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A un anno dall’Argentinazo

La crisi argentina è un monito per i lavoratori di tutto il mondo di quali drammatici rivolgimenti possa portare nella vita di milioni di persone la sopravvivenza del sistema capitalista su scala mondiale.

Il collasso del capitalismo argentino ha aperto la porta ad un processo rivoluzionario in cui le masse lavoratrici sono diventate protagoniste attraendo l’attenzione e la simpatia dei lavoratori di tutto il mondo.

 

Ora, dopo la prima fase di ascesa della rivoluzione il movimento sembra essersi momentaneamente arrestato, ma non dobbiamo farci ingannare da una calma apparente: tutti i problemi che hanno causato l’insurrezione del popolo argentino restano sul tappeto con tutta la loro carica dirompente. La borghesia argentina e l’imperialismo non sono riusciti a raggiungere altro che un equilibrio instabile, e il fatto che il governo Duhalde sia durato per oltre un anno è fondamentalmente dovuto al fatto che i lavoratori argentini fino a questo momento hanno dimostrato di saper bene cosa non vogliono, ma non sono ancora riusciti a sviluppare qualcosa che possa rimpiazzare l’attuale governo della borghesia, ma la situazione è tutt’altro che ferma. Il processo di rivoluzione continua ad accumulare enormi tensioni sotto la superficie, preparando nuove scosse improvvise di terremoto e cambiamenti bruschi nella situazione, come ha dimostrato l’ultimo anno.

Tre anni fa l’Argentina era ancora il paese più prospero nel contesto latinoamericano, nonostante il peso crescente delle politiche antipopolari dei vari governi succedutisi negli anni ‘80 e ‘90, dalla caduta del regime militare ad oggi, gravasse interamente sulle spalle delle masse lavoratrici. I dati del reddito medio per famiglia ad esempio ponevano l’Argentina in testa a tutti i paesi latinoamericani, mentre oggi è sprofondata al sesto posto.

Il collasso economico del capitalismo argentino ha spazzato via quanto restava dei risparmi delle famiglie operaie e della piccola borghesia, ha portato al fallimento decine di migliaia di commercianti, artigiani e piccoli imprenditori e gonfiato le schiere dei disoccupati che oggi sono 4 milioni, il 30% della popolazione attiva.

Secondo stime ufficiali oltre il 50% della popolazione vive sotto il livello di povertà e decine di migliaia di bambini presentano i classici sintomi della malnutrizione e della fame. Tutto questo avviene nel quarto paese al mondo per produzione agricola!

Ma la crisi argentina ha visto anche, con le giornate del 19 e 20 dicembre 2001, l’entrata in scena delle masse travolgere ogni calcolo e i deboli equilibri della classe dominante e dell’imperialismo e mettere in discussione di punto in bianco con l’inizio di una rivoluzione quanto viene presentato dalle classi dominanti come l’unica politica possibile ma che invece altro non è che l’unica maniera per loro di preservare i propri privilegi mantenendosi al potere.

In pochi giorni le masse sfruttate e immiserite hanno preso l’iniziativa ed hanno cambiato completamente il volto del paese.

Il 19 dicembre il Presidente Fernando De La Rúa, ostentando fiducia e baldanza, ma forse sarebbe più corretto dire incoscienza, decretava lo stato d’assedio in tutto il paese, mentre il superministro dell’economia, Domingo Cavallo, presentava l’ennesima manovra finanziaria di bilancio all’insegna dell’austerità imposta dal FMI, con tagli per 6 miliardi di dollari.

Appena quattro giorni dopo (il 23 dicembre), dopo la fuga ignominiosa di De La Rúa e il precipitoso ritiro dello stato d’assedio, il Parlamento elesse Presidente, in un clima d’emergenza nazionale, il peronista Adolfo Rodriguez Saá, il cui primo annuncio fu la sospensione immediata del pagamento del debito estero e la decisione di non svalutare il peso.

Saá, peronista populista (dunque esponente del principale partito di opposizione al governo di De la Rúa), sarebbe rimasto in carica appena una settimana per poi essere cacciato da una nuova insurrezione in cui i manifestanti si spinsero fino ad irrompere nel Parlamento, non appena compresero che dietro la facciata rassicurante con la quale dispensava promesse a destra e a manca (la promessa di creare un milione di posti di lavoro coi soldi risparmiati dal pagamento del debito, l’abolizione dei tagli alle pensioni e ai salari e la ridiscussione della Reforma Laboral con cui il governo precedente aveva introdotto pesanti misure di precarietà delle condizioni di lavoro), Saá stava preparando l’introduzione di una moneta-bidone con cui pagare i salari, l’Argentino, che in poco tempo si sarebbe trasformata in carta straccia.

L’irruzione sulla scena delle masse ha mandato a carte quarantotto i piani della borghesia. Per due giorni centinaia di migliaia di lavoratori, disoccupati, giovani e al loro fianco un settore decisivo della piccola borghesia rovinata dalla crisi sono insorti, scendendo in strada e sfidando lo stato d’assedio, decisi a farla finita con il governo reazionario di De la Rúa che li aveva derubati di tutto. La polizia tentò di imporre il rispetto dello stato d’assedio e represse le manifestazioni. Ventinove manifestanti pagarono con la vita la loro richiesta di giustizia, ma l’ascesa inarrestabile del movimento fu tale che a De La Rúa non restò che fuggire precipitosamente in elicottero dal palazzo presidenziale.

Il destino analogo di Saá ha dimostrato fino a che punto le masse argentine avessero maturato una completa sfiducia nella classe dominante e fossero determinate a cambiare la situazione. Da quel momento i lavoratori hanno mantenuto nei confronti del nuovo governo di Duhalde, succeduto a Saá, un atteggiamento di “tregua armata”, pronti a rintuzzare ogni attacco con nuova forza, rifiutandosi di ritornare alla passività.

 

Un biennio di crescente combattività delle masse

 

L’insurrezione del dicembre 2001 ha rappresentato il culmine di un processo di radicalizzazione e di ascesa delle lotte delle masse argentine sviluppatosi nel corso dei due anni precedenti. Principale causa di tale processo è stata la crisi economica che ha colpito il paese dalla fine degli anni novanta.

Il prodotto interno lordo tra il 1999 e il 2001 è crollato del 10%, la produzione industriale dell’11% nel solo 2001. Il debito estero, formidabile leva di ricatto nelle mani del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e dell’imperialismo per penetrare e conquistare un crescente controllo dell’economia del paese, era giunto alla cifra record di 132 miliardi di dollari. Il pagamento del servizio del debito era gettato dall’oligarchia argentina interamente sulle spalle delle masse popolari ma, nonostante la loro spietata politica di lacrime e sangue per spremere nuove risorse dalla classe lavoratrice, diveniva sempre più difficile rispettare i termini dei pagamenti. Tutti gli istituti finanziari internazionali ponevano l’Argentina in testa alle classifiche dei paesi a maggior rischio per gli investimenti, mentre i tassi d’interesse bancari erano schizzati oltre il mille per cento. Uno dei paesi più ricchi del mondo si trovò improvvisamente sull’orlo della bancarotta con 14 milioni di poveri (su 36 milioni di abitanti) e con più del 35% della popolazione disoccupata o sottoccupata.

La crisi argentina (come il crollo delle economie del sud-est asiatico e della Turchia negli ultimi anni) è stata frutto delle contraddizioni del capitalismo mondiale, esasperate ad un limite intollerabile dalla politica dettata dal Fmi e dalla Banca Mondiale, di cui l’Argentina ha rappresentato per anni l’allievo modello.

 

Come si è arrivati a questa situazione?

 

Gli anni novanta videro la classe dominante argentina capitolare senza condizioni di fronte al predominio dell’imperialismo. La crisi iperinflattiva della fine degli anni ottanta aveva causato enorme polarizzazione e instabilità sociale. Il terrore che questa situazione potesse innescare una vera rivolta di massa, specialmente dopo l’ondata di saccheggi di negozi e supermercati del 1989 da parte di settori sociali esasperati e impoveriti, spinse la classe dominante argentina a cercare un maggiore appoggio nelle cosiddette istituzioni internazionali e nell’imperialismo per far fronte alla situazione. In cambio di questo appoggio finanziario e strategico per la “stabilizzazione” economica da parte dell’imperialismo, i vari governi succedutisi nel corso del decennio accettarono di portare avanti una combinazione di tagli di bilancio alle spese sociali per garantire il pagamento degli esosi interessi sul debito estero e un’orgia di privatizzazioni, che comportarono la svendita dei settori fondamentali dell’economia al capitale straniero.

La politica monetaria di ancoraggio del peso alla parità con il dollaro risolse temporaneamente uno dei problemi dell’economia argentina (l’inflazione era esplosa nel decennio precedente in modo incontrollabile), ma allo stesso tempo ebbe l’effetto di esporre l’economia argentina maggiormente alla competizione dei principali paesi capitalisti sul mercato mondiale, aprendo contemporaneamente il mercato interno alla penetrazione delle merci e soprattutto dei capitali europei e nordamericani.

Queste misure all’inizio degli anni novanta avevano messo fine all’iperinflazione e dato il via ad un effimero boom, che si basava sulle speculazioni a breve termine dei grandi capitalisti americani ed europei, che portarono a notevoli investimenti nel primo periodo per rendere maggiormente profittevoli le imprese rilevate. In quel periodo economisti e commentatori borghesi di tutto il mondo elogiavano estasiati il cosiddetto “miracolo argentino”.

Il prezzo pagato nel medio periodo fu però pesantissimo. La penetrazione del capitale europeo e nordamericano, che in un primo momento aveva dato respiro all’economia, si tradusse ben presto in aperto sfuttamento neocolonialista. La maggior parte dei proventi del lavoro del proletariato argentino cominciarono regolarmente a prendere il volo verso le società multinazionali statunitensi, spagnole, italiane, tedesche, e solo in minima parte venivano reinvestiti nell’economia argentina.

