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Se c’è un politico al mondo capace di incarnare come nessun altro il diffuso sentimento contro “la casta”, questi è senza dubbio il presidente uruguayano Josè “Pepe” Mujica.

Le immagini della sua casa, del suo maggiolino e gli aneddoti anche fantasiosi sul suo stile di vita austero circolano ovunque come esempio della sobrietà che si chiede alla politica. Ma la iconografia di questo mito è ben poco costruttiva. La domanda utile da porsi è in che misura Mujica e il suo governo, aldilà dei suoi meriti oggettivi, possano realmente essere presi a modello nell’attuale contesto mondiale.

Le origini politiche di Mujica

Andrebbe anzitutto detto che senza l’amnistia del 1985 oggi non esisterebbe il fenomeno Mujica e lo stesso continuerebbe ad essere recluso per il suo passato da guerrigliero. Mujica infatti appartiene a quella generazione che, sotto l’influenza della rivoluzione cubana, vide nella lotta armata l’unica via d’uscita possibile tanto alla crisi degli anni '60 come alla politiche riformiste dei partiti di massa del movimento operaio. E questo va detto perchè ci sono ancora tanti detenuti come Mujica in tutti quei paesi del mondo dove le lotte sociali e per l'indipendenza nazionale sono violentemente represse o dove non si vuole fare i conti con la storia di queste lotte. Togliere a  Mujica un'aureola che sembra brillare “oltre la destra e la sinistra” è un modo per ricordare ad esempio i detenuti palestinesi, curdi, baschi nelle carceri israeliane, turche o spagnole ecc.

Alla fine degli anni ’50 Mujica era il dirigente della gioventù del Partito Nazionale, uno, il piú liberale, dei due partiti di centrodestra che hanno dominato in modo pressochè assoluto la vita politica uruguayana dall’indipendenza fino alla vittoria del Fronte Ampio nel 2004. Nel 1962 segue la scissione del PN che darà breve vita alla Unità Popolare con il Partito Socialista dell’Uruguay. Al fallimento di questa coalizione, entra nelle fila dei tupamaros, il movimento guerrigliero di sinistra formatosi nel 1965 sull’onda della decennale e profonda crisi economica e sociale che attraversava l’Uruguay di allora.

Le varie migliaia di giovani universitari, maoisti, socialisti ed anarchici che abbracciarono la lotta armata lo fecero perchè vedevano le loro aspirazioni di lotta bloccate dalla direzione del Partito Comunista Uruguayano, il quale nel disperato tentativo di trovare il settore della borghesia progressista sul quale appoggiare idee riformiste e democratiche, arriverà di li a poco a sostenere pubblicamente la dittatura militare, stesso crimine, nato dalle stesse idee staliniste, ripetuto pochi anni dopo dal PC argentino con la dittatura di Videla. Arrestato per la quarta volta nel 1972 durante uno scontro a fuoco, Mujica sconta una pena che dal 1973, dopo il colpo di stato, comincerà a farsi durissima, con frequenti torture e isolamento, fino all’amnistia del 1985.

Nel Fronte Ampio

Tornato in libertà Mujica, con altri dirigenti tupamaros e vari gruppi di sinistra, fonda il Movimento di Partecipazione Popolare che in poco tempo diviene il primo partito del Fronte Ampio, la coalizione nata all’inizio degli anni ’70 dalla convergenza di comunisti, socialisti e democristiani. Eletto deputato nel 1994, si fece immediatamente notare per il suo stile controcorrente: intervistato su questa esperienza disse infastidito “non voglio essere un vaso da fiori”, in allusione alle inutili sedute parlamentari. Anche per questo risultò tra i più votati nelle elezioni del 1999, quando divenne senatore in un contesto di forte ascesa del Fronte Ampio.

Eravamo alle soglie del crollo della borsa di Sao Paulo e del default argentino, economie alle quali quella uruguayana è strettamente legata. Tra il 1999 e il 2005 la recessione colpì duro il piccolo Uruguay con tassi negativi di crescita prossimi al -10%  mentre quasi un terzo delle famiglie sprofondavano nella povertà. La crisi verticale dei partiti politici tradizionali aprì enormi spazi al Fronte Ampio, che il 31 ottobre del 2004 vinse al primo turno le elezioni presidenziali con gli oltre un milione di voti (il 50,4%) a Tabarez Vazquez. A marzo dell’anno seguente Mujica è designato ministro dell’agricoltura, carica che ricoprirà fino a marzo del 2008, quando si dimette annunciando la sua presentazione alle “internas” (elezioni primarie organizzate dallo Stato perchè gli elettori scelgano il loro candidato tra quelli in corsa nei differenti partiti e coalizioni, in preparazione alle elezioni vere e proprie i partiti che superino una soglia di sbarramento).

