su qualche funzionario di grado elevato. “Non abbiamo fatto una caccia alle streghe, noi garantiamo il cambiamento con la gente del passato, per lo più militanti di Ad o del Copei”. Questo esercito di quadri intermedi e di dipendenti frena i programmi, blocca i progetti, paralizza il trasferimento delle risorse ai municipi.

Non ci può essere nessun dubbio che se Chávez avesse voluto basarsi sullo slancio delle masse, nell’aprile dell’anno scorso il capitalismo in Venezuela poteva essere rovesciato. Inoltre, ciò poteva accadere facilmente, sicuramente senza una guerra civile. Invece il discorso di Chávez fu conciliatorio e arrendevole. Per un periodo sembrava che tenesse solo alla calma sociale, non capendo che la destra golpista non si sarebbe fermata fino a quando non avesse visto la cosiddetta “rivoluzione bolivariana” morta e sepolta. Come sempre è successo l’arrendevolezza è un’invito all’aggressione e così la destra ha organizzato il secondo assalto, la serrata di fine anno.

 

La serrata di dicembre

 

Dopo di un tentativo di serrata in ottobre che fu un clamoroso insuccesso e solo dopo sei mesi dal tentato golpe, la borghesia venezuelana, con l’appoggio dei dirigenti della Ctv e dei mass-media che controllano direttamente all’85%, si lanciano in un’altra prova di forza contro il governo con la richiesta di dimissioni immediate. Secondo la stampa borghese, in Venezuela come all’estero, nel paese è in corso uno sciopero generale a oltranza per ripristinare la democrazia. Si tratta, in realtà, di una serrata diretta e organizzata dalla classe dominante. Dal 2 dicembre la stampa mondiale fa da cassa di risonanza per i loro comunicati trionfanti. Il paese è bloccato - dicono - e questa volta Chávez se ne dovrà andare. Ma la realtà è molto diversa.

Nello stato di Bolívar, dove si concentrano l’industria di base e le miniere, tutte le aziende restano aperte perché i lavoratori si oppongono attivamente alla serrata. Restano aperte inoltre le centrali idroelettriche. In Carabobo, dove si concentra l’industria manifatturiera, i lavoratori – la cui maggioranza è organizzata in sindacati appartenenti alla corrente sindacale Bloque Sindical Clasista e Democrático – si pronunciano contro la serrata nelle principali aziende come Ford, Chrysler, General Motors, Goodyear, Firestone, Pirelli, ecc. Dove trovano le aziende chiuse, i lavoratori, per dimostrare la loro opposizione, si presentano tutti i giorni alle porte e si fanno certificare da un notaio che non hanno potuto entrare per la serrata. Questa è la situazione dominante dappertutto. Il trasporto ha funzionato sempre normalmente, sia gli autobus urbani che gli interurbani e la metro di Caracas. Gli aeroporti non sono stati bloccati con l’eccezione di alcuni voli interni per mancanza di combustibile. Le fasce più avanzate del movimento sindacale avanzano lo slogan di “fabbrica chiusa, fabbrica occupata”, ma solo in pochi casi alle parole seguono i fatti.

Nel settore del commercio, chiudono le grandi superfici commerciali, mentre i piccoli commercianti restano aperti. Dopo pochi giorni i supermercati cominciano a riaprire alla spicciolata. Nella ristorazione chiudono solo i McDonald’s che vengono coperti di scritte che proclamano “Viva la arepa” (torta tradizionale venezuelana).

Così il “paro” si riduce ad una serrata padronale parziale e al sabotaggio dell’industria petrolifera che ha provocato un calo produttivo serio per quasi 45 giorni.

La Pdvsa (Petroleos di Venezuela), che da sola rappresenta l’80% del Pil del paese, è stata coscientemente sabotata dalla maggioranza dei suoi dirigenti. Questi non si limitano a bloccare gli impianti, ma distruggono sistemi informatici, prendono misure per impedire la messa in funzione manuale dei sistemi, arrivano a bloccare delle superpetroliere nel canale di Maracaibo, coi conseguenti pericoli per la navigazione ecc. Allo stesso tempo, mediante il controllo sui sistemi amministrativi, si fanno arrivare in anticipo la tredicesima e un salario (anche se teoricamente erano in sciopero).

Il potenziale massimo di produzione del Venezuela, è di 3,9 milioni di barili al giorno. Prima della serrata si producevano 3,2 milioni di barili, ma dopo la produzione cala a 300mila barili. È ancora presto per poter stabilire le perdite subite tra dicembre e gennaio, ma sicuramente non saranno inferiori ai 7 miliardi di dollari. Molti lavoratori del petrolio subiscono pressioni dai manager con telefonate alle loro case, alle moglie, con minacce di licenziamento, offerte di soldi, ecc. L’esempio più importante di lotta contro la serrata è quello della raffineria El Palito, dove 60 lavoratori restano al lavoro superando il sabotaggio informatico e si fermano solo quando i depositi sono pieni per mancanza di mezzi di trasporto.

Alla fine la pressione dei lavoratori costringe l’azienda di trasporto Ferrari a riprendere il lavoro e cominciano ad arrivare le gandolas (camion cisterna) di benzina sotto la vigilanza della Guardia Nacional e del popolo che mantiene picchetti 24 ore su 24 per evitare sabotaggi. Attraverso esperienze come queste molti lavoratori cominciano a capire che per far funzionare le aziende non servono i dirigenti.

 Ad Ananco, Anzoategui, il sindaco e il governatore impediscono la spedizione del gas per le aziende dello Stato Bolívar nella Guayana. A questo punto migliaia di lavoratori delle aziende siderurgiche, organizzati dal potente sindacato Suttiss, si muovono in autobus verso Ananco e appoggiati dai lavoratori della Pdvsa e dalla popolazione locale, fanno riprendere l’erogazione del gas.