Il mercato interno divenne sempre più asfittico per l’impoverimento progressivo della popolazione; le esportazioni furono rese sempre più difficili dal rigido legame con il dollaro in una fase in cui la valuta statunitense aumentava il proprio valore sui mercati valutari internazionali. La struttura industriale e produttiva del paese cominciò a subire una progressiva erosione. La situazione precipitò quando il Brasile, principale mercato per le esportazioni argentine, fu colpito dalla speculazione nelle borse mondiali e costretto ad un’improvvisa svalutazione della propria moneta (il Real) di oltre il 30%. La parità tra peso e dollaro impedì al governo argentino di seguire la stessa strada della svalutazione imboccata dal Brasile portò ad una perdita secca di competitività e al crollo delle esportazioni argentine verso questo mercato, un colpo decisivo per i fragili equilibri economici del paese.

Il governo di De La Rúa, formato da un’alleanza tra i radicali (il partito tradizionale della borghesia) e il Frepaso (un fronte comprendente pezzi della sinistra peronista, ex comunisti e socialisti), proseguì incurante nell’applicazione delle politiche neoliberiste. Seguire un’altra politica avrebbe implicato scontrarsi con l’imperialismo americano e con settori decisivi della stessa borghesia nazionale che da questa situazione di dipendenza dall’imperialismo aveva tratto enormi vantaggi.

De la Rúa decise ancora una volta di presentare il conto della crisi ai lavoratori e alle loro famiglie. Emblematica fu la sua decisione di richiamare al potere come superministro dell’economia Domingo Cavallo, l’artefice dell’equivalenza peso-dollaro. Cavallo presentò il suo biglietto da visita al proletariato argentino nel modo più arrogante, distinguendosi subito per nuove provocazioni quali il taglio del 30% delle pensioni e dei salari degli statali.

Di fronte all’aggressione padronale la classe operaia decise di reagire costringendo alla mobilitazione i dirigenti sindacali. Sei scioperi generali in 18 mesi e decine di blocchi stradali sulle principali strade del paese attuati dai “piqueteros”, un movimento di disoccupati e lavoratori precari che in alcune regioni cominciò ad assumere un carattere di massa. Nel giugno del 2001 la repressione della polizia provocò una situazione seminsurrezionale a General Mosconi, nella provincia settentrionale di Salta, rinnovando la tradizione delle rivolte cittadine di massa che ebbe il suo punto più alto nell’insurrezione di Cordoba del maggio 1969, passata alla storia come “cordobazo”, che innescò il movimento che portò alla caduta della dittatura militare di Onganía e al ritorno al potere di Perón nel 1973.

Sintomatico di un nuovo ambiente di combattività delle masse fu l’esito del voto di ottobre del 2001 per le elezioni legislative dove, contando anche l’astensione (essendo il voto obbligatorio) e le schede bianche e nulle, l’85% della popolazione votò contro il governo.

 

La leva del debito in mano all’imperialismo

 

Almeno per tutto il 2001 De La Rúa aveva continuato a mantenere il potere perché nessuno, soprattutto i peronisti, voleva prendere in mano la patata bollente della crisi ponendosi come alternativa. Il Fmi sottoponeva l’Argentina a condizioni inaccettabili per allentare i cordoni della borsa. Il differenziale tra i tassi praticati dallo stesso Fmi a Washington e a Buenos Aires era del 30%! Un livello di tassi che in molti paesi è illegale e catalogato abbondantemente come usura. Come ogni usuraio sa bene, i buoni affari si realizzano mantenendo i debitori in un perenne stato di difficoltà: con il ricatto di non rinnovare più il prestito si impongono condizioni sempre peggiori e servizi più onerosi, aggravando nel futuro il livello di dipendenza da ulteriori prestiti, in una spirale interminabile.

Alcuni dati sull’evoluzione del debito argentino possono chiarire meglio la situazione: “Tra gli inizi della dittatura (marzo 1976) e il 2001, il debito e’ cresciuto di circa 20 volte, passando da meno di 8 miliardi di dollari a circa 160 miliardi. Nello stesso periodo, l’Argentina ha rimborsato intorno ai 200 miliardi di dollari, vale a dire circa 25 volte quello che doveva nel marzo 1976”, spiega Eric Toussaint, autore dello studio Deuda externa en el tercer mundo. Las finanzas contra los pueblos e presidente del Comitato per l’annullamento del debito del terzo mondo.

Da dove vengono presi i soldi e soprattutto chi è il beneficiario del pagamento degli interessi? Fino all’esplosione della crisi l’80% del debito estero argentino era in mano dei principali istituti finanziari internazionali (che hanno in buona parte “collocato” sul mercato nella primavera del 2001, poco prima che diventassero carta straccia, allettando centinaia di migliaia di risparmiatori - soprattutto in Italia e Spagna - con la promessa di alti tassi d’interesse). Tali istituti hanno beneficiato negli ultimi 20 anni di enormi extraprofitti sui prestiti erogati, in base alla destinazione per il pagamento degli interessi di una quota sempre maggiore delle entrate fiscali dello stato argentino, provenienti principalmente dalle tasche dei lavoratori.

L’esplosione vera e propria del debito estero argentino risale alla dittatura di Videla (1976-83), che si servì di prestiti internazionali ufficialmente per aumentare le riserve valutarie argentine per sostenere le importazioni, soprattutto di armi, ma in realtà per distribuire ai vari membri dell’oligarchia e ai banchieri le generose commissioni accordate dalle banche internazionali per la sottoscrizione del debito. I soldi presi in prestito venivano quasi interamente versati nelle stesse banche estere che lo avevano erogato. Nel 1979 l’83% dei fondi ricevuti in prestito erano stati girati e depositati in istituti bancari fuori dal paese (con interessi attivi mediamente più bassi di quelli passivi pagati per il prestito), una situazione apparentemente paradossale se non si tiene conto di chi pagava realmente il conto (i lavoratori) e di chi ne traeva benefici (gli oligarchi e l’imperialismo).

Un esempio della commistione d’interessi che rese possibile tutto ciò lo fornisce lo stesso Toussaint (L’anello debole della catena mondiale del debito):

“Il Segretario di Stato per il Coordinamento e la Programmazione Economica, Guillermo Klein, ha rivestito questo incarico dal 1976 al marzo 1981. Nello stesso periodo, egli ha diretto un Ufficio studi privato, che rappresentava a Buenos Aires gli interessi dei creditori stranieri. Se, quando entrò in funzione, il suo Ufficio rappresentava un’unica banca, la Scandinavian Enskilda Bank, qualche anno dopo rappresentava gli interessi di 22 banche straniere. Nel marzo del 1981, lasciava l’incarico di Segretario di Stato nel momento stesso in cui Viola sostituiva Videla alla testa della dittatura. Poche settimane dopo, il 7 aprile 1982, cinque giorni dopo l’occupazione delle Malvine da parte dell’esercito argentino con la dichiarazione di guerra alla Gran Bretagna, fu designato procuratore a Buenos Aires della società anonima britannica Barclays Bank Limited, che era tra l’altro uno dei principali creditori privati del debito pubblico e privato argentino. Alla caduta della dittatura e all’avvento al potere di Alfonsin, nel 1984, il suo studio rimase a patrocinare gli interessi dei creditori stranieri.”

Con la caduta della dittatura quest’associazione finalizzata al saccheggio del bilancio pubblico trovò nuovo cemento con la convergenza verso un unico obiettivo degli interessi della nuova classe dirigente “democratica” e di quelli degli oligarchi padrini della dittatura e dell’imperialismo: forgiare con il debito catene quanto più pesanti con cui imprigionare il proletariato argentino e trarre di passata profitti enormi dal saccheggio dello Stato. In questo solco si colloca la decisione presa dal governo “democratico” di Alfonsin, a pochi mesi dalla caduta della dittatura, di accollare allo Stato “democratico” i debiti sottoscritti dalla dittatura (di cui persino la Banca centrale ammise di non avere documentazione e il cui esatto ammontare venne calcolato, senza alcun controllo possibile per lo Stato, dalle autocertificazioni presentate dalle banche e dagli istituti finanziari creditori!) e, soprattutto, i debiti privati degli imprenditori. Come grazioso omaggio all’alleato imperialista la nuova classe dirigente “democratica”, oltre a farsi carico dei debiti dei sostenitori argentini della dittatura, assunse su di sé persino i debiti delle filiali argentine delle multinazionali nei confronti delle case madri! Quest’ultime, come è facile comprendere, aprofittarono largamente della generosità con cui Alfonsin disponeva dei soldi prelevati dalle tasche dei lavoratori, gonfiando di costi fittizi i bilanci delle proprie filiali e passando all’incasso.

Inoltre, come risulta dagli atti di commissioni d’indagine e da sentenze di tribunali argentini, nella maggioranza dei casi gli imprenditori si indebitavano per “far cassa”, in previsione della caduta del regime, ed esportare come formichine previdenti i capitali all’estero, un’abitudine consolidata della borghesia di ogni paese in previsione di “tempi duri”, ma elevata ad arte sopraffina dalla corrotta e parassitaria oligarchia argentina. Si calcola che l’ammontare complessivo dei capitali esportati in quegli anni fosse sensibilmente superiore all’indebitamento totale dello Stato.

La sentenza più significativa, quella di 195 pagine emessa dal giudice Ballestrero il 13 luglio del 2000, termina con le seguenti considerazioni: “il debito estero della nazione […] è risultato grossolanamente incrementato a partire dal 1976 attraverso la strumentazione di una politica economica volgare e oltraggiosa che ha messo in ginocchio il paese con i vari metodi utilizzati, già spiegati in questa conclusione, e che tendevano tra l’altro ad avvantaggiare e sostenere imprese e affari privati – nazionali e stranieri – ai danni di società e imprese dello Stato che, tramite una politica appositamente orientata, si sono andate impoverendo di giorno in giorno; tutto ciò, tra l’altro, si è riflesso nelle valutazioni ottenute al momento in cui sono cominciate le privatizzazioni di queste imprese” (p. 195).