L'elezione a Presidente

mujicaLa candidatura di Mujica all’interno del FA è sostenuta dal suo partito (MPP) e dal PCU, e si propone spostare a sinistra la coalizione in quel momento dominata dalle correnti più moderate, dai socialisti di Tabarez Vazquez ai liberali del ministro delle finanze Danilo Astori. La candidatura è preceduta dalla pubblicazione di libri sulla storia di Mujica e interviste che ne chiariscono il punto di vista politico. In una di queste dichiarerà “ci dipingono come marxisti. Io ho ripetuto fino alla noia di essere un libertario”. Comincerà anche a muoversi indipendentemente e in un certo senso in contrasto con la politica ufficiale del FA.

Mentre Astori e Tabarez cercavano sbocchi di mercato all’Uruguay nei paesi nordatlantici, Mujica lavorava alla ricostruzione di un maggior ruolo di cooperazione all'interno del contesto latinoamericano. Emblematica in tal senso è la riunione con i coniugi Kirchner nell’agosto del 2008, quando all’aeroporto di Buenos Aires Mujica incrociò la delegazione uruguayana, composta da Tabarez e Astori, che viaggiava verso Israele, Corea del Sud e Svizzera, suscitandone il disappunto. Con queste credenziali stravinse prima le “interne” del 2009, nonostante il sostegno di Tabarez ad Astori, e vinse al secondo turno, con una ampia maggioranza, le presidenziali del 2009.

I dieci anni del Fronte Ampio

Lo slancio economico vissuto dall’Uruguay durante i quasi dieci anni di governo del Fronte Ampio e in particolare dalla presidenza di Mujica in poi non ha precedenti in tutta la storia del paese. L’economia è cresciuta ad una media del 6% durante tutto questo periodo. Sono stati creati 360.000 posti di lavoro e la disoccupazione è scesa dal 13% del 2006 al 6,8% attuale. Il numero di operai agricoli coperti dalla previdenza sociale è aumentato da 60.000 a quasi 100.000 mentre il tasso di povertà è sceso dal 32 all’11,5%. Il salario minimo nazionale è aumentato del 100% durante la presidenza di Mujica, arrivando a 372 dollari statunitensi mensili.

Le leggi promulgate che beneficiano i lavoratori vanno dalla protezione dell’attività sindacale alla istituzione di un sussidio di disoccupazione straordinaria a carico della previdenza sociale, dalla creazione di un fondo di disoccupazione per gli operai dell'edilizia al riconoscimento, a fini pensionistici, di anni figurativi di servizio per i licenziati politici dell’epoca della dittatura, dalla legge che stabilisce la responsabilità in capo alla società principale per tutti i lavoratori in subappalto alle norme contro la discriminazione di genere nei luoghi di lavoro.

Come si spiega questo miracolo? L’Uruguay è un paese con una forte vocazione agroindustriale, particolarmente concentrata sull’allevamento e il macello del bestiame, la produzione di latte e derivati, le colture industriali come la soia, la produzione di legna e derivati. Queste materie prime rappresentano il 70% delle esportazioni uruguayane ed hanno permesso al paese di beneficiarsi  dell’aumento esponenziale dei prezzi, dovuto al peso della domanda asiatica, e particolarmente cinese, sul mercato mondiale. Il governo di Mujica e del suo predecessore hanno investito con una politica espansiva sul ciclo favorevole orientata ad attrarre capitali stranieri messi in movimento dal basso costo del dollaro. Si sono aperte Zone Franche, dove gli investimenti sono liberi da tasse, e si è fatto ampio ricorso alla leva  fiscale, regalando alle imprese (per il 40% straniere) all’incirca 3 miliardi di dollari, o il 7% del PIL, nei soli primi dieci mesi del 2013.

Gli effetti del boom

Tutto ciò ha avuto enormi effetti non solo sull’economia ma anche sulla società uruguayana. Lo stock di investimenti stranieri equivale al 36% del PIL ed è fondamentale per finanziare un deficit della bilancia commerciale pressochè permanente. Le multinazionali controllano il 40% del ciclo del macello del bestiame, mentre il programma elettorale di Mujica, che prevedeva la creazione di un sistema statale di macello e refrigerazione del bestiame è rimasto lettera morta. UPM, una multinazionale finlandese controlla praticamente tutto il mercato del legname in una Zona Franca, provocando non solo reazioni di ambientalisti ai due lati del fiume Uruguay, nel quale sversa i residui della fabbricazione di cellulosa, ma mettendo in pericolo tutto il ciclo della produzione di imballaggi per l’agricoltura. All’incirca un miliardo e mezzo di dollari di utili delle multinazionali lasciano ogni anno il paese, senza contare gli sgravi fiscali.