Infine la domenica 22 di dicembre si inizia a scaricare la petroliera “Pilín León” nello stato di Zulia, dopo che marinai dell’armata arrestano il capitano e l’equipaggio, che si rifiutavano di rispettare l’ordine giudiziario di abbandonare la nave. Questa nave era diventata il simbolo del cosiddetto “paro nacional”. Da questo momento in poi era evidente a tutti che la prova di forza dell’opposizione era destinata al fallimento.

In molte strutture della Pvdsa ci sono stati esempi avanzati di controllo operaio della produzione. È importante segnalare che il coinvolgimento dei lavoratori non si deve ad una richiesta salariale o la lotta contro i licenziamenti, ma alla comprensione del carattere controrivoluzionario della serrata e alla volontà di difendere il processo rivoluzionario in Venezuela. Diverse settimane dopo la fine della serrata a questi elementi di controllo operaio si mantengono ancora in molte realtà coi lavoratori che pretendono di controllare il processo delle assunzioni, di partecipare attivamente nella preparazione dei piani di ristrutturazione e in generale difendendo il loro diritto a controllare ed eventualmente contestare le decisioni dei direttori.

Le banche, che aderivano allo “sciopero” mantenendo un orario ridotto, vengono in molti casi obbligate dai clienti a restare aperte finche c’era gente in coda. A Carabobo, il Blocco Sindacale Classista e Democratico che organizza 52 sindacati in questo Stato, scrive in un volantino contro la chiusura delle banche:

“…Non un solo bolivar per i golpisti. La banca privata guadagna col danaro dello Stato mentre appoggia la serrata criminale di Fedecamaras e della cupola degenerata della Ctv che usurpa la rappresentanza dei lavoratori. Chiediamo la centralizzazione del sistema finanziario mediante una banca unica statale che dia priorità al finanziamento della produzione di beni, servizi, opere pubbliche e case. Controllo democratico della banca da parte dei lavoratori bancari, delle organizzazioni operaie e dei risparmiatori, con diritto a eleggere democraticamente e a revocare l’amministrazione delle banche”.

L’assemblea dei lavoratori delle Poste invia una lettera al presidente Chávez, nella quale non solo si dichiara il loro appoggio al processo rivoluzionario, ma chiedono di prendersi le proprie responsabilità: “...Oggi scopriamo in noi stessi la forza e lo spirito della costituzione e dei tuoi messaggi, che ci invitano ad essere protagonisti della costruzione del nostro avvenire, attraverso la partecipazione ed esercitando il POTERE POPOLARE (...) perciò ti chiediamo, come parte di questo esercizio del potere popolare, di permetterci di continuare praticando, attraverso le assemblee dei lavoratori, la designazione dei nostri dirigenti di IPOSTEL, facendo sì che i lavoratori controllino chi scelgono e chi investono degli interessi dei lavoratori (...)”.

 

I mezzi di “comunicazione”

 

In una società che, a sentire il Coordinamento dell’opposizione, è scivolata nella “dittatura comunista”, l’immensa maggioranza dei giornali, radio e tv fanno parte dell’opposizione al governo di Chávez. Non si tratta solo di manipolare e nascondere l’informazione, come ha fatto la stragrande maggioranza dei media internazionali. In Venezuela giornali, radio e tv in mano ai grandi capitalisti (l’85% del totale) sono stati centrali nella strategia di attacco al governo, per creare l’isteria in quel 20-30% della popolazione che crede di aver qualcosa da perdere nella “rivoluzione bolivariana”. Nonostante lo “sciopero”, giornali e Tv non si sono mai fermati, anzi hanno cancellato la normale programmazione e si sono dedicati a raccontare il grande successo dello sciopero per la democrazia. Gli unici spot trasmessi erano del Coordinamento Democratico (popolarmente conosciuto come la Conspiradora antidemocratica).

La verità è che non c’è paese al mondo con più libertà di espressione del Venezuela. Uno degli opinionisti del Nacional (il principale quotidiano borghese), in un articolo intitolato “Il golpe necessario”, difendeva il golpe contro Chávez con l’argomento che in realtà era Chávez a cercarlo rifiutando di andarsene per la “via democratica”. La stessa gente aveva provato a dimostrare, in occasione del fallito golpe dell’11 aprile 2002 che esso era stato organizzato da Chávez per “fare la vittima”. Articoli di questo tenore compaiono tutti i giorni, finora senza conseguenze!

Questa impressionante campagna mediatica è stata decisiva per la polarizzazione del paese. Ampi settori dei ceti medi credono fermamente che il paese va verso il “Castro-comunismo”, e che vivono già in un regime dittatoriale. Dall’altra parte, una rappresentanza così falsata della realtà ha provocato l’indignazione della stragrande maggioranza della popolazione, che boicotta giornali e tv, si organizza per sapere attraverso internet e i cellulari cosa accade realmente e partecipa ad un’autentica esplosione di giornali locali, volantini, radio e televisioni alternative.

 

Le misure del governo

 

La fuga di capitali (più di 35 miliardi di dollari sono usciti dal Venezuela negli ultimi 12 mesi) ha portato l’economia sull’orlo del collasso e il sabotaggio della Pdvsa negli ultimi due mesi ha aggravato ancora il problema.