Il processo che ha messo in luce il meccanismo di spoliazione della proprietà pubblica da parte dell’oligarchia, della borghesia argentina e dell’imperialismo si è concluso, dopo 18 anni di iter, senza condanne perchè i reati erano nel frattempo... caduti in prescrizione.

Il salvataggio degli oligarchi paga però un prezzo politico: aumentare esponenzialmente l’odio popolare per chiunque sia collegato anche lontanamente con il sistema politico e sociale che ha portato alla rovina il paese.

 

Le privatizzazioni e il saccheggio del patrimonio nazionale

 

Come se non bastasse, il debito pubblico fu ulteriormente gonfiato dall’esplosione dell’indebitamento delle aziende pubbliche, lasciato correre a briglia sciolta per giustificare a livello propagandistico le privatizzazioni richieste dai nuovi padroni del Fmi, solo che all’atto della vendita delle aziende pubbliche il debito rimase cortesemente allo Stato! Ad ogni modo, non ci dobbiamo sorprendere più di tanto: la storia del debito pubblico argentino è una magnifica applicazione del motto “privatizzare i profitti, socializzare le perdite”, vera stella polare della politica dei padroni in tutto il mondo.

Negli anni novanta il governo peronista di Menem, succeduto ad Alfonsin si lanciò in una politica generalizzata di privatizzazioni fortemente sponsorizzata dai consiglieri del Fmi, invocando a giustificazione di fronte all’opinione pubblica i crescenti oneri per lo stato derivanti dal controllo di queste imprese. Le privatizzazioni si rivelarono una ghiotta occasione per i capitalisti argentini e stranieri per mettere le mani a buon mercato sul cuore del patrimonio nazionale.

Due esempi su tutti, la privatizzazione della compagnia petrolifera pubblica (YPF) e delle Aerolinas Argentinas, entrambe acquisite da capitale spagnolo (rispettivamente Repsol e Iberia):

Secondo quanto riporta Toussaint: “Menem aveva affidato alla banca nordamericana Merril Lynch la valutazione del valore di YPF. La Merril Linch ridusse deliberatamente al 30% le riserve petrolifere disponibili, cercando di sminuire il valore di YPF prima che la si mettesse in vendita. Una volta realizzata la privatizzazione, la parte delle riserve occultate riemerse nei conti. Gli operatori finanziari che avevano comprato a basso prezzo le azioni dell’impresa riuscirono a ricavare guadagni favolosi grazie all’aumento della quotazione in borsa delle azioni YPF. Un’operazione del genere consente di menare vanto ideologicamente della superiorità del privato sul pubblico. (Nota: Sempre la banca nordamericana Merril Lynch è stata incaricata dal presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso di valutare, nel 1997, la principale società pubblica brasiliana, la Vale do Río Doce, una societa’ mineraria, ed è stata accusata da numerosi parlamentari brasiliani di avere sottovalutato del 75% le riserve di minerali dell’impresa – Fonte: O Globo, 8 aprile 1997, Brasile).

A parte YPF (venduta alla multinazionale petrolifera spagnola Repsol nel 1999), è stata liquidata un’altra perla argentina: si tratta dell’impresa Aerolineas Argentinas (venduta alla compagnia aerea spagnola Iberia). I Boeing 707 che facevano parte della sua flotta sono stati venduti simbolicamente a 1 dollaro (1,54 dollari USA, per la precisione!). A qualche anno di distanza, sono ancora in servizio nelle linee della compagnia privatizzata, ma Aerolineas deve pagare un “leasing” per servirsene.

I diritti d’uso delle linee aeree della compagnia, del valore di circa 800 milioni di dollari, sono stati stimati a solo 60 milioni di dollari. L’impresa è stata ceduta a Iberia per un ammontare in denaro liquido di 130 milioni di dollari, mentre ciò che restava era costituito da annullamento di crediti per il debito. Iberia rastrellò crediti per comprare l’azienda e trasformò la totalità del credito contratto in debito della nuova Aerolineas Argentinas, che di colpo si è trovata indebitata fin dall’origine dell’operazione. Nel 2001 Aerolineas Argentinas, proprietà di Iberia, era sull’orlo del fallimento per colpa dei nuovi proprietari.

La privatizzazione di Aerolineas è un caso paradigmatico. Tutte le imprese privatizzate sono state liberate dal loro pacchetto di debiti, dei quali si è fatto carico lo Stato”.

 

La crisi precipita

 

Ubbidendo ai diktat del Fmi, De La Rúa e Cavallo si alienarono le residue simpatie non solo dei lavoratori e degli strati più poveri, ma anche delle classi medie.

Per evitare la fuga dei risparmiatori dai depositi bancari, il governo all’inizio di dicembre stabilì con un decreto, diventato famoso come il “corralito”, un limite massimo di prelievo settimanale dai conti correnti di 250 dollari. Questa misura venne subìta come una provocazione intollerabile dalla piccola borghesia, particolarmente dai piccoli commercianti, soprattutto considerando la manica larga con cui il governo aveva permesso ai grandi capitalisti di trasferire all’estero 15 miliardi di dollari di capitali nel corso del solo 2001.

Il 13 dicembre le tre centrali sindacali organizzarono il settimo sciopero generale contro il governo e la partecipazione fu ancora una volta massiccia. Dal giorno seguente cominciarono una serie di assalti e saccheggi ai supermercati e agli ipermercati da parte della popolazione impoverita, che sarebbero arrivati alla cifra di circa 600 in una settimana (nell’89, all’epoca di Alfonsin, un’analoga esplosione di esasperazione portò a 800 saccheggi in 52 giorni). L’incendio, partendo dalle province, arrivò fino all’area metropolitana della Grande Buenos Aires, acquisendo un vero e proprio carattere di massa. La polizia si dimostrò impotente di fronte ai saccheggiatori perché erano l’espressione di una disperazione che accomunava ogni settore della società. “Alla testa della folla impazzita c’erano i nostri clienti abituali”, testimoniò in seguito un direttore di un supermercato a Rosario.

La proclamazione dello stato d’assedio provocò una reazione immediata di massa. In tutto il paese centinaia di migliaia di persone diedero vita ad un impressionante “cacerolazo”, percuotendo in modo assordante pentole, casseruole o qualsiasi strumento improvvisato scesero in strada, incuranti del divieto del governo. A Cordoba alle 2 di notte 10.000 persone marciarono verso il municipio, dopo che per tutta la giornata i dipendenti comunali avevano occupato l’edificio e si erano scontrati ripetutamente con la polizia.

Insurrezione!

 

Il governo e le forze repressive speravano che al risveglio, la mattina del 20, la gente sarebbe tornata a casa o al lavoro. Niente di più lontano dalla realtà. Spinte dal basso, le due centrali sindacali legate al peronismo, Cgt ufficiale e “dissidente”, convocarono uno sciopero generale ad oltranza, anche se di fatto lo sciopero generale era già partito e le direzioni sindacali lo “proclamarono” per non perdere il controllo del movimento.

A Buenos Aires, la folla si radunò presso la Casa Rosada, residenza del Presidente, e a Plaza de Mayo. La polizia voleva impedire che la piazza si riempisse, ma i manifestanti ingrossavano incessantemente le loro fila. Iniziò una vera e propria battaglia, che divampò in ogni strada del centro della capitale e nel resto del paese. In prima fila negli scontri c’erano giovani e giovanissimi, precari, disoccupati, studenti. Tra questi le ventinove vittime della repressione.

Alle quattro del pomeriggio, quando lanciò l’appello per la formazione di un governo di unità nazionale, De La Rúa era già un uomo finito. I peronisti non raccolsero l’invito, equivalente a un vero e proprio suicidio politico. L’ormai ex-presidente fu costretto a fuggire con un elicottero dal tetto della Casa Rosada.

Se avesse continuato la repressione del movimento, la crisi rivoluzionaria si sarebbe senza dubbio approfondita. I lavoratori erano ben determinati a non tornarsene a casa fino a quando non avessero dato una spallata decisiva alla cricca dominante, ma la strada da percorrere sarebbe stata ancora lunga.

 

Primo atto della rivoluzione argentina

 

L’insurrezione spontanea del 19 e 20 dicembre 2001 apre la prima fase della Rivoluzione argentina. Una rivoluzione è un processo complesso che consiste essenzialmente nell’irruzione delle masse sulla scena politica, decise a prendere in mano il proprio destino. In Argentina abbiamo assistito alla mobilitazione più ampia di ogni settore sociale oppresso, abbiamo visto le masse ricorrere ad ogni mezzo a loro disposizione per cacciare via il governo. Abbiamo visto porre in questione, certo in maniera non del tutto cosciente, la legalità dello stato borghese, con la sfida allo stato d’assedio e la “battaglia” di Plaza de Mayo.

La classe lavoratrice era determinata ad andare fino in fondo. Le classi medie sono scese in piazza con il proletariato. La borghesia è uscita da questo primo scontro ancora in piedi, ma debole e divisa al suo interno sulla politica da portare avanti. Soprattutto, appare impotente di fronte all’ascesa rivoluzionaria delle masse il temibile apparato repressivo dello stato borghese, che ha perso temporaneamente ogni sua efficacia, come risulta evidente soprattutto nella seconda insurrezione contro Rodriguez Saá, durante la quale furono riportati numerosi casi di poliziotti che hanno disobbedito agli ordini degli ufficiali di caricare la folla.

