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Le elezioni del Primo luglio in Messico hanno decretato Enrique Peña Nieto (Epn) del Pri, principale partito del padronato messicano, nuovo presidente del paese. O meglio, questo è quello che ha sancito l’istituto federale elettorale, dopo un primo conteggio veloce delle schede elettorali.

 

Il risultato era dato per certo da molti mesi, anzi dal 2005, quando importanti settori della borghesia messicana, fra cui i proprietari dei principali canali televisivi hanno lavorato per riportare al potere il Pri,. Un partito che aveva dominato il Messico per oltre settant’anni, lasciando tra il 200  il 2012 la presidenza al  Pan, un formazione politica ancora più a destra.

Il candidato delle sinistre Andres Manuel  Lopez Obrador (Amlo) sarebbe distaccato secondo questi primi risultati di circa 6 punti da EPN. Già sei anni fa la vittoria era stata scippata ad Amlo da una gigantesca frode elettorale (era arrivato staccato del solo 0,56% dal presidente oggi uscente, Felipe Calderon), segno che in Messico non basta prendere più voti degli altri per vincere le elezioni. Infatti non ci sono mai state elezioni democratiche in Messico: la grande borghesia messicana accetta al potere solo quei partiti che difendono i suoi interessi  in maniera chiara, come il Pri e il Pan. Hanno paura non tanto di Amlo in sè ma delle aspettative che potrebbe scatenare una sua elezione.

Ed infatti, come nel 2006, le masse sono state protagoniste della campagna di Amlo, con un milione e 400mila persone radunate allo Zocalo, la piazza centrale di Città del Messico. Una delle più grandi manifestazioni degli ultimi anni, che ha ricevuto un impulso decisivo dal movimento #yo soy 132, un movimento studentesco scatenato da una provocazione fatta da EPN nei confronti degli studenti di un’università privata, l’Iberoamericana. Il candidato del Pri ha definito “delinquenti” coloro che lo contestavano.

La risposta di lotta è partita in maniera fulminea in tutto il paese, rivelando tutta l’insoddisfazione che cova all’interno della società messicana. Se all’inizio si limitavano a una serie di rivendicazioni per la libertà di espressione e per delle elezioni democratiche, hanno velocemente allargato il loro campo d’azione alla contestazione delle multinazionali che dominano i mezzi di comunicazione, fino alla difesa del diritto allo studio e dello stato sociale. Le mobilitazioni sono continuate senza sosta nelle ultime settimane, arrivando ai 100mila scesi in piazza lo scorso 19 giugno.

Un movimento con caratteristiche simili a quelle di #occupy, e che ha trascinato a sinistra una campagna, quella di Lopez Obrador, fino ad allora molto sotto tono. Amlo si era circondato di ex dirigenti del Pri e del Pan, parlava di “rivoluzione amorosa” e diceva che essere di sinistra significava essere “onesto” e avere comportamenti “etici”.

Amlo ha fatto ricorso e l’Istituto elettorale ha dichiarato che procederà a un riconteggio parziale del voto. Ciò è successo soprattutto per le proteste massicce che stanno svolgendosi in questi giorni in tutto il Messico.  Ma possiamo fidarci delle istituzioni dello stato messicano che per prime non hanno mai rispettato le leggi e la correttezza del processo elettorale, quando hanno truccato (e truccano ancora oggi) sistematicamente il voto?

Amlo non può aspettare il riconteggio, deve fornire una risposta immediata di mobilitazione di piazza. Se non lo farà ogni giorno che passa rafforzerà la propaganda della borghesia secondo cui la vittoria di EPN è irreversibile. Amlo appoggiarsi a quella che è l’unica sua riserva di appoggio: la lotta dei giornali e dei lavoratori nelle campagne e nelle città.

Per questo la spontaneità del movimento #yo soy132 è stato un fattore importante, ma non basta. È necessario il coinvolgimento dell’intero movimento operaio. Perché non è sufficiente una manifestazione, per quanto di massa. Nel 2006,  tre milioni di persone scesero in corteo contro i brogli ma Calderon rimase al potere. Il prossimo passo deve essere la convocazione di uno sciopero generale di 24 ore, e il Morena (movimento di rigenerazione nazionale), il movimento progressista nato dal basso per appoggiare la candidatura di Lopez Obrador e composto in gran maggioranza da lavoratori, può giocare un ruolo importante in questo. Perché, in ogni caso, la lotta non è finita il primo luglio.

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