Il governo ha dovuto prendere misure urgenti, come il controllo degli scambi di valuta, che se si fosse deciso almeno un’anno prima avrebbe evitato la speculazione contro il bolivar. Chávez minaccia l’intervento statale nella banca privata, e ha fissato per legge i prezzi massimi degli alimenti di base. Pochi giorni fa è stata approvata una legge sui mezzi di comunicazione che renderà possibile incriminarli per la loro sfacciata attività golpista.

Ma in passato più volte Chávez ha fatto minacce che poi sono rimaste sulla carta. Oggi alle parole devono seguire i fatti, pena la sfiducia e la demoralizzazione di ampie fasce della popolazione. L’occupazione della Coca Cola e della Polar nello Stato di Carabobo sono esempi di quello che andrebbe fatto. Il governo di Chávez, contrariamente all’impressione che si vuole trasmettere in Venezuela e all’estero che sia dittatoriale e autoritario, è precisamente il contrario. La principale critica che si può fare a Chávez è quella di essere stato troppo morbido con la reazione, di averle permesso di organizzare il golpe dell’11 aprile senza difficoltà e, ancora peggio, che dopo il suo insuccesso gli unici in galera siano cinque bolivariani che si sono difesi contro i golpisti.

Ancora durante l’ultima serrata il governo ha preso quasi tre settimane di tempo prima di prendere misure legali contro gli alti dirigenti della Pdvsa e contro gli equipaggi delle navi ribelli.

Alcuni provano a giustificare l’atteggiamento del governo dicendo che se si prendessero dure misure contro i golpisti ciò provocherebbe una reazione internazionale e nel caso che il governo avanzasse verso la nazionalizzazione delle banche e delle grande aziende ci sarebbe l’intervento militare degli Usa.

Questo argomento è falso. In primo luogo bisogna dire che l’oligarchia locale e l’imperialismo sono già apertamente schierati contro il processo rivoluzionario nel Venezuela. Il motivo è che le misure prese dal governo di Chávez (particolarmente la legge sulla terra, quella della pesca e quella sul petrolio e gas), malgrado siano leggi che non rompono col sistema capitalista, attaccano gli interessi dei capitalisti nazionali e stranieri. Ancora più importante: il processo di autoorganizzazione e mobilitazione delle masse che si è aperto  (la ragione principale per la quale dobbiamo parlare di una rivoluzione in atto – anche se il programma di Chávez si propone – solo – di “costruire in Venezuela un paese moderno e più giusto”) è in se stesso una minaccia mortale per gli interessi dei capitalisti. L’unico modo che avrebbe Chávez di “non provocare la reazione” sarebbe revocare le leggi sopracitate e ancora meglio rinunciare rinnegando il processo rivoluzionario.

La tattica moderata del governo non ha reso più mansueta l’opposizione reazionaria, al contrario l’ha incoraggiata ad osare di più mentre rischia di smobilitare e disorientare le masse rivoluzionarie.

Forse per questo il comportamento di Chávez nelle ultime settimane si è radicalizzato. Il 17 febbraio minaccia le aziende produttrici di farina di mais – che a loro volta avevano dichiarato di non potere produrla al prezzo di vendita di 750 bolivar al chilo richiesto dal governo – di utilizzare l’esercito per occupare le aziende. E aggiunge che l’offensiva del suo governo continuerà, perché la rivoluzione non permetterà più attacchi contro il popolo.

Il 19 febbraio è arrestato il presidente della Fedecameras, l’organizzazione dei capitalisti che ha diretto la serrata di dicembre. Lui e Carlos Ortega, il contestato presidente della Ctv sono accusati di “ribellione, tradimento della patria, istigazione a delinquere e devastazione” come massimi responsabili degli avvenimenti degli ultimi due mesi che hanno provocato perdite che superano i sette miliardi di dollari solo per il settore statale dell’economia. La reazione contro questi arresti è quasi inesistente a dimostrazione che al momento i seguaci della destra reazionaria sono confusi e demoralizzati.

 

Rivoluzione bolivariana o socialista?

 

Chávez, in una manifestazione a Barqui-simeto il 20 febbraio, ha chiamato il popolo a “uscire nelle strade per appoggiare la giustizia, giacché la rivoluzione si difende nelle strade, vedremo chi ha più potere, i golpisti o il popolo di Bolívar, l’oligarchia antipatriota o i patrioti del Venezuela’’.

Ma sarebbe una pia illusione immaginare che possa esistere una “via giudiziaria” alla rivoluzione in Venezuela. I “due Carlos” possono essere anche condannati, ma ciò non cambia una virgola i termini del problema: un governo che conta da anni sull’appoggio attivo del 60-70% della popolazione avanza delle proposte per migliorare le condizioni di vita di larghe masse diseredate, vuole mantenere pubblica la principale risorsa del paese e distribuire ai contadini senza terra quegli spazi (superiori ai 5.000 ettari) che sono improduttivi. Non è la rivoluzione socialista, ma i capitalisti venezuelani e internazionali la trattano come se lo fosse e cioè boicottano il processo con tutti i mezzi a loro disposizione (e sono molti) e provando a organizzare il suo rovesciamento con qualsiasi mezzo.

Il programma della rivoluzione bolivariana prova a realizzare (con 200 anni di ritardo) la rivoluzione borghese antilatifondista e anticoloniale indispensabile per lo sviluppo del paese e per ridurre la povertà e le disuguaglianze. Il problema è che la borghesia venezuelana è la meno interessata al suo successo, essendosi ricavata uno spazio ben pagato come agente dell’imperialismo in uno dei paesi più ricchi al mondo in materie prime.