Così vediamo che tre delle quattro condizioni proposte da Lenin per definire una rivoluzione si sono verificate in Argentina a partire dall’insurrezione di dicembre. Ma, come abbiamo detto, una rivoluzione è un processo complesso e contraddittorio. La classe lavoratrice è capace con la propria mobilitazione di scuotere dalle fondamenta l’ordine borghese, ma la semplice mobilitazione non è sufficiente a scalzare definitivamente il potere della classe dominante e il suo controllo sull’apparato repressivo dello stato, non più di quanto sia sufficiente dichiarare una guerra per vincerla. Di fronte all’ascesa del proletariato la borghesia non può far altro che aggrapparsi al potere dello Stato con ogni mezzo per preparare il terreno a una controffensiva e sfruttare non appena possibile una situazione più favorevole per imporre di nuovo il suo giogo e scatenare le forze della reazione. Perché sia vittoriosa una rivoluzione, lo insegna l’esperienza del movimento operaio, deve esistere anche un partito rivoluzionario capace, nel corso della rivoluzione, di conquistarsi una base di massa per essere in grado di sferrare alla classe dominante il colpo decisivo che la sbalzi definitivamente di sella. Allo scoppio dell’insurrezione di dicembre le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria sono relativamente deboli quanto a radicamento nella classe operaia e profondamente divise tra loro, una situazione molto lontana dall’essere adeguata ai compiti posti dalla rivoluzione.

 

Movimento piquetero...

 

Lo sviluppo turbolento del movimento in questa prima fase ha visto molto velocemente convergere politicamente verso gli stessi obiettivi i settori d’avanguardia più significativi, capaci di interpretare i sentimenti di masse più larghe e di costruire strutture rappresentative che permettessero loro di orientarle e organizzarle, inclusa la cosiddetta maggioranza silenziosa piccolo-borghese, che per tutti questi mesi si è mobilitata insieme ai lavoratori e ai disoccupati nei Cacerolazos.

Per combattività e strutturazione spicca il movimento dei Piqueteros, anche per il ruolo giocato al suo interno dalla sinistra rivoluzionaria. I lavoratori disoccupati avevano cominciato a mobilitarsi da diversi anni in forma organizzata, con azioni incisive fra cui spiccano i blocchi stradali per ottenere posti di lavoro e sussidi e si erano già dati strutture a carattere nazionale. Avevano inoltre già tenuto due assemblee nazionali a luglio e a settembre del 2001 per coordinare il movimento. Il limite principale di questo settore del movimento è però il permanere di una eccessiva frammentazione organizzativa in diverse tendenze che non è giustificata se non dal timore delle diverse tendenze politiche di perdere il controllo delle strutture create.

La terza assemblea nazionale infatti non si è mai tenuta perché le due organizzazioni che avevano la maggiore influenza sul movimento piquetero, la Ccc (Corriente clasista y combativa) e la Ftv (Federacion por el trabajo y la vivienda), collegate al sindacato Cta, diretta da D’Elia, si sono rifiutate di procedere perché timorose di perdere la posizione di predominio nel movimento a favore del Bloque Nacional Piquetero, anche perché impegnate nelle trattative con il governo (condotte da Ccc e Ftv su basi completamente opportuniste) sulla gestione dei sussidi, una chiara manovra per tentare di dirottare il movimento piquetero su linee concertative.

Da questo punto di vista una vera avanguardia rivoluzionaria dovrebbe battersi per l’unificazione delle varie strutture in un’unica organizzazione democratica e rappresentativa dei disoccupati con diritto di espressione per ogni tendenza politica. L’importante iniziativa di convocare un’assemblea nazionale dei lavoratori occupati e disoccupati, è stata presa dall’ala più radicale tra i piqueteros, il Bloque Nacional Piquetero, egemonizzato dal Partido Obrero, e dalla Ctd “Anibal Veron”.

 

... e Assemblee popolari

 

Con l’insurrezione di dicembre 2001 abbiamo assistito al fenomeno della nascita delle assemblee popolari di quartiere a partire da alcuni barrios di Buenos Aires, che ben presto si espanse a tutte le città e alle provincie. Il loro scopo in un primo momento era dare una risposta delle masse all’emergenza economica, ma velocemente si sono evolute nella direzione di esercitare nelle loro riunioni settimanali, sempre maggiormente rappresentative della popolazione, un crescente controllo sulla vita dei quartieri e delle città. Velocemente sono nate a questo scopo strutture come le asambleas interbarrial e cittadine a cui partecipavano un numero crescente di delegati dalle assemblee di quartiere, fino a prefigurare l’embrione di quelli che potrebbero diventare veri e propri ‘soviet’, ovvero l’embrione di uno stato operaio che emerge dal cuore pulsante della crisi rivoluzionaria instaurando una situazione di dualismo di poteri nei confronti dello Stato borghese.

Queste riunioni discutono sia il programma delle assemblee di base che il programma di lotta e le azioni da intraprendere e sono condotte in modo estremamente democratico. Ognuno può parlare per soli tre minuti per permettere a tutti di prendere la parola e nelle assemblee interbarriali o cittadine solo i delegati delle assemblee di base possono parlare. A queste assemblee possono intervenire anche delegazioni di gruppi di lavoratori in lotta. Alla fine delle discussioni tutte le proposte vengono votate. Le assemblee si sono dotate progressivamente di un vero e proprio programma di rivendicazioni estremamente avanzato, condiviso in linea di massima da tutte le strutture. Tra le rivendicazioni comuni, il ripudio del debito estero, la nazionalizzazione delle banche, la rinazionalizzazione dei servizi privatizzati, l’elezione popolare dei giudici della Corte Suprema, il controllo statale dei fondi pensione, ed altro.

La borghesia fu consapevole dal principio della portata rivoluzionaria di queste assemblee popolari, come evidenziato da vari editoriali isterici apparsi su quotidiani borghesi. Citiamo quello de La Nación del 14 febbraio 2002: “... Quantunque la nascita di queste assemblee appaia conseguenza della esasperazione pubblica nei confronti della inaffidabile condotta della classe politica, occorre tener altresì conto che un tale meccanismo di deliberazione popolare presenta un pericolo, poiché a causa della loro intima natura [le assemblee] possono svilupparsi in qualcosa di simile ad un sinistro modello di potere, i ‘soviet’”. Queste le conclusioni della borghesia, ovviamente dal suo punto di vista di classe tutto ciò appare “sinistro”.

La prima assemblea nazionale delle assemblee popolari (marzo 2002), alla presenza di oltre mille delegati provenienti da tutto il paese confermò i peggiori timori della classe dominante, stabilendo in una risoluzione di “lottare per un governo di lavoratori e assemblee popolari come alternativa al sistema capitalista”.

Di fatto a partire da febbraio 2002 sono sempre più frequenti le azioni congiunte fra assemblee popolari, gruppi di lavoratori in lotta e piqueteros, andando a configurare una saldatura di tutti i settori d’avanguardia sulla base di una condivisione sostanziale di un comune terreno programmatico e di un comune programma d’azione.

 

L’assemblea nazionale dei lavoratori

 

Il 16 e 17 febbraio 2002 in un atmosfera elettrica fu compiuto un passo decisivo in questa direzione con la convocazione dell’assemblea nazionale di duemila delegati eletti in tutto il paese in rappresentanza delle organizzazioni dei lavoratori disoccupati, ma anche da sezioni locali di sindacati, gruppi di lavoratori in lotta, rappresentanti delle fabbriche occupate e delle assemblee popolari cittadine, ecc. L’arrivo delle delegazioni tra cui spiccavano quelle delle fabbriche occupate, in particolare la Ceramica Zanon di Neuquen e l’industria tessile Brukman di Buenos Aires venne salutato da una folla di migliaia di persone. Il giorno seguente i delegati si riunirono per elaborare una piattaforma e un programma di lotta comune fra disoccupati e lavoratori.

Il programma approvato (vedi riquadro pagina 34) è fondamentalmente un programma per la rivoluzione socialista.

 

Le fabbriche occupate

 

Di fronte alla chiusura degli stabilimenti o alla minaccia di licenziamenti di massa, in alcuni casi gli operai hanno reagito occupando gli stabilimenti o riaprendoli ed avviando la produzione sotto il proprio controllo, fronteggiando al principio il boicottaggio degli altri padroni, i tentativi della polizia di sgombrarli e in alcuni casi fronteggiando bande di provocatori assoldati dai padroni per cacciarli. Le fabbriche occupate sono un esempio per tutto il proletariato argentino. Stanno dimostrando nella pratica che i lavoratori sono in grado di gestire direttamente la produzione senza l’intervento del padrone, anzi sono in grado di farlo meglio grazie al sostegno e alla partecipazione della comunità di cui fanno parte, come nel caso dei lavoratori della ceramica Zanon (una fabbrica di proprietà di un capitalista italiano) che di fronte al boicottaggio dei fornitori di materie prime, dopo l’occupazione cui erano stati costretti per rintuzzare 100 licenziamenti, hanno stretto un accordo con la comunità indigena per il prelievo di argilla in cambio della fornitura di prodotti finiti incontrando la piena solidarietà della comunità Mapuche. Ora gli operai si riuniscono tre volte alla settimana in assemblea e decidono su ogni aspetto della produzione, su come coordinare il proprio lavoro, su quali iniziative prendere e come organizzare la propria milizia di autodifesa dagli attacchi degli sgherri assoldati dai padroni per intimidirli. Gli stessi operai hanno rinnovato i piani di produzione grazie all’appoggio degli studenti e dei professori della locale facoltà di chimica, hanno acquistato nuovi macchinari con una colletta cittadina. Hanno fatto fronte comune con le organizzazioni del movimento piquetero e sono riusciti persino ad assumere un piccolo numero di disoccupati, riuscendo a garantire ai lavoratori un salario degno, soprattutto considerando il contesto argentino.

Sul piano della lotta generale questi lavoratori rivendicano l’esproprio senza indennizzo della fabbrica e di tutte le fabbriche in crisi o che licenziano e la sua nazionalizzazione sotto il controllo operaio perché si rendono conto che solo generalizzando l’espropriazione del capitale è possibile costruire una società in cui la produzione avvenga non per il profitto di un pugno di padroni, ma per soddisfare i bisogni reali della popolazione. Si rendono conto che la loro lotta va avanti da più di un anno, ma non potrà proseguire indefinitamente se non c’è un’ascesa di tutto il movimento operaio, perché i padroni cercheranno di riprendersi le loro proprietà, ma soprattutto di soffocare il loro esempio.

