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120.000 morti in trent’anni di conflitto; 25 milioni di poveri, i tre quarti della popolazione, dei quali 11 milioni vivono nella miseria più totale; il tasso di disoccupazione più alto di tutto il Sudamerica, il 21%. Una delle più incredibili concentrazioni della proprietà della terra, dove l’1,5 dei proprietari terrieri possiede l’80% delle superfici coltivabili. Queste alcune cifre che facilitano a capire la situazione disperata in cui si dibattono le masse della Colombia.

Una situazione caratterizzata da una debolezza estrema dell’apparato dello Stato, che controlla di fatto una parte minoritaria del territorio del paese.

Quasi due anni fa il presidente Andres Pastrana ha consegnato ufficialmente un terzo del paese all’amministrazione delle Farc (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia), che ne aveva preso possesso da anni un’altra parte è sotto il controllo dall’Eln (Esercito di Liberazione Nazio-nale, la seconda formazione guerrigliera del paese), mentre si calcola che varie formazioni paramilitari, appoggiate dall’esercito e addestrate "segretamente" dagli Usa controllano un altro terzo della Colombia.

IL PIANO DI WASHINGTON

In realtà il governo si regge unicamente sull’aiuto decisivo degli Stati Uniti, economico e militare. Già cinquemila "consiglieri militari" di Washington addestrano le truppe colombiane ed è sempre più la regola la loro partecipazione ai combattimenti contro la guerriglia.

Dal punto di vista economico, il "Plan Colombia" approvato dal Congresso statunitense di ben 1,3 miliardi di dollari quasi esclusivamente costituiti da aiuti militari, elicotteri, basi radar e aerei spia, rappresenta un salto di qualità nel coinvolgimento nordamericano.

Dietro alle belle parole di Clinton sulla difesa della democrazia e dei diritti umani, lo "zar antidroga", generale McCaffrey, spiega senza pudore il piano "per recuperare il controllo nel sud del paese, attualmente nelle mani della guerriglia". Il vescovo di San Vicente del Caguan, una delle città amministrate dalle Farc, ha avvertito: "Se gli Stati Uniti attuano il "Plan Colombia" e Pastrana acconsente a bruciare le piantagioni di coca, vedremo qui un’altra rivoluzione cubana." (La Nacion, 17 luglio). Il Piano infatti impone la fumigazione delle piantagioni di coca con un fungo micidiale, il fusarium oxys-porum, che attacca tutto quello che trova e di cui non si conoscono gli effetti sulle persone.

Il timore di una escalation tipo Vietnam è condivisa pure dall’Unione Europea che non ha appoggiato il piano di Clinton, preoccupata per l’eventuale destabilizzazione dell’intero subcontinente.

La borghesia Usa è terrorizzata dall’estrema instabilità in Colombia. La comparsa sulla scena della classe lavoratrice, con lo sciopero generale del settembre 1999 e con continue mobilitazioni che si succedono negli ultimi mesi, paralizzando sistematicamente le principali città, ha spostato l’ago della bilancia a favore dell’ala della borghesia yankee che spinge per un intervento sempre più diretto in Colombia.

IL PROGRAMMA DELLE FARC

Il "Plan Colombia" rende palese la completa incompatibilità degli interessi dei contadini colombiani con quelli dell’imperialismo. Non sorprendono perciò gli scarsi risultati ottenuti dalle Farc nei colloqui con rappresentanti di 20 paesi, perlopiù europei, per presentare un progetto per la conversione delle coltivazioni di coca.

Il "piano alternativo", che prevedeva il controllo e la partecipazioni dei contadini e dei guerriglieri sulla sostituzione delle colture, ma anche gli investimenti economici delle potenze straniere, è stato rifiutato dai loro rappresentanti. Pensare d’altronde che dei capitalisti possano investire anche qualche spicciolo in una zona di guerra (sono previsti anche centri di turismo ecologico!) è una pia illusione.

D’altra parte, tutta la strategia delle Farc è incentrata sulla prospettiva di una conclusione favorevole del processo di pace, che porti "a una Colombia nata da un grande accordo nazionale, che sarà controfirmato dall’Assemblea nazionale costituente."