Mentre le attività e gli investimenti si concentravano nel settore agroindustriale, la recessione nell’industria manufatturiera continua in modo implacabile: questo contribuisce a spiegare il fatto che la povertà nell’area metropolitana di Montevideo continua stabile nonostante l’azione del governo. Il Fronte Ampio aveva promesso la ridistribuzione di 250.000 ettari di terra a contadini e allevatori, ma neppure 60.000 sono stati assegnati. Così ancora oggi il 9% dei proprietari possiede il 60% della terra mentre il 56% se ne divide il 5%. Il 43% dei proprietari terrieri sono società per azioni, che godono delle agevolazioni fiscali. Il prezzo della terra si è moltiplicato per nove negli ultimi anni, dando origine a un florido mercato immobiliare dal quale emerge una nuova classe di speculatori e rentiers. In tutto questo c’è di male che il governo del FA ha consumato le risorse economiche e politiche per far fronte a una crisi che già da quest’anno avanza inesorabilmente.

Uruguay: paese ex coloniale

Le più ottimistiche previsioni economiche per il 2014 situano la crescita uruguayana tra il 2,2 e il 2,9%. Le cause di questo brusco rallentamento sono molteplici e note, da un lato la riduzione dello stimolo monetario del banco centrale statunitense – che riduce il flusso di investimenti esteri – dall’altro la riduzione della domanda internazionale, insomma il venir meno dei fattori che hanno spinto finora la crescita. La Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL) della ONU avverte che già solo questo rallentamento eserciterà enormi pressioni sulla previdenza sociale e la spesa pubblica, già in un “controllato” deficit da anni. Questo combinato con una inflazione che da anni veleggia oltre l’8% e il deprezzamento della moneta nazionale nei confronti del dollaro, aumenterà il costo del finanziamento del debito pubblico, erodendo le riserve accumulate, e prepara una brusca inversione di rotta nella politica del prossimo futuro.

L’Uruguay è entrato nel ciclo del boom economico come un paese ex coloniale, economicamente dipendente dall’imperialismo, e ne esce con questa posizione ancor più rafforzata, con le multinazionali che contano con l’appoggio di quella classe di speculatori formatasi sull’aumento della rendita agraria. Le multinazionali ora pervadono più di prima l’economia e la società: persino sulla “nazionalizzazione della produzione di marijuana”, l’unica nazionalizzazione realizzata da Mujica, si stende l’ombra funesta della Monsanto e dei suoi semi transgenici che già cominciano a invadere le coltivazioni di soia. La retorica sulla “economia emergente” che ha fatto credere a molti che in Uruguay fosse in atto un processo di modernizzazione classico, nel quale i contadini cedevano il passo alla tecnologia per divenire operai o ceti medi urbani, crolla su se stesso: la agonia della industria manufatturiera lo dimostra. La realtà continua ad essere che un paese come l’Uruguay non potrà essere emancipato da un “capitalismo democratico”.

Nell’ultimo libro a lui dedicato (“Il sogno di Pepe”), Mujica afferma: “che sto facendo? Sto reinventando il capitalismo. Non ho abbandonato l’idea del socialismo. Ma invece di lamentarmi mi sono dedicato, nella misura in cui ho potuto, a costruire”. È un’altra delle sue frasi destinate ad avere effetto sugli “spiriti pratici” che diffidano di “utopie radicali”. Ma costruire cosa? Politicamente parlando gli effetti del suo pragmatismo si sono già visti nelle ultime “internas”, che precedono le elezioni generali del prossimo ottobre. La partecipazione è stata la più bassa di sempre e il FA, che ha finalmente eletto Tabarez Vazquez, ha perso un quarto delle sue preferenze, mentre il Partito Nazionale, pur perdendo il 15% dei voti è risultato il primo partito. Il pragmatismo di Mujica è servito non ad andare più a sinistra, ma a far si che le prossime elezioni avranno un asse molto più a destra delle ultime, espressione delle pressioni della borghesia uruguayana sulla classe politica e il FA per un governo che metta da parte tutte le politiche sociali ed abbracci un programma di austerità e si orienti verso migliori relazioni con gli USA, dopo il fallimento della retorica della integrazione latinoamericana.

È certamente encomiabile e da incoraggiare che esponenti del movimento operaio si distinguano per la sobrietà del loro approccio in politica. Ma Mujica non ha inventato niente: il suo è il riformismo tanto facile quanto corto di vedute in voga nelle epoche di boom economico. Dalla crisi del capitalismo non se ne esce, è certo, in auto blu. Ma neppure in sandali francescani. Se ne esce rompendo col capitalismo ed è questa alternativa che va costruita.

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