Si tratta di esperienze che hanno avuto un ruolo fondamentale nell’ispirare i lavoratori, sebbene riguardino 150-200 fabbriche per lo più di piccole e piccolissime dimensioni. I lavoratori di alcune di fabbriche di dimensioni maggiori, come la Brukman o la Zanon, sono diventati dei veri e propri punti di riferimento delle rispettive comunità, che li hanno appoggiati politicamente e finanziariamente per fronteggiare il boicottaggio dei padroni e aiutarli a resistere ai tentativi di sgombero. L’occupazione degli stabilimenti ha determinato una maggiore concretezza della rivendicazione della nazionalizzazione sotto il controllo operaio per tutto il proletariato argentino, che la vede ora a portata di mano.

Questi settori di movimento operaio hanno maturato in pochi mesi la consapevolezza che il loro futuro sia legato a doppio filo alla lotta per il socialismo e alla rivoluzione, ma allo stesso tempo si rendono conto che la maggior parte del proletariato, per la combinazione tra una situazione economica disastrosa con i conseguenti licenziamenti di massa e una crescente paura di perdere ogni fonte di reddito per centinaia di migliaia di famiglie, unitamente al ruolo di freno assoluto della burocrazia sindacale che è riuscita nonostante tutto comunque a mantenere un controllo sui lavoratori, ne ha temporaneamente paralizzato le forze. La maggior parte dei lavoratori era toccata dal processo rivoluzionario, ma non vi erano ancora entrati con tutte le proprie forze, in quanto classe, con propri obiettivi e una posizione indipendente all’interno del processo rivoluzionario. Senza l’appoggio attivo delle masse proletarie la rivoluzione non potrà abbattere il capitalismo e dunque l’avanguardia è condannata all’isolamento e alla sconfitta se non a condizione di trovare il suo sostegno più solido proprio nelle masse proletarie e in particolar modo nei battaglioni corrazzati della classe operaia organizzata. Proprio gli operai della Zanon posero di fronte all’assemblea nazionale dei lavoratori l’accento sul fatto che fosse cruciale per la rivoluzione conquistare l’appoggio attivo della massa del proletariato, con la parola d’ordine: “La chiave è attrarre la classe operaia organizzata nei sindacati”.

Anche i lavoratori delle fabbriche occupate hanno tenuto una propria assemblea nazionale nella quale hanno delineato una piattaforma e un piano di lotta:

- Costruzione di una federazione delle fabbriche occupate congiuntamente ai disoccupati per elaborare un piano di lotta comune.

- Occupazione sotto il controllo operaio di tutte le fabbriche che chiudono. Apertura dei libri contabili delle aziende.

- Creazione di una cassa di lotta per sostenere i lavoratori in sciopero e le loro famiglie.

- Nazionalizzazione delle banche e creazione di una Banca Nazionale che eroghi crediti agevolati alle fabbriche sotto controllo operaio.

- Revocabilità immediata di tutti i rappresentanti operai in qualsiasi momento.

- Per un governo dei lavoratori.

 

Vediamo quindi qual’era la situazione politica e sindacale della classe operaia argentina all’apertura del processo rivoluzionario, in particolare è necessario considerare con attenzione il rapporto fra peronismo e movimento operaio. per capire pienamente cosa significhi per le prospettive della rivoluzione argentina la crisi verticale in cui è precipitato il movimento peronista di fronte a questi sviluppi.

 

I sindacati e il peronismo

 

Per la particolarità dello sviluppo storico del movimento operaio argentino dagli anni quaranta in poi, i principali sindacati erano e sono tradizionalmente legati al peronismo, un movimento bonapartista borghese (e quindi per definizione intimamente legato all’impronta data dal suo leader) in cui hanno convissuto tendenze proletarie, piccolo-borghesi e apertamente borghesi, populiste e radicali, fino all’espressione di correnti socialiste e rivoluzionarie, ma anche tendenze apertamente reazionarie e fasciste, vicine agli ambienti dell’oligarchia e della burocrazia sindacale. Il peronismo ha potuto assumere un ruolo chiave nel movimento operaio argentino grazie alle particolarità della situazione creatasi durante la seconda guerra mondiale e nel secondo dopoguerra. Il grande boom economico degli anni quaranta e le riforme, anche molto avanzate, realizzate da Juan Domingo Perón, dopo il golpe del 1943, anche contro il volere della stessa classe dominante argentina che gli oppose una aperta resistenza scatenando la reazione pronta dei lavoratori, produssero per un periodo protratto un incontestabile aumento del benessere della classe operaia, soprattutto dei suoi strati più poveri (vedi tabella), dopo che in tutto il decennio precedente enormi lotte avevano prodotto risultati poco significativi. La tattica di Perón di conquistare le organizzazioni sindacali alleandosi alla burocrazia e dandole forza con enormi concessioni e relativa libertà di manovra contro gli stessi padroni, fino a prendere direttamente le parti dei lavoratori nei conflitti con il padronato e contemporaneamente colpendo con una repressione spietata i settori classisti e rivoluzionari del movimento, gli permisero di sgominare ogni resistenza soprattutto tenendo conto della contemporanea debolezza, sia organizzativa che politica, dei partiti socialista e comunista, avvelenati da una subalternità allo schieramento alleato dell’URSS nella seconda guerra mondiale (cioè l’imperialismo britannico e statunitense) e dunque incapaci di proporre al proletariato un’alternativa di classe.

 

Salario reale degli operai qualificati

e dei non-qualificati

1939=100

               

          Qualificati     Non-qualificati

1939 100         100

1940 100,89   100,40

1941 101,26   100

1942 104,18   103,69

1943 109,50   115,34

1944 120,89   135,18

1945 120,89   134,82

 

Obiettivo di Perón non fu mai quello di abbattere il capitalismo, come ebbe a ripetere più volte agli industriali argentini. Suo obiettivo era quello semmai di salvare l’ordine costituito da una crisi rivoluzionaria e dal comunismo e di spingere lo sviluppo del capitalismo argentino anche contro la volontà di un settore (anche maggioritario) della classe dominante. Per ottenere ciò Perón decise di basarsi sul movimento operaio quale unica forza in grado di controbilanciare il potere dell’oligarchia e trarre dal controllo sul movimento operaio la forza per essere relativamente immune alle pressioni della classe dominante.

Perón fu cacciato e costretto all’esilio dalla classe dominante nel 1955 con un golpe “bianco”, una volta esauritosi il suo compito e disinnescato il potenziale rivoluzionario delle masse. Il golpe avvenne senza colpo ferire e Perón si guardò bene dal fare appello alla CGT perché insorgesse contro i golpisti - un appello che avrebbe incendiato la classe operaia argentina; come ebbe a chiarire in seguito, la sua condotta remissiva si spiegava proprio perché egli aveva temuto che i lavoratori andassero oltre e trasformassero in rivoluzione sociale la resistenza al golpe. La sua cacciata coincise con la controffensiva padronale che, pur non potendo liquidare i sindacati completamente, portò ad un rapido peggioramento delle condizioni di vita e inaugurò una durissima repressione contro i lavoratori e il movimento peronista che contribuì a consolidare il mito di Perón come leader implacabile del movimento operaio. Queste tradizioni hanno fornito per un lungo periodo storico una riserva considerevole di consensi al Partito Giustizialista (peronista) fra i lavoratori argentini.

 

Il ritorno al potere di Perón Un duro risveglio

 

Negli anni ‘70 di fronte all’ascesa della lotta di classe liberata dall’insurrezione di Córdoba del maggio 1969 (il “cordobazo”), e all’esplosione della combattività operaia culminata nel movimento di occupazione di fabbriche del marzo 1971, che avrebbe portato in breve tempo al crollo della dittatura, il peronismo emerse come la forza dominante del movimento operaio, anche se esisteva un settore d’avanguardia incarnato dalle organizzazioni sindacali metalmeccaniche Sitrac-Sicram, che organizzavano gli operai del settore automobilistico concentrato soprattutto a Córdoba, guidate dalla sinistra rivoluzionaria di ispirazione marxista, ma si trovarono a subire in pieno la repressione della dittatura che nell’ottobre del 1971 imporrà il suo tallone di ferro sciogliendo questi sindacati e arrestando centinaia di lavoratori e dirigenti delle lotte operaie. Il mito peronista, abilmente rinfocolato dalle dichiarazioni di Perón dall’esilio dorato spagnolo (ospite di Franco), aveva portato all’adesione al peronismo dei settori più radicali del movimento, chiaramente favorevoli alla prospettiva di un “governo rivoluzionario popolare con la partecipazione della classe operaia”, la nazionalizzazione di tutti i settori chiave dell’economia, all’esproprio della borghesia e dell’oligarchia terriera, in poche parole alla rivoluzione socialista. Queste tendenze si trovarono a dominare le organizzazioni giovanili e settori importanti delle organizzazioni sindacali o di “fronte” del peronismo, oltre ad organizzazioni guerrigliere come i Montoneros. Il settore rivoluzionario dei peronisti riteneva di essere portavoce del “vero” peronismo in scontro frontale con la destra del movimento incarnata dalla burocrazia sindacale, che non risparmiava alle componenti rivoluzionarie ogni colpo proibito. Lo scontro fu tanto acuto che un comando dei Montoneros un mese dopo il cordobazo sequestrarono, processarono e fucilarono il principale leader moderato del sindacato (peronista), Vandor, ritenuto non a torto un traditore.

Questo non impedì che il movimento operaio e giovanile, anche nei suoi settori più radicali, riponesse nel ritorno di Perón enormi speranze, che ben presto sarebbero state amaramente deluse. Questa rivendicazione permeò il movimento di massa in costante crescita tanto che, di fronte alla prospettiva della caduta della dittatura, l’oligarchia richiamò in patria il generale Perón come ultima risorsa per mantenere il controllo della situazione.

La vittoria del candidato della “sinistra” peronista Campòra alle elezioni del marzo 1973 venne accolta da un’esplosione di gioia rivoluzionaria che portò poche ore dopo all’assalto del carcere di Villa Devoto per la liberazione dei detenuti politici, ma il primo atto di Campòra fu la firma del Patto sociale tra Cgt, Confindustria e lo Stato, una doccia fredda per le masse in festa.