È ovvio che in un paese con il 60% delle terre in mano al 2% della popolazione bisogna realizzare una riforma agraria e Chávez ha dichiarato orgoglioso che hanno studiato, tra le altre, la riforma realizzata dalla Dc negli anni ‘50 in Italia per preparare la sua legge sulla terra. Come è impossibile permettere che la Pdvsa si tenga l’80% del fatturato, lasciando alle finanze statali solo le briciole. Ma queste riforme, che cercano di costruire un capitalismo più efficiente, non godono dell’appoggio dei grandi capitalisti venezuelani e se i lavoratori le vogliono imporre dovranno farlo contro la propria borghesia!

Analizzando lo sviluppo della rivoluzione russa del 1905, Trotskij costatò il ruolo reazionario e l’assoluta incapacità delle borghesie nascenti nei paesi coloniali o semicoloniali di realizzare quella rivoluzione borghese che in paesi come la Francia o la Gran Bretagna aveva cancellato i retaggi feudali. Ciò era dovuto al fatto che i borghesi avevano più paura della rivoluzione socialista e preferivano allearsi con la reazione dei latifondisti contro il movimento operaio emergente. La teoria della rivoluzione permanente parte da questa constatazione e postula che i compiti tradizionali della rivoluzione borghese dovranno essere assunti dai lavoratori, che a questo punto però non potranno fermarsi e dovranno continuare verso la rivoluzione socialista, unico modo di consolidare la rivoluzione.

La rivoluzione venezuelana ha raggiunto un punto dal quale non può tornare indietro. Può riuscire solo con la mobilitazione generale della classe operaia e i contadini. Organizzati in comitati rivoluzionari eletti democraticamente, devono prepararsi alla presa del potere.

Questo processo è già cominciato. Le masse, che appoggiano a stragrande maggioranza la rivoluzione, si stanno organizzando nei quartieri, nelle fabbriche e perfino nelle baracche. Abbiamo visto sorgere questi comitati dappertutto e dopo il tentato golpe provano a coordinarsi a livello locale, regionale e della Repubblica. Ci sono i Circoli Bolivariani, l’Assemblea Popolare Rivoluzionaria, l’Alleanza Popolare Bolivariana in Zulia, il Coordinamento Popolare di Caracas, el Comando Único Revolucionario de Barquisimeto e tra i lavoratori il Blocco Sindacale Democratico e Classista. Quest’ultimo chiede l’arresto degli organizzatori del golpe, la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione sotto il controllo operaio, una scala mobile prezzi-salari e la nazionalizzazione dell’industria del petrolio. Questo organismo è sorto nello stato industriale di Carabobo e conta sull’appoggio dei sindacati di Ford, Mavesa, Firestone, Goodyear, General Motors, e dei sindacati regionali del tessile e degli elettrici. Un’organizzazione simile esiste nello Stato di Aregua tra i lavoratori del tessile, i metalmeccanici, quelli dei mattatoi, gli alimentaristi, le cartiere e le fabbriche di Iberia e di Pepsi Cola. Esistono correnti classiste in altre parti del Venezuela come lo Stato di Lara (El Topo Obrero), Anzoátegui (La Jornada), e migliaia de attivisti sindacali classisti in organizzazioni come Autonomía Sindical e la Fuerza Bolivariana de Trabajadores.

Tutte queste organizzazioni appoggiano la rivoluzione mentre mantengono un atteggiamento critico verso l’organizzazione ufficiale del movimento bolivariano, il Movimento per la Quinta República (MVR).

Ma la mobilitazione delle masse, non basta. Per trionfare il movimento rivoluzionario richiede non solo coraggio e spirito di lotta, ma obiettivi chiari, un programma, una strategia e parole d’ordine efficaci.

I controrivoluzionari hanno un obiettivo chiaro, e l’hanno perseguito, sistematicamente e instancabilmente, con tattiche abili, ben elaborate e senza preoccuparsi di leggi o costituzioni pur di difendere i loro interessi di classe. Il movimento rivoluzionario venezuelano dovrebbe imparare da questa gente. Quando Chávez fu eletto cinque anni fa promise di realizzare un cambiamento decisivo nella società venezuelana. Per questo la gente credette in lui. Ci sono stati alcuni cambiamenti importanti e vanno difesi. Ma l’economia del paese continua ad essere nelle mani di una minuscola oligarchia che ha portato il Venezuela alla rovina. Nella misura in cui la terra, le banche e le grosse industrie restano nelle loro mani, non c’è soluzione ai problemi dell’80% della popolazione venezuelana.

Il Venezuela deve fare una rivoluzione sociale. La questione è: chi deve dirigere il paese? Un pugno di ricchi magnati appoggiati dagli Usa o l’immensa maggioranza della popolazione, il cui “crimine” è quello di ricercare una vita migliore per loro e i loro figli? La cosiddetta “società civile” si riempie la bocca della parola democrazia. Ma la loro democrazia è la dittatura del Capitale contro la maggioranza dei venezuelani.

Perciò è assolutamente necessario che le masse mantengano l’iniziativa, che mettano in pratica le loro richieste, senza aspettare che il governo glielo chieda. Solo su queste basi è stato possibile vincere la controrivoluzione in aprile e in dicembre. Sotto la pressione della reazione borghese che esigeva le sue dimissioni e utilizzava tutti i mezzi per ottenerle e – molto importante – sotto la pressione delle masse mobilitate, nonostante i suoi tentennamenti, l’atteggiamento di Chávez dopo la serrata e il tentato golpe di dicembre è molto diverso a quello che ebbe dopo il golpe di aprile 2002. Ora parla apertamente della necessità di passare all’offensiva. Fa appello a migliorare il livello di organizzazione delle masse, ha riconosciuto pubblicamente il ruolo della classe operaia nella sconfitta della reazione e in generale ha preso l’iniziativa abbandonando il discorso conciliatorio e arrendevole che aveva dopo l’aprile dell’anno scorso.

