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C’era una volta il Parma, che arriva in serie A all’inizio degli anni ’90, conquista trofei europei, salvo poi rimanere invischiata nel famoso crac Parmalat. Cambia quindi la proprietà, che passa a Tommaso Ghirardi; nel giro di alcuni anni torna ad un buon livello e si qualifica per l’Europa League, ma dopo pochi mesi incorre in quella che è la sua attuale profondissima crisi, tale da non aver nemmeno i soldi per entrare in campo per due volte ed essere, ormai, avviata al fallimento e a un destino inevitabilmente buio.

Una cosa però, in questa torbida storia, è chiara a chiunque: non è la sfortuna che ha portato il Parma a questo punto. è solo la storia di un’altra azienda portata alla distruzione dai meccanismi di questo sistema economico e dalla rapacità della classe imprenditoriale. I guai iniziano lo scorso anno, quando il club non ottiene la licenza Uefa per mancato pagamento dell’Irpef: sono poche decine di migliaia di euro ma nessuno pensa di aprire un’inchiesta. Si apre definitivamente la voragine del club: i debiti lordi ammontano oggi a 197 milioni, nel 2007 erano solo 16, mentre i netti a 97 milioni. Ghirardi decide di vendere il club e a dicembre si presenta come unico acquirente la società russo-cipriota Dastraso Holdings Limited: società creata a novembre del 2014, con già un fatturato altissimo di 2 miliardi di euro, inspiegabile. Dietro la Dastraso c’è il petroliere Rezart Taci, buon amico di Silvio Berlusconi con diversi guai giudiziari in patria: una cessione dai torbidi contorni. Come mai, per dirne una, una società creata ad hoc due mesi prima, vorrebbe accollarsi i quasi 100 milioni di debito del Parma? Trame del capitalismo.

Arriva poi l’ultimo acquirente, Manenti, ormai noto per i suoi proclami in merito a fantomatici bonifici milionari, mai versati, ed ora agli arresti per reati finanziari. Di fronte al Parma si profila l’udienza pre-fallimentare fissata il 19 marzo.

Ma questa è anche la storia di una società che, come altre migliaia che hanno chiuso in questi anni, ha dipendenti che con quel lavoro ci vivono (50 lavoratori tra contratti a tempo determinato, co.co.pro e partite iva); non si parla di giocatori da milioni di euro l’anno, ma di dipendenti normali, che, se il Parma chiude, sono a casa senza uno stipendio (che peraltro non percepiscono da circa sette mesi), senza un lavoro, senza una dignità. A loro va innanzitutto la nostra solidarietà. Anche l’industria del calcio, così come gli altri settori di questo sistema, produce ricchezza solo per i padroni delle società, che ne risucchiano spesso ogni risorsa per ingrassare le proprie tasche, mentre produce miseria per i lavoratori.

La procura di Parma ha aperto un’indagine per bancarotta fraudolenta. Sono indagati, anche per distrazione di denaro dalla società alle proprie tasche, Ghirardi e l’ex amministratore delegato Leonardi: in un’industria del calcio che ha un valore di 3 miliardi di euro, e che ne muove 9 considerando l’indotto, è difficile non affermare che è stata, ancora una volta, la sete di profitto dei capitalisti la causa del fallimento del Parma Calcio. Per non parlare degli organi dello Stato: recentemente sono saltati i vertici della Guardia di finanza parmigiana, per aver omesso atti e aver ritardato l’apertura dell’inchiesta. Ancora una volta i sistemi di controllo di questo sistema sono stati dalla parte di capitalisti senza scrupoli, standosene a guardare mentre una società di calcio veniva saccheggiata.

Non è un caso che il tifo popolare, davanti allo stadio cittadino, ha inscenato una protesta affliggendo cartelli che recitavano “Chiuso per furto”. è stata in effetti l’anticipazione dell’atto poi messo in campo dalla Procura, al solito quando ormai il tutto è stato fatto. Dulcis in fundo, la perdita di risorse pubbliche, sfruttate ancora una volta dai capitalisti per aumentare i propri profitti: i debiti con il Comune di Parma ammontano a 1,4 milioni di euro, mentre la stessa amministrazione taglia su risorse fondamentali, come quella dell’assistenza ai disabili. Il fallimento del Parma è l’ennesimo dei tanti, prodotti da un sistema marcio, in cui la sete di profitto dei padroni non risparmia niente. Anche per i lavoratori del settore del calcio, così come per questo stesso sport, che è il più popolare nel nostro paese, l’abbattimento di questo sistema, sarebbe, indubbiamente, un enorme passo avanti.

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