Il rientro di Perón fu molto diverso da come si aspettavano le masse. Fin dal primo minuto il generale rifiutò di schierarsi contro l’ala destra, in alcuni casi apertamente fascista, del peronismo, parteggiando in ogni momento decisivo contro le masse radicalizzate e il settore rivoluzionario.

L’allontanamento di Campòra, il massacro dell’aeroporto di Ezeiza del 20 giugno 1973 (dove gli sgherri fascisti - detti matones - organizzati dalla burocrazia sindacale e dalla destra peronista spararono contro la manifestazione oceanica accorsa a salutare il ritorno di Perón), il rafforzamento della burocrazia sindacale contro i lavoratori, la creazione di squadroni della morte fascisti e la caccia alle streghe scatenata contro il settore rivoluzionario furono altrettanti passi verso l’assunzione del potere della destra peronista raccolta intorno a Perón che spianò la strada, dopo la morte di Perón al Golpe militare di Videla del 1976.

Sintomatico il disorientamento provocato dal voltafaccia del Caudillo nei settori più radicali, riflesso nei toni amari della lettera aperta dei Montoneros a Juan Domingo Perón pubblicata dal quotidiano El Mundo del 28 agosto del 1973 e riportata integralmente in traduzione italiana nell’antologia Il peronismo, a cura di R. Massari (ErreEmme, 1997).

Dopo un preambolo che ricorda quanto di rivoluzionario le masse oppresse vedono nel peronismo e quanto sacrificio sia stato messo nella lotta rivoluzionaria al seguito di Perón, il testo segue:

“Oggi noi, i lavoratori e il popolo peronista, i milioni di peronisti che l’11 marzo abbiamo condotto la battaglia vittoriosa contro il nemico, ci sentiamo sconcertati e con una grande angoscia nel cuore. Furono più di due milioni le persone che aspettarono il loro leader ad Ezeiza. Il suo popolo fu massacrato e Perón pronunciò in televisione un discorso che non aveva nulla a che vedere con le aspirazioni rivoluzionarie delle masse.

Nessuno dei gruppi veramente rivoluzionari è stato ricevuto nella casa di Gaspar Campos e solo la gioventù, dopo una manifestazione di settantamila compagni, è stata ascoltata per pochi minuti, savo poi designare come rappresentante della Gioventù un tale Yessi, segretario privato di López Rega.

Invece della patria socialista, lo slogan sotto cui si raccolsero milioni e milioni di voti, viene proclamato il patto sociale, un progetto borghese già caduco, inferiore assolutamente alle realizzazioni nazionaliste e antimperialiste del 1945.

[...] I burocrati sindacali [...] sono oggi i padroni insolenti delle organizzazioni sindacali: essi insultano e perseguitano i combattenti e i veri dirigenti operai.

[...] Non mettiamo in discussione la signora Isabel Martínez in quanto sposa del capo, ma la signora Isabel Martínez come strumento dei reazionari e dei burocrati che le stanno intorno: Lastiri, López Rega, Osinde, Rucci, Miguel, Norma Kennedy [...].

Generale Perón

Non la vogliamo ingannare, né ingannare noi stessi. Abbiamo non soltanto il diritto, ma anche l’obbligo di dirle la verità. Tutto ciò che le sta intorno in questo momento non ha nulla a che vedere con il peronismo combattente e rivoluzionario che ha permesso il suo ritorno e il suo trionfo.

Tutta l’ideologia incarnata dai ministri e dai governanti che godono della sua fiducia è conciliatrice, antioperaia e con delle forti tendenze filoimperialiste [...].

Se Lei è circondato, dica una sola parola e le masse scenderanno in piazza per liberarla.

Se per motivi congiunturali Lei commette degli errori tattici gravi, le chiediamo che con la sua intelligenza eccezionale e la sua ben nota magnanimità, sappia operare una rettifica immediata. [...]”.

Le parole di Perón invocate dai Montoneros non giunsero mai; i fatti invece parlarono molto chiaro. Dopo l’elezione vinta da Perón e dalla moglie Isabel iniziò in modo sistematico l’opera di restaurazione dell’ordine. A poche ore dall’elezione cominciò l’attacco alle tendenze rivoluzionarie con la messa fuorilegge dell’Erp (Ejército revolucionario del pueblo), preludio di una feroce caccia alle streghe contro la sinistra rivoluzionaria e i settori più radicali del movimento sindacale, l’istituzione della censura e la chiusura di decine di giornali e case editrici di sinistra, roghi di giornali, libri e riviste messi all’indice e ripristino della Ley de prescindibilidad, che concedeva mano libera ai licenziamenti discriminatori.

Il primo maggio del 1974, nel pieno della campagna restauratrice, si consumò la rottura aperta e definitiva fra il regime peronista e la classe operaia e la gioventù rivoluzionaria. Perón voleva ricreare l’atmosfera del vecchio peronismo investendo su questa ricorrenza un enorme apparato propagandistico.

“Ma il Primo maggio del 1974” - descrive Massari - “avviene il contrario: le masse operaie disertano la festa, vi partecipa massicciamente la gioventù peronista, ma solo per motivi politici, vale a dire per far sentire a Perón la voce della protesta ed esprimere il rifiuto del corso restauratore intrapreso. Sotto molti ponchos si nascondono le armi e i fucili a ripetizione, nel caso che la burocrazia sindacale voglia ripetere il massacro di Ezeiza. Perón  ha solo poche parole per i giovani che hanno permesso il suo successo; li tratta da “mercenari”, “imbecilli”, accantonando per una volta il carattere composto e suadente della sua demagogia oratoria e mettendo invece allo scoperto tutta la volgarità degli interessi di classe che difende e del gruppo dirigente che lo circonda.

A metà del suo discorso la Gioventù peronista gli volta le spalle e se ne va in corteo dalla piazza che rimane così vuota per due terzi” (R. Massari, Il neoperonismo e la fine di un mito, in Il peronismo, cit.).

Perón morì due mesi dopo, ma l’opera restauratrice continuò per mano della moglie Isabel e della sua cricca. Il disorientamento dell’avanguardia, la repressione durissima comportarono un generale arretramento del movimento. La deriva verso la tattica terroristica delle frange armate del movimento come i Montoneros, che ingaggiarono eroicamente uno scontro militare impari con l’apparato repressivo dello stato, fece perdere loro progressivamente contatto con l’unico terreno che potesse dare all’avanguardia rivoluzionaria la forza di sfidare veramente l’oligarchia: il terreno della lotta di classe e della mobilitazione operaia.

Il prezzo pagato dalla classe operaia e dalla gioventù rivoluzionaria argentina per le sue illusioni tradite in Perón fu salatissimo: la vittoria della controrivoluzione con il golpe militare di Videla nel 1976, lo sterminio di un’intera generazione desaparecida (denunciato nel bel film Garage Olympo di Marco Bechis, 1999), gli squadroni della morte e la distruzione fisica delle avanguardie rivoluzionarie in un abisso di terrore senza fine da cui il paese riemerse solo diversi anni dopo con il crollo della dittatura.

 

Crisi verticale del Partito Giustizialista

 

La rinascita del Partito Giustizialista (peronista) dopo la caduta della Giunta militare non riuscì a rigenerare il mito peronista spezzato, pur riuscendo a riconquistare una certa base di massa dopo il fallimento dei radicali di Alfonsin al governo. La politica ultraliberista di Menem al potere e la spaventosa corruzione dilagante nel Partito ne hanno aggravato la crisi fino a raggiungere il punto di rottura con il governo “natalizio” di Rodriguez Saá.

Nello stile più classico del peronismo Rodriguez Saá neoeletto incontrò leader sindacali e grandi industriali, elargendo promesse a tutti. Ricevette le Madres di Plaza de Mayo e assicurò la liberazione imminente di tutti i detenuti politici, come i capi dei piqueteros, che apprezzavano il “piano per l’occupazione” da lui enunciato. In visita alla sede della Cgt, commentò demagogicamente la rivolta contro De La Rúa: “È l’inizio della trasformazione, è il trionfo della lotta per i nostri diritti. La repressione è culminata con la morte di 29 argentini che sono eroi e patrioti” (Clarin, ediz. Elettronica, 26/12/2001).

Il fatto più emblematico, che dimostra quanto profonda fosse la frattura fra le masse e i dirigenti peronisti è che, nonostante avesse ricevuto un iniziale appoggio dalla direzione sindacale della Cgt e dal leader della Cgt “ribelle” (sempre più solo di nome), Hugo Moyano, nonché dalla direzione del terzo sindacato, la Cta, al traino delle altre due, il governo di Rodriguez Saá venne spazzato via in meno di una settimana dalla rabbia popolare.

Oggi, alla vigilia delle elezioni presidenziali, del peronismo non restano che le macerie, diviso com’è da lotte intestine fino al frazionamento in tre tronconi del gruppo parlamentare, in base al conflitto fra Menem, Duhalde e Rodriguez Saá, ma tali macerie sono ancora ostacoli piuttosto ingombranti sulla via di una posizione indipendente della classe operaia argentina. Tra i dirigenti peronisti anche la cosiddetta “sinistra” (come Rodriguez Saá, per l’appunto) è totalmente screditata, ma non si deve dimenticare il ruolo della burocrazia sindacale, vera spina dorsale del movimento peronista, che mantiene un certo controllo sul movimento operaio organizzato, i “battaglioni corrazzati” del proletariato argentino, che in questa fase si muovono con maggiore lentezza di altri settori della classe operaia maggiormente radicalizzati, ma che sono decisivi ai fini della vittoria della rivoluzione. Il carattere fondamentalmente reazionario della burocrazia (che spesso ricorre contro i settori più combattivi del movimento operaio a veri e propri metodi squadristi, come hanno denunciato i lavoratori di una fabbrica occupata, la Zanon di Neuquén) non le ha impedito di convocare otto scioperi generali in meno di due anni, né le impedisce di cavalcare le mobilitazioni quando non può prevenirle, come nel caso dello sciopero generale “convocato” il 20 di dicembre 2001 quando ormai era già partito da solo. Questa flessibilità le ha permesso in passato di mantenere la propria presa sul movimento operaio. Il mantenimento di questo controllo da parte della burocrazia è il principale ostacolo allo sviluppo della rivoluzione e pone di fronte alle forze rivoluzionarie il compito decisivo di conquistare i sindacati, sottrarre al controllo burocratico le strutture sindacali conquistando l’appoggio della massa dei lavoratori, un compito ineludibile da cui dipende il futuro della rivoluzione.