Inoltre - e ancora più importante - solo sulle basi della partecipazione attiva delle masse sarà possibile costruire le basi della democrazia operaia, un sistema dove non solo sia possibile revocare dopo la metà del mandato gli eletti a qualsiasi livello, come riconosce oggi la costituzione bolivariana, ma far sparire quella cesura che separa gli amministrati dagli amministratori sulla base della discussione e partecipazione delle masse alla vita politica a tutti i livelli.

Fin quando ci sarà la mobilitazione delle masse l’intervento degli Usa non è possibile. Bisogna dire che il Venezuela non è Granada o Panama. È vero che la forza militare di Washington è immensa, ma ciò non vuol dire che può sempre e comunque schiacciare un movimento rivoluzionario in qualsiasi paese. Sarebbe un intervento molto rischioso e l’esito finale non dipenderebbe dal rapporto di forze militari ma si giocherebbe sul terreno della politica e non solo in Venezuela, ma in tutta l’America latina – dove non c’è un solo regime borghese stabile – e anche negli Usa, dove i latinos sono la principale minoranza etnica.

Una delle peculiarità del processo che si svolge in Venezuela è che un settore importante delle Forze Armate si identifica apertamente con la rivoluzione bolivariana. Ciò si deve all’estrazione sociale di molti ufficiali, che – a differenza di altri paesi - provengono in maggioranza da famiglie contadine e non dalla borghesia e piccola borghesia che in Venezuela aveva attività più lucrose da svolgere, e al ruolo della borghesia corrotta e venduta all’imperialismo, che provoca il deciso rifiuto di una parte degli ufficiali. Ma la struttura dell’esercito non è cambiata. Indipendentemente dalle simpatie di molti ufficiali, l’esercito ha sempre un carattere borghese e se il processo rivoluzionario andasse fino in fondo non si manterrebbe neutrale. Non ci si può illudere: o l’esercito va con la controrivoluzione o appoggia la rivoluzione e per farlo fino in fondo deve democratizzarsi, cioè trasformare il suo carattere borghese attraverso l’elezione degli ufficiali, la piena libertà di discussione, il rafforzamento dei legami coi lavoratori e le organizzazioni popolari, di fatto fondendosi col popolo rivoluzionario

 

Una grande vittoria o una grande sconfitta

 

La tragedia del Venezuela è che Chávez non è un marxista e il movimento bolivariano non è un partito comunista rivoluzionario. Il che non vuol dire che in Venezuela non sia in atto una rivoluzione e… una controrivoluzione. Lo scontro, che va avanti da anni e che ha polarizzato il paese, si dovrà decidere o con una grande vittoria delle forze rivoluzionarie o con una grande sconfitta. Nelle 48 ore che durò il golpe dell’11 aprile giravano liste nere di 4.500 persone da sopprimere immediatamente…

I rivoluzionari sono contro lo spargimento di sangue e la violenza gratuita. Allo stesso tempo non si può nascondere che l’opposizione borghese sia fortemente armata, che controllano diverse forze di polizia (come la polizia metropolitana di Caracas, forte di 24.000 agenti), che nei quartieri ricchi si struttura una sorta di milizia paramilitare… Tutto ciò non ha provocato finora un bagno di sangue perché il rapporto di forze è troppo sbilanciato a favore della rivoluzione.

Dal golpe dell’11 aprile, che è stato il punto più alto del loro potere, i cospiratori si sono indeboliti per almeno due ragioni: si sono divisi tra di loro alla ricerca dei capri espiatori per i loro insuccessi e hanno perso una parte importante della loro base sociale tra i ceti medi. Dal colpo di Stato dell’11 aprile, molti appartenenti a questi ceti hanno capito che erano usati come carne da cannone per riuscire ad imporre una dittatura. Ciò è diventato evidente in occasione della serrata del dicembre 2001 che è stata organizzata dalla reazione per tentare di impedire l’entrata in vigore di diverse leggi, che toccano interessi vitali della élite economica. Particolarmente, la Legge delle Terre che più che ai grandi latifondisti della campagna, fa paura agli speculatori immobiliari delle zone urbane. La Legge degli Idrocarburi è ancora più pericolosa perché minaccia la burocrazia della Pdvsa, la nomenclatura corrotta del petrolio che controlla la vita economica del paese e che era abituata a dirigere l’azienda – statale al 100% – come fosse di sua proprietà. La dichiarazione nella legge che il petrolio venezuelano non può essere privatizzato blocca infine tutti i piani della borghesia venezuelana e internazionale di privatizzare la Pdvsa.

Ma se si continua a permettere l’impunità della borghesia reazionaria, il boicottaggio organizzato e la campagna mediatica isterica, prima o poi crescerà la stanchezza e il disorientamento. Dopo l’insuccesso del golpe dell’11 aprile e il fallimento della serrata di dicembre e gennaio la borghesia venezuelana e internazionale si prepareranno meglio la prossima volta. Lo scontro finale non è ancora arrivato. Le dichiarazioni di Chávez, che invoca un’opposizione democratica, che si misuri sul terreno elettorale, sono destinate a cadere nel vuoto, come il Patto di Pacificazione firmato la settimana scorsa sotto l’auspicio del Presidente dell’Organizzazione degli Stati americani.

