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L’inizio della rivolta zapatista, nel gennaio del 1994, ha segnato un punto di svolta in America Latina e sul piano internazionale. Le concezioni del subcomandante Marcos, hanno conquistato grande popolarità nei movimenti contro la globalizzazione, e tra gli intellettuali di sinistra.

L’11 marzo del 2001 si è giunti all’apice di questo processo con l’arrivo della delegazione zapatista a Città del Messico e la manifestazione di massa che ha accolto i dirigenti dell’Ezln, un successo strepitoso dal punto di vista della partecipazione.

Si è scatenata di conseguenza una vera e propria mania collettiva. Chi scrive non condivide tutto questo entusiasmo per le teorie del subcomandante Marcos, anche se ovviamente questo non ci impedisce di vedere l’importanza che ha rivestito in questi anni la rivolta in Chiapas alla quale diamo tutto il sostegno possibile.

Siamo oltremodo convinti che la critica tra rivoluzionari quando è costruttiva è un bene irrinunciabile che non corrode l’unità di lotta, caso mai la rafforza. D’altra parte se c’è qualcosa che ha caratterizzato il movimento zapatista in passato è stato proprio quello di saper riconoscere con grande onestà i propri errori così come i risultati ottenuti, senza aver la pretesa di depositare il verbo.

L’articolo che segue si basa sugli appunti presi durante una discussione che ho tenuto quest’inverno con il compagno ed amico Ruben Rivera Alvarez, dirigente delle recenti lotte all’Unam (università autonoma) di Città del Messico e redattore del mensile marxista El Militante.

L’identità di vedute tra noi è totale. Gli sono dunque debitore perchè mi ha aiutato a capire le reali dinamiche della società messicana all’interno delle quali si inserisce l’azione degli zapatisti.

Per ragioni di spazio devo trascurare molti aspetti della cronaca recente e delle concezioni ideologiche di Marcos limitandomi invece a una breve ricognizione storica sulle posizioni assunte dall’Ezln in questi anni, promettendo comunque ai lettori di pubblicare in futuro un documento più approfondito che affronti questi e altri temi di importanza cruciale.

La prima cosa che ha dimostrato il movimento in Chiapas è senza ombra di dubbio l’enorme potenziale rivoluzionario dei contadini poveri. L’insurrezione del 1° gennaio del ‘94 non solo è pienamente giustificata ma merita di concludersi con una vittoria.

E giusto ricordare che il programma difeso agli inizi dagli zapatisti era rivolto a tutti i lavoratori, non perchè appoggiassero la lotta degli indigeni, ma perchè entrassero a far parte di un movimento più generale sulla base delle proprie rivendicazioni (terra, lavoro, istruzione, casa, ecc.).

Il limite dell’insurrezione del gennaio del ‘94 era il suo carattere locale, la chiave di soluzione era l’estensione della lotta dalle campagne alla città e la partecipazione attiva e cosciente del proletariato messicano, protagonista nel corso degli anni ‘90 di lotte durissime contro i processi di privatizzazione e di riconversione delle industrie e dunque molto ricettivo a un appello di questo tipo.

Come vedremo l’Ezln, che pure all’inizio non sottovalutò questo aspetto dell’unità con la classe operaia, lo abbandonò quasi subito.

La realta’ del Chiapas

Il Chiapas è la regione più povera ed emarginata del paese, una delle poche dove la maggioranza della popolazione vive nelle zone rurali, il 30% degli abitanti sono indigeni di cui la quasi totalità sono contadini senza terra.

In Ocosingo, Altamirano e las Margaritas, su 225mila abitanti, il 48% è analfabeta, l’80% delle famiglie vive sotto i livelli minimi di sussistenza, il 75% delle comunità non ha elettricità e oltre la metà non possiede acqua potabile.

Solo nel 1993, anno precedente alla rivolta, sono morti oltre 15mila contadini per malattie provocate dall’indigenza.

La gran parte della superficie agricola è divisa in oltre 2000 comunità, dove il finquero, latifondista e proprietario delle terre le "cede" ai contadini poveri perchè le coltivino tenendo per sè la parte migliore del raccolto.