Non ci sono scorciatoie di fronte a questo compito e chi pensa, come il Partido Obrero, che la realizzazione dell’unità delle avanguardie con il congiungimento dei movimenti piquetero e delle cacerolas sia di per sè sufficiente a “soppiantare la Cgt nella convocazione di scioperi attivi” (Prensa Obrera, 31/01/2002), rischia di perdere un’occasione storica che si presenta di fronte al marxismo in Argentina: scalzare definitivamente l’influenza della burocrazia sindacale peronista sulla massa dei lavoratori organizzati di questo paese, riconquistando al controllo dei lavoratori le strutture sindacali e ingaggiando una lotta all’ultimo sangue con la burocrazia peronista su un terreno su cui essa sarà costantemente in difficoltà, quello della lotta rivendicativa a partire dalle esigenze dei lavoratori, il terreno della democrazia operaia nella costruzione e nella gestione delle lotte. Per far questo non è sufficiente porsi in competizione con le strutture sindacali esistenti nella convocazione degli scioperi, occorre sviluppare un programma transitorio a partire dalle condizioni materiali e dai bisogni dei lavoratori (ad esempio ponendo una rivendicazione come quella della scala mobile dei salari in un contesto di inflazione intorno al 100% e di paurosa erosione del potere d’acquisto) ed applicare sulla base di questo programma la tattica del fronte unico nei confronti delle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative, Cgt, Cgt ‘rebelde’ e Cta, per mettere i dirigenti in costante contraddizione con le aspirazioni della massa dei lavoratori e costruire dentro al movimento sindacale una presenza organizzata della sinistra rivoluzionaria. Poterlo fare sulla base dell’autorità conquistata agli occhi di tutti i lavoratori dalle fabbriche occupate, dal movimento Piquetero e dalle assemblee popolari è un vantaggio inestimabile che l’avanguardia rivoluzionaria ha sulla burocrazia, a patto che sappia spiegare pazientemente il proprio programma ai lavoratori per vincerli e avvicinarli alla prospettiva rivoluzionaria.

 

Qual’è la fonte del potere della burocrazia sindacale?

 

Ogni burocrazia sindacale si rafforza bilanciandosi tra la classe dominante e i diversi strati della classe operaia, facendo leva sulla pressione esterna o sull’arretratezza della maggioranza della classe per demoralizzare o mantenere sotto controllo quei settori o gruppi di lavoratori che si trovano, per una serie di fattori, ad uno stadio più avanzato della lotta di classe, magari spingendoli a lottare nell’isolamento o stremandoli in continue mobilitazioni per poi aprofittare del primo segnale di stanchezza per concludere che la lotta non può reggere ulteriormente. Nello specifico la burocrazia sindacale peronista è incline a ricorrere a metodi squadristi per “risolvere le divergenze” e ha avuto in passato un’arma in più che oggi non può più utilizzare perché l’ascesa rivoluzionaria per il momento le impedisce di ricorrere apertamente alla repressione dello Stato contro i settori più avanzati del movimento operaio, come pure in passato è successo e potrebbe succedere di nuovo appena le condizioni cambiassero. Allo stesso tempo la burocrazia non può più garantire il conseguimento di alcun miglioramento delle condizioni ai lavoratori, anzi sarà costantemente messa in contraddizione dal suo appoggio al governo Duhalde e sarà costretta ad agire di rimessa, costantemente schiacciata tra l’incudine e il martello. Quando il settore decisivo del movimento operaio deciderà di muoversi non ci sarà alcuna possibilità per la burocrazia di opporsi, pena essere spazzata via.

 

Il governo Duhalde ha stabilizzato la situazione?

 

Di fronte all’ascesa della rivoluzione la classe dominante ha dovuto suo malgrado accantonare (per il momento) la possibilità di ricorrere ad un colpo di stato militare, a maggior ragione dopo aver assistito al disastro del tentato golpe fallito in Venezuela dell’aprile 2002. Seguendo questa strada provocherebbe una guerra civile che teme di non poter vincere. Diventa fondamentale quindi ricorrere ad una tattica dilatoria, per guadagnare tempo e raggiungere una situazione di equilibrio che renda più difficile lo sviluppo della rivoluzione. Con Duhalde, esponente “progressista” del peronismo, la classe dominante ha provato la carta estrema del governo di unità nazionale.

Duhalde appena insediato ha dichiarato di essere seguace della dottrina sociale della Chiesa, in altre parole, elemosina ai poveri in cambio di tranquillità per i potenti, il tutto chiaramente finalizzato a ristabilire l’ordine per riprendersi con gli interessi anche il poco concesso. Il suo insediamento è stato votato da una maggioranza molto ampia che comprende radicali, peronisti e buona parte dei deputati del Frepaso, ma anche se conta su una grande maggioranza parlamentare e sull’appoggio dei dirigenti sindacali, i margini di consenso di cui gode nel paese sono molto ridotti e fragili. Non vi è dubbio che senza l’appoggio di questi ultimi, Duhalde non durerebbe un minuto al potere.

La prospettiva immediata di una rivoluzione si è allontanata agli occhi delle masse non tanto per l’abilità di Duhalde, quanto perchè dopo tante lotte i lavoratori sono stati lasciati privi di una vera direzione capace di porre la questione della conquista del potere. Negli ultimi quindici mesi il governo si è barcamenato alla meglio cercando di schivare i flutti più pericolosi in un mare in tempesta; è riuscito ad evitare per il rotto della cuffia un conflitto durissimo fra compagnie petrolifere e lavoratori, ma è continuamente incalzato dalle pressioni del Fmi che ha imposto misure draconiane (pareggio di bilancio, ulteriori privatizzazioni, aumento delle tariffe dei servizi privatizzati, ed altro) per erogare un nuovo prestito che ha come unico scopo quello di permettere all’Argentina di pagare gli interessi sul debito estero rinegoziato.

La situazione economica non è migliorata, nonostante ci sia un incremento delle esportazioni per effetto della svalutazione, ogni ottimismo della borghesia è del tutto ingiustificato. Il terzo anno di recessione consecutivo registra un -11% del Pil nel 2002, unitamente ad un crollo catastrofico degli investimenti. L’elemosina di 100 pesos di aumento elargita a luglio ad un 25% dei lavoratori è stata mangiata dall’inflazione in un paio di mesi.

La contraddizione fondamentale di fronte a Duhalde può essere così riassunta: ad un anno dalla rivolta di dicembre il capitalismo argentino non ha ottenuto che un fragile equilibrio dell’economia, ma ogni tentativo di raggiungere un nuovo punto d’equilibrio sul terreno economico può essere intrapreso solo a costo di turbare l’equilibrio sociale e politico, preparando nuove esplosioni per il futuro.

 

Elezioni presidenziali, un’occasione persa per la sinistra

 

La convocazione anticipata delle elezioni presidenziali è stata un chiaro tentativo di dirottare l’attenzione delle masse su qualcosa di esterno. Tale è il discredito in cui è tenuto ormai da molti argentini il sistema democratico borghese dopo anni di tradimenti, corruzione, finta alternanza tra radicali e peronisti, logoramento dell’immagine di ogni leader politico fino quasi all’indistinguibilità dell’uno dagli altri, che ormai è pratica diffusa dimostrare per strada con veemenza e platealmente la propria avversione della sola vista del malcapitato potente di turno, che sia parlamentare, ministro, alto prelato o giudice della Corte Suprema, poco importa, tanto che difficilmente i membri dell’élite osano girare liberamente per le strade.

Come abbiamo detto però, il protrarsi della situazione di stallo in cui il governo si regge grazie a numeri di equilibrismo d’alta scuola e il movimento delle masse è impotente e non riesce a spazzare via ogni resistenza più per limiti soggettivi che per una reale forza dell’avversario, questa situazione rende altamente probabile che un settore non trascurabile delle masse stia cercando disperatamente una via d’uscita diversa in mancanza di una prospettiva rivoluzionaria immediata per risolvere i propri pressanti problemi. In questo ambiente ecco che la questione delle elezioni presidenziali temporaneamente acquista una grande importanza per un settore delle masse che pensa che - forse - l’elezione di un presidente meno compromesso con l’oligarchia potrebbe migliorare, se non risolvere almeno qualcuno dei problemi e comunque “peggio di così non potrebbe andare”. Questo è particolarmente vero quando, dopo un anno di lotta durissima non è ancora visibile una soluzione rivoluzionaria del problema.

Purtroppo di fronte a questo ambiente, una parte della sinistra cosiddetta rivoluzionaria si riempie la bocca con lo slogan del boicottaggio delle elezioni, che suona tremendamente radicale e rivoluzionario, ma in realtà è piuttosto vero il contrario. Se è vero che il marxismo è contro il cretinismo parlamentare, ovvero la posizione che eleva a feticcio fine a se stesso la partecipazione al parlamentarismo borghese, è anche vero che il marxismo non sostiene il cretinismo anti-parlamentare.

In generale come rivoluzionari abbiamo il dovere di approfittare di ogni opportunità che la democrazia borghese ci offra di portare avanti tra le masse agitazione e organizzazione contro il capitalismo e rifiutare l’opportunità di far questo posta da una campagna elettorale più che da rivoluzionari è da stupidi.

