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Sono passati dieci anni da quell’11 aprile del 2002, quando in Venezuela capitalisti, proprietari terrieri, banche e gerarchie ecclesiastiche – l’oligarchia del paese – deponeva il presidente Hugo Chavez, eletto a larga maggioranza nel 1998, sulla base di un programma che, per il solo fatto di porsi obiettivi di riforme minime, come ad esempio la riforma agraria e il maggior controllo sulla burocrazia a capo della compagnia petrolifera Pdvsa, entrava apertamente in conflitto con gli interessi dell’oligarchia stessa e dell’imperialismo a cui questa era ed è legata a doppio filo.

Ma ricorrono contemporaneamente i dieci anni anche da quando, a sole 48 ore dal golpe, le masse venezuelane sono riuscite a sconfiggere il colpo di Stato sulla base di una sollevazione rivoluzionaria.

Con i principali dirigenti del movimento bolivariano in carcere o costretti a nascondersi, Chavez rapito e tutti i massa media che celebravano il “pacifico trasferimento di poteri” al presidente della Confindustria venezuelana Carmona, centinaia di migliaia di persone scendevano in piazza sfidando il coprifuoco e lo stato d’emergenza e si scontravano con la polizia. Sotto questa pressione l’esercito si divise su basi di classe, con i soldati semplici che si univano alle masse sollevate.

Nei mesi ed anni successivi è stato spesso detto che il fallimento del colpo di Stato era stato dovuto alla improvvisazione e alle divisioni interne dei golpisti, la verità è invece che l’esitazione e le divisioni furono dovute al movimento rivoluzionario messo in campo spontaneamente dalle massse.

Il golpe, al contrario, fu preparato e orchestrato in ogni minimo dettaglio, come altri che hanno segnato la storia dell’America Latina. Un “colpo di Stato imperialista borghese”, come ha detto Chavez in occasione del decimo anniversario; ciononostante non tutte le lezioni sono state tratte da quell’esperienza.

Fin da subito dopo il ritorno a palazzo Miraflores, il 13 aprile, Chavez fece appello alla “riconciliazione” con l’opposizione, incoraggiandola nei successivi tentativi reazionari, come la serrata del dicembre 2002-gennaio 2003, il sabatoggio della compagnia petrolifera, solo per fare due esempi, anche questi respinti solo grazie all’iniziativa rivoluzionaria delle masse e dei lavoratori venezuelani; se questa non ha sferrato il colpo decisivo alla controrivoluzione è stato solo per il freno imposto dagli elementi riformisti all’interno del movimento bolivariano.

L’esperienza ha portato Chavez alla conclusione che la rivoluzione bolivariana può realizzarsi solo tramite il socialismo. Ma a dieci anni dalla sconfitta del golpe, nonostante gli avanzamenti ottenuti sul piano dell’istruzione, la sanità, l’alfabetizzazione, l’oligarchia controlla ancora il sistema bancario, la distribuzione dei beni alimentari, le principali proprietà terriere e tutti i settori chiave dell’economia ed è tuttora impegnata in una campagna senza esclusione di colpi per impedire che venga realizzata la volontà espressa democraticamente dalla maggioranza della popolazione.

Solo poche settimane fa, Chavez ha detto di essere venuto a conoscenza di un piano dell’opposizione per non riconoscere la validità delle elezioni presidenziali di ottobre (per le quali si prevede una sconfitta dell’opposizione), organizzare disordini e creare le condizioni per un intervento straniero.

Un piano in cui sarebbero coinvolte banche e aziende, sia nazionali che straniere, che Chavez ha minacciato di nazionalizzare facendo ricorso agli strumenti legali che la Costituzione gli mette a disposizione. Corretto. Tuttavia, più che aspettare un nuovo tentativo di golpe, ci vorrebbe un’azione preventiva. Ricordiamoci che la maggior parte dei golpisti, se non sono in esili dorati, come Carmona, sono a piede libero e rappresentano la spina dorsale dei partiti di opposizione, come lo stesso canditato alle prossime elezioni presidenziali, Capriles Radonsky, che diresse l’assalto all’ambasciata cubana nel 2002.

Il modo migliore per celebrare i dieci anni della vittoria delle masse sul colpo di Stato del 2002 è trarne tutte le lezioni: la rivoluzione bolivariana non può essere completata se non viene distrutto il potere dell’oligarchia. Basterebbe prendere la lista di chi giurò fedeltà a Carmona dieci anni fa, per sapere chi sono i primi capitalisti, proprietari terrieri, banchieri da espropriare.

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