Le lotte di massa impongono la ritirata al governo

 Un anno fa una vera e propria insurrezione di massa scuoteva l’Ecuador e inaugurava il nuovo millennio. Solo a causa della fiducia malriposta dai leaders della rivoluzione nei vertici delle Forze Armate la borghesia poté riprendere il controllo della situazione. (per un’analisi più dettagliata vedi FalceMartello 137).

Il nuovo governo Noboa ha imposto il programma del Fmi e della Banca mondiale, con la dollarizzazione del paese e una politica selvaggia di privatizzazione e smantellamento dei servizi sociali e dell’industria nazionale. Non è riuscito però a fermare l’inflazione, che nel 2000 ha raggiunto il 91%, la cifra più alta di tutto il Sudamerica. Più di tremila aziende hanno chiuso i battenti nel corso dell’ultimo anno, cancellando 200mila posti di lavoro. La percentuale di persone che vive sotto il livello di povertà è passato dal 70 al 79%.

L’Unicef ha riassunto molto bene la situazione in un suo rapporto: "In un anno, l’Ecuador è tornato indietro di cento".

La repressione del regime non è riuscita a fermare le lotte durante tutto l’anno passato. I militari "golpisti" (che in realtà avevano appoggiato il movimento popolare) sono stati amnistiati in aprile. La Confedera-zione dei popoli indigeni (Conaie) ha mantenuto pressoché intatte le proprie strutture, continuando insieme ai sindacati a convocare mobilitazioni e scioperi e un milione di firme (su 11 milioni di abitanti) sono state raccolte per un referendum contro la dollarizzazione.

Una nuova ondata di lotte

Un nuovo salto di qualità è giunto con l’annuncio di un nuovo pacchetto di misure di austerità da parte del governo all’inizio di gennaio, con l’aumento del prezzo del gas combustibile (100%), dei biglietti dei trasporti pubblici (+75%) e della benzina (+25%). Una chiara provocazione, visto che erano state misure molto simili a far iniziare la rivoluzione di un anno fa.

Blocchi stradali, scioperi e manifestazioni si sono rapidamente diffusi a tutto il paese, anche se non hanno raggiunto i livelli dell’anno scorso, quando parlamenti del popolo erano stati eletti in tutte le province del paese, veri e propri embrioni di organismi di potere alternativi. Diecimila indios, in gran parte contadini poveri cominciano a convergere verso Quito, la capitale.

Il presidente Noboa tenta allora di mostrare la faccia dura del regime. Il 2 febbraio dichiara lo stato di emergenza, proibisce ogni manifestazione e arresta i dirigenti della Conaie, come Antonio Vargas, e del sindacato. L’Università salesiana, dove gli indigeni avevano trovato rifugio, è circondata dalla polizia antisommossa. Le "forze dell’ordine" sparano sui manifestanti nella provincia di Napo, uccidendo cinque persone. Sono fedeli esecutori della volontà dell’organizzazione degli industriali, che implora "misure decise, come la repressione e l’arresto di tutti i manifestanti".

Ma le mobilitazioni non diminuiscono di numero, tutt’altro. Per il 7 febbraio i principali sindacati di categoria convocano uno sciopero generale. La notte precedente il governo accetta un accordo, che rappresenta nei fatti una vittoria delle masse, anche se parziale, con

l’esecutivo che arretra su tutti gli aumenti proposti.

Cosa ha fatto retrocedere i governanti di Quito? I padroni e i vertici delle forze armate, durante i dieci giorni di proteste di massa, avrebbero voluto attuare dieci colpi di stato. Washington avrebbe come minimo chiuso bonariamente un occhio davanti a una nuova dittatura in Sudamerica, l’avrebbero considerata l’unica alternativa praticabile al caos. Tale prospettiva è ancora all’ordine del giorno nel prossimo periodo, stante la situazione di stallo e l’estrema debolezza della borghesia ecuadoregna.

