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La cattura di Saddam Hussein, avvenuta la mattina del 13 dicembre, ha dato agli angloamericani una piccola boccata d’ossigeno, ma lo scenario non diventa per questo più favorevole all’imperialismo e sarebbe un errore scambiare le manifestazioni di giubilo di pochi (in alcuni casi - documentati - pasturate da qualche dollaro distribuito ai passanti per gioire davanti alle telecamere), per l’inizio di una luna di miele fra le masse irachene e l’Amministrazione coloniale.

 

Bush e Blair hanno tentato di giocarsi la carta della cattura di Saddam soprattutto in chiave interna, per controbilanciare le crescenti critiche alla loro gestione (a dir poco disinvolta) della vicenda irachena, ma anche su questo fronte i risultati non sono stati che effimeri.

Dal primo maggio 2003, data in cui Bush ha dichiarato finita la guerra, ad oggi, la situazione è andata peggiorando di giorno in giorno e nei dibattiti televisivi e sui giornali nordamericani fa capolino con insistenza lo spettro del Vietnam, che molti credevano da tempo esorcizzato - una parola densa di significati sinistri per la classe dominante statunitense, sinonimo di sconfitta e di catastrofe.

Come abbiamo sottolineato più volte, con la guerra all’Iraq, l’imperialismo ha tentato di risolvere la sua difficoltà ad imporre la propria egemonia sul mondo con mezzi “normali” (potere economico, finanziario, diplomazia, ecc.). Lo ha fatto con una fuga in avanti, senza aver preparato adeguatamente la guerra, ma soprattutto senza avere chiaro un piano per il dopoguerra.

Sconfiggere un regime ed un esercito o sottomettere un intero popolo, però, non sono la stessa cosa. L’arroganza con cui gli imperialisti hanno imposto il loro tallone di ferro calpestando ogni sentimento delle masse, e il saccheggio quotidiano delle risorse del paese, hanno rinfocolato l’odio antimperialista in tutto il Medio oriente.

 

Il vero volto dell’occupazione

 

A dispetto delle tante parole spese da Blair e Bush sulla democrazia e sulla liberazione degli iracheni, il regime d’occupazione ha mostrato dal principio il suo vero volto di dittatura oppressiva ed arbitraria.

I casi di abuso delle truppe di occupazione documentati sono migliaia: rastrellamenti notturni casa per casa, posti di blocco, retate perfino nelle scuole (per esempio il 22 dicembre alla Amriyeh High School 100 soldati americani in tenuta da combattimento, protetti da carri armati e scortati da poliziotti iracheni, hanno fatto un blitz per arrestare pericolosi quindicenni colpevoli di aver manifestato la propria rabbia sventolando qualche ritratto di Saddam); violenze brutali al minimo cenno di reazione, arresti arbitrari con migliaia di persone internate per settimane o mesi in campi di concentramento, ammassati al freddo come bestie solo sulla base di un sospetto o di una carta d’identità siriana o palestinese. A novembre sono stati addirittura bombardati interi quartieri per il sospetto che vi si annidasse la guerriglia.

Tutto ciò non avviene per fare la “guerra ai terroristi”, ma per tenere soggiogata e sottomessa una popolazione che sta letteralmente morendo di fame a causa della disoccupazione (oltre la metà dei 7 milioni di lavoratori iracheni) e delle distruzioni portate dalla guerra.

Decine di migliaia di famiglie sono rimaste senza casa per i bombardamenti (70mila solo a Saddr City, un distretto di Baghdad). In questi mesi la carenza di alloggi ha comportato un rincaro sensibile degli affitti. La decisione dell’amministrazione coloniale di “liberalizzare il mercato” abolendo i sussidi precedentemente erogati, ha gettato sul lastrico altre migliaia di famiglie.

Le manifestazioni e le proteste di massa della popolazione contro gli abusi o per rivendicare la soluzione dei problemi più pressanti sono frequenti e spesso duramente represse. Ai casi più eclatanti che “fanno notizia” come la rivolta in ottobre di un’intera città, Baiji (200 km da Baghdad, sede della più grande raffineria irachena), si sommano uno stillicidio di proteste alimentate dalla miseria generalizzata e dall’oltraggio. Queste lotte esplodono ovunque, non solo nel famigerato “triangolo sunnita”. Manifestazioni di massa nella città sciita di Hillah hanno portato alle dimissioni del governatore della regione. Oggetto della protesta anche l’applicazione delle leggi antisindacali del regime di Saddam da parte dell’Amministrazione coloniale.

 

Transizione dell’Iraq agli iracheni?