Negli ultimi 6 anni ci sono state 7 consultazioni democratiche regolarmente perse dalla destra. In questo terreno non si aspettano di vincere a breve termine. Possono invece usare i potenti mezzi economici e mediatici a loro disposizione per creare le condizioni di una controrivoluzione. I precedenti non mancano. In Nicaragua la reazione vinse le elezioni dopo che anni di blocco economico e di guerriglia finanziata dagli Usa, uniti agli errori e alle esitazioni dei sandinisti, avevano demoralizzato le masse e fatto perdere la speranza di un miglioramento. In Cile la reazione si scatenò fin dal principio con il bagno di sangue del colpo di Stato dell’11 settembre 1973. Quale che sia la strada che sceglieranno in Veneruela, lo scopo sarà in ogni  modo bloccare il processo rivoluzionario. Tanto più i mezzi “pacifici” si dimostreranno inefficaci, tanto più la classe dominante e l’imperialismo saranno disposti alle misure più feroci per riprendere il controllo. Il carattere di operetta che i tentativi di golpe controrivoluzionario hanno avuto in Venezuela finora non si deve alla stupidità intrinseca dei loro fautori. È il risultato di un rapporto di forza tra le classi fortemente favorevole alla rivoluzione, che coinvolge perfino strati importanti della truppa e dei sottufficiali e ufficiali operativi. Ciò non ci impedisce  di riconoscere un schema ormai classico: mobilitazione dei ceti medi, sabotaggio economico, caos e conseguente golpe militare. Finora non hanno avuto successo ma possiamo essere sicuri che la borghesia venezuelana e internazionale non abbandonerà il campo e utilizzerà tutti i mezzi (legali e non) per rovesciare il processo. La borghesia ha mezzi economici per resistere e aspettare il momento buono per capovolgere il processo. Le masse venezuelane invece hanno bisogno di risultati concreti e presto. La crescita dei prezzi del petrolio lungo il 2001 e il 2002 ha dato ossigeno alle finanze statali, ma le spese sociali promesse e le conseguenze della serrata di due mesi rischiano di provocare seri problemi di cassa già entro l’estate 2003. Sempre più diventerà evidente che non è possibile migliorare le condizioni di vita e di lavoro dell’80% dei venezuelani senza toccare gli immensi privilegi di quel pugno di famiglie che vive con un piede a Caracas e un altro a Miami.

La rivoluzione bolivariana ha aperto un processo di politicizzazione e di organizzazione delle larghe masse oppresse. I lavoratori, e specialmente i settori più poveri dei quartieri popolari che mai si erano interessati alla politica, oggi per la prima volta nella loro vita sentono di avere un futuro. In questo processo sono sorte migliaia e forse decine di migliaia di organizzazioni nei quartieri, nelle parrocchie, nelle fabbriche… Circoli bolivariani, gruppi parrocchiali, correnti classiste all’interno dei sindacati, comitati per l’assegnazione della terra, comitati di contadini, organizzazioni studentesche, ecc. La capacità d’iniziativa del popolo non ha limiti. Questo processo è stato accelerato dal tentato golpe dell’11 aprile e ancora di più dopo gli avvenimenti recenti. Milioni di lavoratori e di poveri sottoproletari della campagna e della città hanno capito che devono organizzarsi per approfondire e difendere la rivoluzione.

Finora, la principale debolezza del movimento rivoluzionario è stata la mancanza di coordinamento, di organismi unificanti a livello regionale e nazionale della miriade di organizzazioni a livello locale. Non esiste una struttura organizzata che renda possibile conoscere e generalizzare le migliori esperienze di lotta e che permetta al popolo di dirigere il processo attraverso rappresentanti eletti e revocabili. I partiti politici che formano la base del governo di Chávez hanno dimostrato finora la loro incapacità di organizzare le larghe masse che sono disposte a mobilitarsi a favore della rivoluzione. Il Movimento per la V Repubblica e il Ppt, tra gli altri, sono principalmente dei comitati elettorali scarsamente collegati alle masse. L’assenza di questo controllo da parte della base ha permesso negli anni passati che tanti carrieristi abbiano potuto saltare sul carro vincente di Chávez per tradirlo dopo.

 

L’importanza del movimento operaio

 

Bisogna costruire una struttura rappresentativa permanente che permetta la partecipazione costante e incisiva delle masse nella vita politica. A ciò va legato il problema della difesa della rivoluzione contro la reazione interna e internazionale.

In mancanza di una direzione rivoluzionaria con una strategia e un piano di azione coerente, le energie delle masse si possono disperdere in una serie di scontri isolati e scoordinati, e perfino in azioni terroristiche.

In passato in Argentina e Uruguay i metodi del “guerriglierismo urbano” hanno dimostrato ampiamente che piuttosto che accelerare la rivoluzione aiutano la controrivoluzione. L’unico modo di sconfiggere la reazione non è l’organizzazione di un’elite di armati in clandestinità, ma, come si è visto in aprile e in gennaio, la massiccia mobilitazione delle masse.

Fortunatamente queste idee sono assolutamente minoritarie in Venezuela oggi. Non servono attacchi isolati contro i controrivoluzionari, ma una preparazione seria della presa del potere. Non il “guerriglierismo urbano” (cioè il terrorismo di piccoli gruppi), ma una insurrezione delle masse, con la classe operaia in prima linea, che tolga ai controrivoluzionari le leve dell’economia e dell’apparato dello Stato che adoperano contro la stragrande maggioranza delle popolazione.