Una serie di fattori, tuttavia, hanno fatto prevalere la linea morbida all’interno della classe dominante. In primo luogo la possibilità che lo sciopero generale, convocato in risposta alla repressione dalle centrali sindacali, potesse avere un grande successo. L’appoggio della popolazione, esasperata per i morti e per gli attacchi della polizia, agli assediati nell’Università salesiana, infatti, aumentava.

Divisioni nella Forze Armate

In più era chiaro che le Forze armate non erano assolutamente disponibili ad imbarcarsi nell’avventura di un colpo di Stato. Anzi, una mossa del genere avrebbe con ogni probabilità condotto a una situazione simile alla rivoluzione del gennaio 2000, con una parte dell’esercito che avrebbe appoggiato gli insorti, ma a un livello più alto, avendo gli ufficiali di rango inferiore già sperimentato amaramente le conseguenze di aver riposto eccessiva fiducia nei propri generali. Secondo alcune fonti, settori dell’Esercito e dell’Aviazione simpatizzavano per l’azione della Conaie, mentre era la Marina, tradizionalmente l’arma dove la borghesia locale indirizza i suoi rampolli, a premere per una svolta reazionaria.

Sull’atteggiamento dei militari, è interessante l’intervista rilasciata dall’ex colonnello Lucio Gutierrez, uno dei capi del levantamiento dell’anno scorso. "Le Forze armate non possono essere complici della disintegrazione dei nostri Stati: sarebbe un tradimento storico e imperdonabile, levare loro la propria identità, il proprio patriottismo, a favore del Marketing neoliberale". Continua spiegando che vede il presidente del Venezuela Chavez come un "punto di riferimento"e che pensa sia "imperativo propugnare l’unità militare

latinoamericana contro la globalizzazione". (Pagina 12, 04/02/2001)

Questo ex ufficiale, che prevedeva alcuni giorni prima la sconfitta di Noboa e che si propone di abbattere il suo governo, non è una voce isolata. Riflette tutto lo scontento e l’insoddisfazione delle classi medie dell’Ecuador e del resto dell’America Latina verso l’attuale crisi economica e la miseria crescente, che comincia a colpire strati sociali fino a poco tempo fa privilegiati. La rabbia di Gutierrez nel vedere il proprio paese depredato dalle multinazionali e il disgusto verso la codardia dell’élite al potere che svende ogni risorsa nazionale, sono sentimenti condivisi da tanti suoi compagni d’armi, e ne sono testimonianza gli avvenimenti del gennaio 2000.

In una situazione dove la forza dei contadini poveri e dei lavoratori è enorme, un pronunciamento militare potrebbe avere un carattere per nulla reazionario. D’altra parte, militari come Gutierrez che si oppongono al Plan Colombia, il piano statunitense per sconfiggere la guerriglia delle Farc e dell’Eln, si pongono oggettivamente in rotta di collisione con le volontà delle classi dominanti del continente.

Ma la ricerca di un "antiliberismo nazionalista e progressista", che non intacchi le strutture portanti del sistema capitalista, non è nient’altro che un’utopia. Lo sta dimostrando Chavez in Venezuela. Nonostante l’aumento di prezzi del petrolio, il settore centrale dell’economia di Caracas, il paese si dibatte nella crisi economica più nera. I profitti provenienti dall’oro nero li stanno facendo le multinazionali americane, presenti coi loro pozzi in Venezuela, che Chavez non ha il coraggio di espropriare. Un tentativo di seguire la stessa strada in Ecuador si risolverebbe nel più, tragico dei fallimenti.

Così i lavoratori e i contadini dell’Ecuador devono contare solo sulle proprie forze. Ancora una volta hanno dimostrato la propria volontà di lottare. Questa importante vittoria parziale sicuramente fornirà ulteriori fiducia ed energie necessarie per intraprendere nuove lotte. Ma queste energie devono essere utilizzate anche e soprattutto per imparare le lezioni della rivoluzione mancata del gennaio 2000: la necessità di un programma di trasformazione socialista della società, e di un partito rivoluzionario che sia lo strumento di tale cambiamento.

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