In generale è mai ammissibile condurre una campagna per il boicottaggio di elezioni? Ovviamente dipende dalle circostanze, ma come regola generale l’unica situazione in cui i rivoluzionari potrebbero sostenere la posizione del boicottaggio è nel caso in cui fossero nelle condizioni di porre fine al parlamentarismo borghese ed introdurre una forma più alta di democrazia, cioè la legge dei Soviet e del potere operaio. Siamo oggi, di fronte alle elezioni presidenziali in Argentina, in questa situazione? Sicuramente no. Il compito immediato delle forze marxiste argentine e dell’avanguardia del proletariato non è ancora la conquista del potere, compito per cui le forze sono insufficienti, ma semmai è conquistare le masse. Un compito ancora lontano dall’essere raggiunto, soprattutto se si pensa alla classe operaia sindacalizzata. “Spiegare pazientemente”, riassumeva Lenin, sviluppare la più ampia ed efficace campagna di propaganda per porre di fronte a tutti gli argomenti a favore della rivoluzione e ciò include la partecipazione alle elezioni. Questo diverso approccio marca la principale differenza fra bolscevismo e ultrasinistrismo, la cui intransigenza verbale maschera sempre una organica incapacità di penetrare realmente le coscienze delle masse.

La responsabilità di chi a sinistra ha sostenuto questa posizione, o la ha avvallata sottraendosi dalla lotta come Zamora, unico parlamentare che possa camminare fra la gente senza essere aggredito e candidato naturale della sinistra argentina per la sua autorità, è quella di aver lasciato campo libero alla candidatura della ex radicale demagoga, ora leader dell’ARI, Elisa Carrió, che potrebbe intercettare i voti di chi avrebbe sostenuto Zamora.

La presentazione di candidati di bandiera da parte di qualche gruppo, rinnovando anche in questa occasione la litigiosità della sinistra non compensa l’opportunità persa di presentare un candidato unico di tutte le organizzazioni operaie rivoluzionarie.

Negli ultimi anni le varie formazioni di sinistra hanno visto aumentare non poco i loro consensi, sia in termini di militanti che a livello elettorale, segno del processo di radicalizzazione descritto in precedenza, ma la sinistra rivoluzionaria argentina resta fondamentalmente debole nel suo radicamento operaio (anche se con notevoli eccezioni in cui alcuni gruppi sono riusciti a costruire presenze importanti all’interno di qualche settore d’avanguardia della classe, fino a controllare alcune strutture sindacali a livello locale) e frammentata in gruppi relativamente piccoli (considerando i compiti posti da una rivoluzione), ciascuno dei quali è incapace sia per le dimensioni che per il proprio settarismo da solo di essere il catalizzatore di un futuro partito rivoluzionario di massa.

Un tale ruolo potrà essere interpretato solo da chi saprà trovare la strada per conquistare ad una politica rivoluzionaria i lavoratori organizzati nei sindacati e ingaggiare una battaglia vittoriosa per strappare le masse operaie all’egemonia della burocrazia sindacale peronista ed entrare così in un stadio nuovo e decisivo della rivoluzione argentina: la lotta per l’abbattimento del capitalismo.

 

Risoluzione dell’Assemblea Nazionale dei Lavoratori

(17 febbraio 2002)

 

La presente Assemblea Nazionale dei Lavoratori considera che:

Il Governo Duhalde è un nemico della classe lavoratrice e della popolazione, responsabile della svalutazione che ha distrutto i nostri salari, della confisca dei piccoli risparmi, della “pesificazione” che ha ridotto a nostre spese i debiti degli sfruttatori nazionali nonché dell’impegno di pagare il debito estero. E’ un Governo che nasconde dietro le menzogne sulla “sovranità nazionale” una politica di saccheggio al servizio dei grandi monopoli, mentre contemporaneamente esegue le direttive del FMI. Poniamo all’attenzione di tutti i lavoratori il nostro piano di lotta, il cui scopo ultimo è fornire una via d’uscita dalla crisi per la popolazione. Questa strada passa attraverso l’espulsione di Duhalde e della classe di sfruttatori che l’hanno portato al governo.

L’“accordo” promosso dalla Chiesa cattolica e dalle Nazioni Unite è una manovra politica diretta a cooptare, manipolare e dividere le organizzazioni dei lavoratori al fine di preservare il regime. Di conseguenza invitiamo a ripudiare l’”accordo” e a denunciare il sostegno a tale politica da parte dei sindacati e delle forze politiche (PJ, UCR, Frepaso, ARI, Polo Social, Frenapo).

I “consigli di crisi” o “consigli consultivi” attraverso i quali il Governo tenta di canalizzare i piani sociali sono organizzazioni destinate a trasformare il sostegno sociale in una fonte di traffici capitalistici e a manipolare o debilitare le vere organizzazioni dei disoccupati. Denunciamo l’uso dei piani per la disoccupazione destinati a porre il lavoro manuale a buon mercato al servizio delle aziende in bancarotta per 50 dollari. Invitiamo a boicottare questi “comitati” di “emergenza” o di “crisi” e chiediamo, con il sostegno delle mobilitazioni, la totalità delle nostre rivendicazioni e il loro controllo da parte delle organizzazioni dei disoccupati.

Le Assemblee Popolari (inclusa l’Assemblea dei Interbarriale di Parque Centenario a Buenos Aires) e le Assemblee Operaie e dei Piqueteros stanno organizzando un gran numero di mobilitazioni. Devono prendere nelle loro mani la soluzione dei problemi più urgenti delle masse: lavoro, salute, istruzione, casa. Dobbiamo costruire e rafforzare le Assemblee popolari in tutto il paese per creare un’alternativa operaia all’attuale situazione. La strategia dei piqueteros e dei sindacati combattivi raggruppati in questa Assemblea Nazionale è integrare nell’attuale lotta dei piqueteros il movimento operaio industriale e dei grandi servizi pubblici privatizzati. E’ impossibile sconfiggere il Governo attuale e il regime dominante senza il sostegno dei lavoratori dei principali centri produttivi e dei servizi essenziali come luce, gas, telefono e trasporti.

I CCC, FTV CTA devono rompere tutti i negoziati con il Governo alle spalle del movimento dei piqueteros e unirsi alla lotta per garantirne la vittoria. La politica di illusioni nel Governo al servizio degli sfruttatori nazionali e stranieri è fallita. Noi opponiamo a tale politica il programma dei piqueteros, che non solo chiede piani per il lavoro sotto il controllo delle organizzazioni dei disoccupati, ma anche di rifiutare la svalutazione, di non pagare il debito estero, di nazionalizzare il sistema bancario e che i salari minimi e i sussidi di disoccupazione siano sufficienti a coprire le spese minime di una famiglia media. Chiediamo di cominciare subito a discutere del programma con queste organizzazioni, nel contesto del piano di lotta.

Alla luce di questa situazione, proponiamo il seguente programma:

- Libertà per Raul Castells, Emilio Alì, Peralta e tutti gli altri compagni imprigionati. Ritiro delle accuse a loro carico.

- Gli organizzatori ed esecutori degli assassini del 19 e 20 dicembre devono essere processati e puniti. Gli assassini dei compagni di Salta (Justiniano, Gomez, Veron, Barrios e Santillan) e Corrientes devono essere processati e puniti.

- Ripudio del debito estero

- Nazionalizzazione delle banche e delle principali compagnie del paese.

- Statalizzazione dei fondi pensione (AFJP).

- I licenziamenti e le sospensioni sono fuorilegge.

- Statalizzazione sotto il controllo operaio di tutte le aziende che chiudono o licenziano e riapertura di tutte le aziende chiuse alle stesse condizioni.

- Immediata restituzione dei risparmi bancari ai piccoli risparmiatori.

- Lotta per una occupazione genuina e stabile, attraverso la redistribuzione delle ore di lavoro senza riduzione del salario.

- Salario minimo e sussidi di disoccupazione indicizzati all’aumento del costo della vita.

- Fuori Duhalde e il Fmi. Per un governo dei lavoratori.

Questa Assemblea rappresenta una continuazione di tutti i movimenti di lotta e delle organizzazioni che hanno reso il movimento dei piqueteros un fattore decisivo nella situazione politica nazionale. Un proseguimento della Santiaguenazo e della Cutralcazo, delle rivolte di Mosconi e di Tartagal e dei massicci blocchi stradali a La Matanza. Queste battaglie ci pongono di fronte alla possibilità di risolvere a favore dei lavoratori la crisi di potere che affligge il sistema di sfruttamento nel nostro paese.

Dobbiamo agire perchè la tenace lotta del popolo non è ancora culminata nella vittoria, ma nell’usurpazione di un governo che è un fantoccio dei saccheggiatori. Per queste ragioni poniamo il seguente piano di lotta:

Dal 18 febbraio: rafforzare i blocchi stradali indefinitamente.

20 febbraio: blocchi stradali, mobilitazione nazionale e cacerolazo, assieme alle assemblee popolari e all’assemblea interbarriale. A Plaza de Mayo e in tutte le sedute dei governi provinciali, a due mesi dalla ribellione popolare e dall’assassino dei compagni.

25 febbraio: Blocco degli ingressi alle compagnie petrolifere e alle imprese privatizzate..

2 marzo: Mobilitazione nazionale per la liberazione di Alì, Castells, Peralta e tutti i lavoratori incarcerati, per la liberazione di Bòrtola e Quinteros e altri prigionieri politici, e per il ritiro di tutte le accuse. Giudizio e condanna di tutti i responsabili dei fatti del 19-20 dicembre.

4 - 8 marzo: Manifestazioni nazionali degli operai per Plaza de Mayo dall’interno del paese. Coordinamento con il boicottaggio del lancio del prossimo anno scolastico..

Sostegno attivo dell’occupazione della Zanón, della Bruckman, dei blocchi stradali in corso, della manifestazione dei disoccupati di Buenos Aires, della lotta dei ferrovieri della linea Sarmiento, dei lavoratori di Quebecor e di lotte simili.

 

E’ convocata una nuova assemblea di lavoratori e disoccupati il 2 aprile.


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