Fino alla serrata padronale di dicembre-gennaio, i lavoratori non avevano giocato un ruolo indipendente nel processo rivoluzionario. Ma durante la serrata è stata evidenziata l’importanza del movimento operaio. Si è dimostrato nella realtà che sono i lavoratori quelli che fanno funzionare l’economia. I lavoratori non solo hanno deciso di continuare a lavorare, ma hanno preso delle iniziative per assicurare l’arrivo dell’energia necessaria e per superare il sabotaggio dei manager. È diventato evidente a tutti – tranne che ai dirigenti della II Internazionale riuniti in Italia, che ancora a gennaio 2003 si sono dichiarati solidali con “el paro” – che la cupola burocratica della Ctv, “eletta” in un processo elettorale fraudolento, non rappresenta i lavoratori venezuelani. Ortega vinse la presidenza della Ctv a ottobre del 2002 con 174.598 voti dei 1.225.000 lavoratori inscritti, ma solo 286.275 votarono. Le schede “perse” sono state decine di migliaia e i votanti “morti” altrettanti. Infine il processo elettorale non fu mai concluso, perché a mettà dello scrutinio, diventò evidente come non si trovava una buona parte delle schede e a questo punto, la burocrazia della Ctv si auproclamò vincitrice. Le schede scrutinate non sono mai state consegnate alla comissione elettorale nazionale. Il prossimo traguardo è togliere di mezzo i burocrati sindacali della Ctv, che d’accordo con i padroni lottano contro la rivoluzione. Ma anche se Carlos Ortega e gli altri dirigenti sono processati, questo compito lo possono assolvere solo i lavoratori attraverso un processo democratico che decida quale organizzazione sindacale costruire. La democratizzazione della Ctv (attraverso autentici congressi rappresentativi) sarebbe stata la tattica migliore giacchè non avrebbe lasciato nessun argomento (scissione, divisione del movimento) alla vecchia burocrazia. In questi messi gli attivisti si sono divisi sulla tattica da uttilizzare per liberarsi dei burocrati. In una situazione rivoluzionaria come quella che vive il Venezuela sarebbe possibile lanciare un processo costituente di massa per costruire un sindacato classista, democratico e rappresentativo nel quale si possano riconoscere la maggioranza dei lavoratori venezuelani, ma dev’essere un processo democratico controllato dai lavoratori, solo in questo modo si può evitare il pericolo che i vecchi burocrati sindicali provino a presentarsi come i più accesi sostenitori della nuova struttura sindacale per meglio mantenere i propri privilegi. L’indipendenza del sindacato riguardo a padroni e governo è un bene assoluto da difendere. Il processo di formazione di un nuovo sindacato deve basarsi sul coinvolgimento dei lavoratori, sulla discussione paziente e le lezioni degli ultimi avvenimenti.

 

La controrivoluzione ha perso - per ora - l’iniziativa

 

Dopo la seconda sconfitta della controrivoluzione la borghesia ha perso l’iniziativa. Ma questo non durerà per sempre. L’ambiente nella società e i rapporti di forza tra le classi possono cambiare rapidamente. Il tempo non gioca a favore della rivoluzione, ma dei suoi nemici. La crisi economica è ora la minaccia più seria per Chávez. Le masse non possono sopravvivere con una dieta basata solo sui discorsi rivoluzionari. Se alle parole non seguono i fatti, arriveranno la delusione e l’apatia che sono il brodo di coltura della controrivoluzione. In questa tappa la classe operaia organizzata non è l’avanguardia, e questa è la principale debolezza del movimento.

La questione del partito e della direzione è la chiave della situazione. La reazione è stata sconfitta in due occasioni decisive, nonostante i dubbi e i tentennamenti dell’attuale direzione. Chávez e il Movimento per la V Repubblica sono alla testa del processo, ma hanno dimostrato più volte di non essere in grado di dirigerlo fino alla vittoria.

Le illusioni di realizzare una “rivoluzione bolivariana” sulla base della riforma e ammodernamento del capitalismo sono molto pericolose. Sulla base dell’esperienza le masse le potranno superare. Ma in una rivoluzione il fattore tempo è decisivo.

Cosa arriverà prima, la comprensione da parte delle masse dei compiti e dei metodi della rivoluzione o la stanchezza e la frustrazione per le speranze disattese? Perciò la rivoluzione venezuelana è ancora in pericolo, e lo sarà finché la classe operaia non decida finalmente di assumere il potere nelle proprie mani.

In questo e in altri articoli, abbiamo difeso una precisa linea politica per far sì che la rivoluzione venezuelana vada avanti. Si può essere a favore o contro. Alla fine saranno le masse a decidere cosa fare nel corso della lotta. Impareranno sulla propria pelle la strada giusta. La presenza di un partito marxista rivoluzionario con una direzione all’altezza della situazione gli permetterebbe di guadagnare tempo prezioso. Le proposte e parole d’ordine che abbiamo riportato in questo scritto dimostrano che sono sulla buona strada e che esistono elementi che lottano coscientemente per una politica marxista. Se queste posizioni sono fatte proprie da larghe masse, nessuna forza sulla terra li potrà fermare. Nelle parole di Marx, “daranno l’assalto al cielo.”

In ogni modo, la vittoria della rivoluzione in Venezuela non sarà la fine della lotta. Un Venezuela rivoluzionario si troverebbe contro le borghesie di tutto il mondo. Washington utilizzerebbe ai suoi burattini nell’Organizzazione degli Stati Americani, per tentare di organizzare una campagna di sabotaggio, embargo e perfino un intervento militare diretto contro la rivoluzione. Abbiamo già visto questo contro Cuba, ma abbiamo visto anche come la controrivoluzione fu sconfitta.