Il sottosviluppo del Chiapas e di altre regioni del paese, la sua dipendenza semifeudale fu condizione necessaria per lo sviluppo capitalista di altre zone del paese. Il sottosviluppo non fu casuale, ma il frutto cosciente della politica della borghesia nazionale e dei suoi collaboratori nella zona, i quali si sono serviti delle risorse locali (mais, caffè, petrolio, risorse idroelettriche, legname) prodotti a bassi costi nella zona grazie allo sfruttamento selvaggio dei contadini poveri e degli indigeni.

L’insurrezione del primo gennaio del 1994

Il 1° gennaio più di 4000 indigeni male armati, alcuni dei quali solo con bastoni, lanciarono un offensiva per la presa di San Cristobal de las Casa, Ocosingo, Altamirano e Las Margaritas.

Per gli zapatisti il 1° gennaio del ‘94 doveva essere l’inizio di un insurrezione che o si estendeva in tutto il paese fino alla presa del potere o sarebbe stata schiacciata: "In termini molto semplici: l’Ezln era preparata per il 1° gennaio ma non per il 2 di gennaio (...) o l’annichilimento del primo gruppo di linea o il sollevamento di tutto il popolo per abbattere il tiranno; si presentò invece una situazione, che non solo non era intermedia ma che non aveva assolutamente niente a che vedere con le nostre aspettative." (Marcos nell’intervista con Monsivais, La Jornada 8/1/2001).

L’insurrezione in termini militari fu un successo, ma solo nelle regioni di influenza zapatista.

Il fatto che non esistessero strutture organizzate negli altri Stati della Repubblica, nessun tipo di preparazione negli altri movimenti sociali, tanto meno tra gli operai, fu il fattore decisivo perchè l’insurrezione rimanesse circoscritta. La maggior parte dei messicani seppero della rivolta dai media.

Ciò nonostante le masse fecero di tutto per dare il proprio sostegno alla rivolta. A Città del Messico si organizzarono riunioni con centinaia di attivisti dove affannosamente si era alla ricerca di informazioni e si proponevano azioni di solidarietà.

La pressione sociale sull’esercito era tale che, mentre l’Ezln indietreggiava nella selva, tra i soldati c’era un clima di insubordinazione, con casi di diserzione e situazioni in cui le truppe sbagliavano intenzionalmente la mira per non colpire i militanti dell’Ezln.

Ma a dare la svolta alla situazione fu la gigantesca mobilitazione del 12 gennaio 1994 che cambiò i rapporti di forza nel paese costringendo lo stato messicano a più miti consigli.

Quella manifestazione non era composta da "quella massa informe che non risponde a una organizzazione politica in termini classici" che Marcos chiama società civile. Furono in realtà i sindacati, le realtà studentesche, le organizzazioni contadine, i militanti della sinistra, in una parola gli attivisti organizzati che diedero l’impulso principale per fermare quella sporca guerra ed evitare un massacro di proporzioni tragiche.

Di sicuro c’erano in quella manifestazione centinaia di migliaia di non politicizzati che venivano risvegliati dall’insurrezione in Chiapas, cosa che avviene in tutte le lotte importanti, il problema non sta però nel glorificarli perchè non erano organizzati, ma proporre loro un’alternativa politica attraverso la quale unirsi ai loro compagni per rendere più forte il movimento.

L’apertura del dialogo e la prospettiva dell’Ezln

Nella prima dichiarazione dalla Selva Lacandona l’Ezln propose "...la lotta fino all’ottenimento dei bisogni primordiali e la formazione di un governo nel paese libero e democratico".

Si trattava di un proposta dal carattere non socialista, ma democratico-borghese che comunque si rivolgeva a tutti gli oppressi del Messico. Salinas, l’allora presidente del governo tentò invece di dare un carattere prettamente locale alla rivolta in Chiapas riducendo tutto a un problema etnico.

L’errore dell’Ezln fù proprio quello di cadere in questo tranello, invece di continuare a porsi in termini generali e di classe decisero a un certo punto di rappresentare la sola causa indigena.