 

I soldati americani reagiscono con sempre maggior violenza agli attacchi, incuranti (a volte anche incapaci) di distinguere tra civili e guerriglieri, come nel caso della strage di Samarra a dicembre; hanno paura perché cominciano a sentirsi pedine sacrificabili in un gioco più grande di loro. Migliaia sono entrati nell’esercito per ottenere la cittadinanza, come il primo soldato “americano” morto nella guerra. Sentono l’ostilità generale della popolazione. I loro compagni uccisi sono ormai centinaia, migliaia i feriti (ma per ogni militare Usa morto, le vittime civili di questa “pace” sono dieci volte superiori). Logoramento psicologico e stress emotivo legati alla permanenza in Iraq sono alla base di migliaia di rimpatri di soldati della coalizione.

Le crescenti difficoltà hanno portato Bush a promettere una “transizione” del potere agli iracheni entro il primo luglio 2004, chiarendo che comunque le truppe angloamericane non avrebbero lasciato per diversi anni il paese. Questo obiettivo sembra essere oggi del tutto irraggiungibile.

Fulcro della strategia dell’imperialismo è la costituzione di un apparato di polizia irachena, ma secondo il Dipartimento della difesa al 15 di dicembre gli obiettivi di reclutamento e formazione erano stati rispettati per uno scarso 50% - 12.600 su 27.500 e solo 100 in addestramento, con un problema di defezioni significative dal primo contingente e di difficoltà a reperire nuove candidature.

Gli “aiuti” economici sono serviti solo a foraggiare il lauto banchetto della “ricostruzione”, una torta da 500 miliardi di dollari su cui ingrassano multinazionali come Halliburton (ora inquisita per aver gonfiato le note spese per 100 milioni di dollari) e Bechtel Corporation, che riforniscono l’Apc di ogni cosa (dalle gomme da cancellare, ai carburanti ai mitra, ai corsi di formazione per amministratori e poliziotti), a cui sperano di aggiungersi anche i “pacifici” capitalisti francesi, russi e tedeschi, destinando agli iracheni solo le briciole che cadono dal tavolo.

Dall’amministrazione coloniale (chiamata eufemisticamente “Autorità provvisoria di coalizione”, Apc) si dipana una rete clientelare di prebende ai capi tribù e ai potenti locali, capace di alimentare una spirale di corruzione più che di comprare consenso.

L’economia, ad otto mesi dalla “fine” della guerra, stenta a ripartire. Un rapporto del Dipartimento della difesa Usa del 15 dicembre rivela che l’Apc sta fallendo tutti i suoi obiettivi nella produzione di combustibili (per esempio la produzione di gasolio è solo il 54% della produzione attesa). La produzione di energia è a 3.500 Megawatt (su un obiettivo di  5mila), precipitando l’Iraq in una crisi energetica paradossale per il secondo paese per riserve petrolifere al mondo, un vero mistero se non fosse che le imprese incaricate di rimettere in sesto la produzione energetica del paese sono le stesse che forniscono a prezzi esorbitanti i combustibili e l’energia mancanti.

La rete telefonica danneggiata dalla guerra non è ancora stata ripristinata, ma in compenso sono già pronti i bandi per l’appalto a tre compagnie di telefonia cellulare, dimostrando il più completo disprezzo per le necessità primarie della popolazione. Gli ospedali infatti sono privi di mezzi e medicinali e sono accessibili solo a pochi privilegiati.

Solo 1.812 scuole su 11.939 danneggiate sono state riparate, ma un controllo su un campione di 20 ha rivelato che “il lavoro fatto è orribile”, secondo le parole di Linda Scharf, funzionaria statunitense adibita ai controlli.

 

Resistenza nazionale o rivoluzione socialista?

 

Nella stampa occidentale quando si parla di “Resistenza irachena” si tende a parlare solo delle formazioni armate guerrigliere protagoniste degli attacchi alle truppe occupanti e alle forze collaborazioniste (polizia, istituzioni locali, leader politici di partiti che sostengono l’Apc), dimenticandosi spesso e volentieri che l’aspetto prevalente non è quello militare, ma l’attiva partecipazione delle masse alla lotta contro l’occupazione. Un’ulteriore mistificazione viene fatta confondendo i militanti nazionalisti iracheni con i fondamentalisti di al-Quaeda, che opera separatamente e in cui la guerriglia d’ispirazione prevalentemente laica non si riconosce.

L’occupazione americana spinge sempre più l’Iraq in un baratro di miseria e conflitti, ed è trasparente l’intenzione degli occupanti di frantumare il paese su linee etniche e religiose, creando un caos sanguinoso sul quale possano continuare impunemente a dominare.

A questa barbarie il movimento di resistenza potrà fare fronte solo unendo la lotta per la cacciata degli invasori alla prospettiva rivoluzionaria e socialista, l’unica che può parlare a tutte le masse irachene senza distinzione tra kurdi, sciiti e sumiti, e aprire un aprospettiva per l’intero mondo arabo.

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