L’unico modo di difendere la rivoluzione venezuelana è adottando una decisa politica di internazionalismo proletario. La rivoluzione non può restare entro i confini del Venezuela, ma si deve e si può allargare ad altri paesi dell’America Latina che oggi – come dimostrano gli avvenimenti in Argentina, Brasile, Bolivia e Ecuador – è in fermento, e finalmente, agli stessi Usa, dove la principale minoranza etnica – i latinos – sono la parte del proletariato più sfruttata. Gli Usa non potrebbero intervenire contro una catena di rivoluzioni in America Latina. È proprio questa prospettiva a creare degli incubi per la classe dominante statunitense. La rivoluzione venezuelana non può fermarsi a metà strada. Hugo Chávez ha iniziato il processo, ma solo i lavoratori e i contadini possono portarlo fino in fondo con la presa del potere nelle loro mani. La rivoluzione bolivariana, per non rimanere una frase vuota, deve significare la rivoluzione socialista in Venezuela. E la classe operaia venezuelana deve scrivere nella sua bandiera l’obiettivo degli Stati Uniti Socialisti d’America Latina. Questa è l’unica prospettiva che può assicurare la vittoria.

 

 

Scheda: la Pdvsa

 

Dalla finta nazionalizzazione del petrolio nel 1976, i dirigenti della Pdvsa (quinto produttore al mondo di petrolio) che conta 33mila impiegati, e con l’indotto arriva a 70mila, sono diventati uno Stato nello Stato. Nonostante la proprietà pubblica l’azienda non si differenziava dalle altre “sorelle” del petrolio tranne che per la corruzione di molto superiore alla media. Mentre nel 1976 lo Stato riceveva 80 dollari su ogni 100 di fatturato, nel 2001 succedeva il contrario: alla Pdvsa restavano 80 dollari su 100!

Più di 10 miliardi di dollari sono stati usati per comprare raffinerie obsolete negli USA, Europa e Regno Unito, attraverso l’“outsourcing” si sono pagati 5 miliardi di dollari per servizi che l’azienda avrebbe potuto ottenere al suo interno. Infine più di 6 miliardi di dollari di 190 sussidiarie in tutto il mondo sfuggono a qualunque controllo.

Durante la serrata, in tutto il paese i Circoli Bolivariani, sindacati di classe e altre organizzazioni stampano centinaia di migliaia di volantini, denunciando i dirigenti della Pdvsa con nomi e cognomi. I 20 dirigenti più importanti di Pdvsa prendono annualmente circa 10 milioni di dollari. Solo Karl Makeiza prende circa 790.000 dollari all’anno.

Uno dei capitoli più oscuri della gestione di Pdvsa sono i sistemi informatici. Nel 1996 gli alti dirigenti di Pdvsa e l’azienda Usa Science Applications Internacional Corporation (Saic) fondarono la società Intesa, con lo scopo di aggiornare e gestire in futuro il sistema informatico aziendale. In questo “affare”, giustificato allora con la riduzione dei costi, Pdvsa apportava la totalità del capitale iniziale, ma aveva in mano solo il 40% delle azioni di Intesa. La Saic solo in base alle sue conoscenze tecniche disponeva del 60% delle azioni…

Attraverso Intesa, Saic controlla tutta l’informazione di Pdvsa, finanze, dati commerciali e informazione tecnica.

Saic è una delle più grandi aziende d’informatica applicata del mondo con guadagni annui superiori ai due miliardi di dollari, dei quali il 90% vengono dai contratti col Pentagono, la Cia e altre agenzie del governo Usa. Ora si occupa dello sviluppo del nuovo e gigantesco sistema informatico che, nel quadro della “Guerra Antiterrorista”, dovrà mettere sotto sorveglianza tutta la popolazione Usa.

Tra i dirigenti di Saic troviamo il generale della riserva Wayne Downing, ex comandante delle Forze Speciali dell’esercito degli Usa, il generale della riserva Jasper Welch, ex coordinatore del Consiglio della Sicurezza Nazionale, l’ammiraglio della riserva Robert Ray Inman, ex direttore della Cia e dell’Agenzia della Sicurezza Nazionale, Melvin Laird, Segretario della Difesa con Richard Nixon, il generale della riserva Max Thurman, che diresse l’invasione di Panama nel 1989, e gli ex direttori della Cia, Robert Gates e John Deutch.

Durante la serrata, attraverso il controllo del sistema informatico di Pdvsa è stato possibile creare grosse difficoltà a chi provava a rimettere in funzione l’azienda. Possiamo immaginare che tipo di consulenza faceva la Saic…

 

 

 

Inflazione e salari

 

L’opposizione a Chávez lo accusa di portare il paese alla rovina. Una delle accuse centrali è la crescita dei prezzi. Vediamo qual è stato il loro andamento dal 1989, anno dal quale il paese liberalizzò le esportazioni.

 

Ecco l’inflazione durante i governi di Carlos Andrés Pérez, Ramón J. Velásquez e Rafael Caldera (anni 1989 – 1998 ) media annuale.

1989 -         84,5     1994 - 60,8

1990 -         40,7     1995 - 59,9

1991 -         34,2     1996 - 99,9

1992 -         31,4     1997 - 50,0

1993 -         38,1     1998 - 35,8

Media dei nove anni - 53,53%

 

Periodo del governo bolivariano 1999 – 2002 (stima) media annuale.

1999 -         23,6

2000 -         20,0

2001 -         13,4

2002 (est). - 35,0**

Media dei quattro anni - 22,97%

(Fonte Banco Centrale di Venezuela)

** la serrata di due mesi ha creato problemi nella distribuzione e accaparramento dei prodotti. I prezzi sono andati alle stelle.

 

Quando Chávez fu eletto nel febbraio del 1999, il salario minimo era di 75.000 bolivar al mese. Alla fine di settembre del 2002 è arrivato a 190.000 bolivar al mese, il che significa un incremento del 153,44% o 38,36% ogni anno. La realtà è che il salario reale dei lavoratori col salario minimo è aumentato di un 12,8% all’anno.
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