Tra il 23 febbraio e il 2 marzo si tennero le trattative nella Cattedrale di San Cristobal de las Casas, il governo fece molte promesse che non vennero mantenute.

L’obiettivo vero della tregua era quello di temporeggiare per disarmare il movimento trasformandolo in una forza politica "democratica" come era avvenuto con altre guerriglie sudamericane. Il problema è che a differenza di altri movimenti guerriglieri che avevano perso legami di massa nella loro fase terminale, l’Ezln in quell’epoca aveva forti radici ed era il prodotto di un movimento contadino stanco di promesse, disgustato dalle manovre e dalle bugie dello Stato con una capacità di resistenza enorme.

Le trattative si chiusero in un nulla di fatto, ma il governo ottenne un primo risultato, la direzione dell’Ezln modificò la sua strategia, l’obiettivo del 1° gennaio di abbattere il governo venne sostituito con quello di "arrivare alla pace con giustizia e dignità".

Se in una prima fase si invitava a una sollevazione armata per rovesciare il dittatore, l’Ezln giunse alla conclusione che oramai non serviva promuovere delle organizzazioni di combattimento, ma piuttosto una rete di sostegno per poter trattare con lo Stato da una posizione di forza.

I limiti politici dell’Ezln venivano al pettine, il comandante Tacho, una delle principali figure zapatiste ebbe modo di dichiarare: "Per essere sincero molti di noi erano disposti a prendere le armi, ci eravamo preparati per questo, ma non eravamo preparati per far politica... non avevamo mai pensato che quello che ci serviva era la lotta politica. Ad averlo pensato prima avremmo fatto altre cose... Ma non fu così, io partecipai alla milizia, divenni responsabile locale, poi responsabile regionale e i compagni vedendo il mio lavoro, mi diedero incarichi per cercare, per pensare, parlare di lotta. Così incominciò, ma non ero realmente preparato per la politica".

Nel giugno del ‘94 nella Seconda dichiarazione dalla Selva Lacandona, l’Ezln sembrava smentire se stessa chiedendo la "realizzazione di una Convenzione Nazionale Democratica (CND) sovrana e rivoluzionaria, che proponga un nuovo governo di transizione e una nuova costituzione che garantisca il compimento della volontà popolare". La cosa generò un certo entusiasmo, l’8 agosto 1994 più di 7mila persone di tutte le forze principali della sinistra messicana si trovarono ad Aguascalientes.

Ma Marcos e compagni si presentarono a quella riunione privi di proposte rendendo l’incontro molto dispersivo, non venne proposto alcun piano di unità d’azione e l’idea della CND si dissolse gradualmente con il tempo.

Così nella Terza dichiarazione dalla Selva, del gennaio ‘95, l’Ezln oltre a puntare tutto sull’autonomia per le comunità indigene, si richiama nuovamente alle forze sociali messicane, ma si sottrae dalla responsabilità di dirigere il processo rivoluzionario e fa appello al leader del Prd, Cuahtemoc Cardenas perchè sia lui a dirigere un Movimento per la Liberazione Nazionale (MLN), come fronte ampio dell’opposizione.

Il potere diventa poco importante per gli zapatisti, la logica che sembra prevalere in quel periodo è che se il governo è illegittimo (alle elezioni del ‘94 c’erano stati ogni tipo di brogli elettorali) e non dà risposte, facciamo finta che non esista e agiamo come meglio ci conviene.

L’illusione pericolosa che si potesse "ignorare" lo Stato e il suo apparato militare verrà purtroppo smentita dalla nuova offensiva militare che si stava preparando.

L’offensiva militare e il massacro dell’Acteal

Il 9 febbraio del ‘95 l’esercito occupa Guadalupe Tepeyac, luogo in cui si riuniva la CND arrestando militanti e simpatizzanti dell’Ezln. La reazione delle masse sarà incisiva e il governo sentendosi costretto a fare nuovamente un passo indietro "tende la mano" all’Ezln. In realtà sottobanco continuava la guerra con altri mezzi organizzando gruppi paramilitari tesi a generare un clima di terrore.