Nell’intervista Raul Reyes, membro del segretariato delle Farc, continua: "Riteniamo che per ottenere definitivamente che la Colombia diventi un paese prospero, degno, per i lavoratori e per il popolo nel suo complesso, sia necessario un modello economico diverso da quello che abbiamo. È il modello socialista. (…) Avviene che ci troviamo in una tappa transitoria, in cui lo stato attuale dovrà aprire le porte, aprire spazi di convivenza mediante la partecipazione di diversi settori." (Intervista pubblicata sul sito web ufficiale delle Farc-Ep)

Prima del socialismo è necessario un periodo di "democrazia" e di sviluppo del capitalismo. Il gruppo dirigente delle Farc pensa che sia possibile un regime di democrazia parlamentare, simile a quello di paesi dell’Europa Occidentale.

Ma la borghesia colombiana e quella statunitense non sono assolutamente disponibili, anzi data la precarietà della situazione interna e il possibile avvento dei repubblicani al potere negli Usa, una svolta autoritaria, promossa dall’esercito e dai paramilitari, risulta una prospettiva molto più probabile.

Le proposte delle Farc sarebbero forse proposte ragionevoli e compatibili con l’economia capitalista in Europa. La creazione di propri sistemi giudiziario e fiscale, che stanno portando avanti nella zona da loro amministrata, non si possono imporre se non distruggendo le milizie paramilitari e colpendo i trafficanti di droga. La riforma agraria proposta dalla guerriglia, con la confisca delle terre dei latifondisti e delle multinazionali e la loro distribuzione ai contadini poveri, mina i pilastri su cui si fonda il capitalismo in Colombia.

Oggettivamente il programma delle Farc pone in discussione l’attuale sistema economico, al di là delle intenzioni dei loro leader.

Secondo tutte le testimonianze, nell’area controllata dalle Farc, il tenore di vita della popolazione è senza dubbio migliore che nel resto del paese. Ma una "zona liberata"circondata da forze ostili non si potrà mantenere a lungo.

UN’ALTRO VIETNAM?

Proprio perché il capitalismo è in pericolo, gli Stati uniti stanno intervenendo in forze nel paese. La Colombia non è però Grenada o Haiti, e nemmeno Panama, dove i marines nel giro di pochi giorni riuscirono a assumere il controllo della situazione. La grandezza del paese, la forza della classe operaia, i 12.000 combattenti delle Farc e i 3.000 dell’Eln e l’appoggio di massa di cui godono rendono la situazione molto più simile a quella del Vietnam, le cui conclusioni tragiche per Washington tutti conosciamo.

Due anni fa con l’arrivo di Pastrana alla presidenza, cominciarono i colloqui di pace tra le Farc e il governo. Il nuovo presidente fu costretto a sedersi al tavolo delle trattative a causa della sua debolezza, ma allo stesso tempo non ha mai fermato gli attacchi dell’esercito alla guerriglia. Ora sia il tavolo di dialogo con le Farc che quello con l’Eln sono a un punto morto ed è evidente, come descritto, un cambiamento di strategia della classe dominante.

Ma anche nel migliore dei casi questi negoziati potranno arrivare a risultati simili agli accordi di Contadora del decennio passato, che servirono a disarmare le guerriglie dell’America centrale di fronte all’imperialismo.

La direzione delle Farc deve rinunciare ad ogni illusione sulle possibilità della democrazia borghese in Colombia. Col-legando la guerriglia contadina alla classe operaia delle città si potrebbe creare un movimento inarrestabile verso l’abbattimento del sistema capitalista, marcio e corrotto, e costituzione di una democrazia operaia in Colombia e poi nel resto dell’America Latina.

Oggi il momento è estremamente favorevole a una prospettiva del genere. Ma non durerà in eterno. Il compito degli attivisti in Europa è quello di imparare da quest’esperienza e aiutare, certo a livello economico ma principalmente politico, la lotta delle masse colombiane.

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