Nel gennaio del ‘96 appare la Quarta dichiarazione della Selva Lacandona che propone la formazione del Fronte Zapatista di Liberazione Nazionale (FZLN), di fatto rispetto alla CND e al MLN, viene abbandonata completamente l’idea di un fronte ampio di lotta esteso alle organizzazioni operaie, contadine, studentesche e si fa un appello a costruire una forza di esclusivo orientamento zapatista. L’obbiettivo era quello di preparare uno sbocco legale all’Ezln trasformandola da organizzazione armata in forza politica regolare. Ma il governo si preparava nuovamente a riprendere la via del terrore e ogni possibile trattativa per la fuoriuscita dell’Ezln dalla illegalità sfumò.

Il 29 novembre del ‘96 la Commissione di Concordia e Pacificazione (COCOPA) fece una proposta di legge "sull’autonomia indigena", il governo considerando l’inconsistenza di quella proposta pensava che l’Ezln non l’avrebbe mai accettata. Cosi non fu, a quel punto modificarono la proposta rimettendo in discussione diversi punti sulla democrazia e l’autonomia.

Lo scopo era quello di trovare una scusa, un casus belli per aggredire nuovamente l’Ezln e riprendere l’offensiva militare; il 14 marzo vengono assassinati 4 simpatizzanti dell’Ezln nel municipio di San Pedro Nixtaluicum. Il 22 dicembre del ‘97 un gruppo paramilitare filogovernativo (Mascara Roja) massacra nella comunità di Acteal 45 contadini indigeni. Nei giorni a seguire poliziotti con militanti del Pri e gruppi paramilitari deporteranno intere comunità indigene.

Il massacro di Acteal provocò un sentimento di ripulsa in tutto il paese e a livello internazionale. Le immense mobilitazioni del gennaio del ‘98 aprivano nuovamente uno spazio per far avanzare il livello della mobilitazione sul piano nazionale, il rovesciamento del governo Zedillo, responsabile dei massacri era possibile, ma l’Ezln non avanzò mai questa richiesta proprio nel momento in cui poteva giocare un ruolo decisivo.

Nel giugno ‘98 ci sarà la Quinta dichiarazione che sancirà definitivamente la svolta minimalista. Tutto il programma di Marcos si ridurrà al "riconoscimento dei diritti del popolo indio e la fine della guerra di sterminio.".

Di fronte alla repressione dello Stato si risponderà: "Il nostro silenzio ha denudato il potente e ha mostrato quello che è: una bestia criminale"

Gli zapatisti non rispondevano alla repressione non perchè impossibilitati, ma perchè assunsero la "non risposta" come fine tattico. Risultato: comunità intere si troveranno a far fronte disarmate alla violenza del regime.

Se le forze repressive dello Stato a un certo punto cessarono di combattere non fu per il "silenzio" dell’Ezln, ma per il valore e l’energia con la quale decine di migliaia di contadini e indigeni lottarono senza aiuto con i loro mezzi di fortuna nelle zone di confine.

L’elezione di Fox e la marcia sulla Capitale

Il 2 luglio viene eletto presidente Vicente Fox, rappresentante del settore più reazionario della borghesia messicana. Non a caso il suo partito (il PAN) era stato fondato da Gomez Morin simpatizzante del fascismo e del franchismo.

Fox poco dopo essere eletto per darsi un immagine democratica ordinerà l’arresto di un gruppo paramilitare mostrandosi "disponibile al dialogo", il che è sufficiente per spingere Marcos a dare un riconoscimento al nuovo partito di governo: "Il Pan di oggi ha poco a che vedere con quello di Gomez Morin".

Non solo, il subcomandante fa un appello, niente meno che all’Onorabile Parlamento dell’Unione messicana dicendo: "Il Parlamento dell’Unione non deve cadere nell’inerzia di essere cassa di risonanza del Governo. L’equilibrio nella composizione delle Camere obbligherà i legislatori al dialogo, in quanto rappresentanti popolari e non come rappresentanti di partito. Il potere legislativo non deve trasformarsi in una arena di pugilato politico tra i rappresentanti... Perchè lo spazio per il confronto di queste differenze è nel terreno elettorale di fronte ai cittadini. Come legislatori non è al partito che rappresentano, ne agli elettori che bisogna dar conto ma al paese... il legislatore deve fare quello che necessita al paese. Devono avere una visione di Stato... Devono essere sensibili ai grandi problemi nazionali... Per la soluzione dei grandi problemi sono necessarie l’intelligenza, la creatività e l’audacia".

Quanto sono distanti queste dichiarazioni da quelle del ‘94 quando ci si proponeva di rovesciare il regime e gettare le basi per un nuovo Messico. Quando nel ‘94 un reporter domandò a un contadino le ragioni dell’insurrezione, la risposta fu "per il socialismo".

Che cosa è rimasto di tutto questo? Ormai Marcos parla come un leale oppositore, che riconosce la "democrazia" messicana, e chiede ai "rappresentanti" del paese di avere "visione di Stato".

Ma di quale Stato si sta parlando? Quello che ha ucciso migliaia di contadini in Chiapas, che ha finanziato i gruppi paramilitari, quello Stato che reprime brutalmente le mobilitazioni operaie e contadine in tutto il paese?

Se c’era bisogno di ulteriori dimostrazioni l’esperienza dell’Ezln ci insegna che quando un movimento (per quanto onesto e valoroso) decide di accantonare la questione del potere, di quale classe esercita il controllo sulla società, inevitabilmente presto o tardi si adatterà su posizioni riformiste.

La marcia della delegazione zapatista giunta a Città del Messico l’11 marzo 2001 con il comizio del subcomandante e il suo intervento di fronte al Parlamento di per sè non risolve alcun problema reale e per certi aspetti è congeniale al disegno di Fox che tenta di rafforzare la sua immagine di "democratico" e di uomo del dialogo.

Chi nella sinistra italiana ha sprecato in questi giorni ettolitri di inchiostro per elogiare le gesta del subcomandante dovrebbe guardare in faccia questa triste realtà e piuttosto che esaltarsi per le eleganti, poetiche e innovative parole di Marcos, dovrebbe domandarsi se queste in realtà non nascondono una rinuncia da parte del gruppo dirigente zapatista a continuare la lotta contro il capitalismo e contro quello Stato che tutela gli interessi fondamentali della classe dominante.

Si pensa così forse di evitare altri morti, ma purtroppo ci si illude, i massacri potrebbero riprendere dopo questa fase di tregua, i "signori deputati" messicani hanno sì "visione di Stato" ma non quella che pensa Marcos, non esiteranno un secondo nel futuro a votare nuovi finanziamenti per l’esercito o nel dare sostegno a nuove carneficine se riterranno che quello è il modo migliore per difendere il loro Stato, lo Stato della borghesia.

Ma anche se così non fosse, nell’ipotesi migliore i contadini forse non moriranno combattendo ma continueranno a morire per stenti, per fame e per malattie.

La questione dell’autonomia indigena può trovare soluzione a condizione che si liberi il Messico dalla schiavitù di classe. Le due cose si presentano assieme o non si presentano affatto.

In questi anni nel Chiapas le condizioni di vita della popolazione sono diventate sempre più insopportabili. Se pure venisse concessa dal governo una parvenza di autonomia, cosa risolverebbe? Ci sarebbe un "controllo dal basso" su come distribuire meglio la povertà. Una sorta di socializzazione della miseria dove i meccanismi infernali di sfruttamento imposti dal capitalismo continuerebbero ad affamare la popolazione.

Per questo, oggi più che mai, la soluzione al problema dei lavoratori e dei contadini, in Chiapas come in tutto lo Stato, passa per l’espropriazione della proprietà privata (dei latifondi come delle multinazionali). Un obiettivo che può essere ottenuto solo per via rivoluzionaria, ponendosi dunque il problema "tanto detestato" della conquista del potere politico. Si può chiudere gli occhi di fronte a questa realtà, ma questo non cambia l’essenza delle cose e in gioco non è tanto la teoria, ma il futuro stesso della rivoluzione messicana.

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