Breadcrumbs

A Falluja l’esercito americano ha portato avanti una delle più grosse operazioni militari dai tempi del Vietnam: i soldati statunitensi per diversi giorni hanno messo a ferro e fuoco un’intera città. La distruzione e i massacri prodotti da questo attacco rappresentano un atto criminale inaudito verso il popolo iracheno. In tutto l’Iraq è il caos. La lotta fra l’esercito occupante e la guerriglia irachena attraversa ogni parte del paese.

L’8 Novembre ha preso il via l’offensiva militare Furia del Fantasma. Circa 15 mila uomini hanno accerchiato la città di Falluja, una delle città del celebre “Triangolo Sunnita” dove è particolarmente forte la guerriglia irachena. L’esercito USA, prima di penetrare nella città, ha portato avanti, con aerei caccia ed elicotteri, bombardamenti a tappeto sugli edifici del centro. In seguito, nonostante l’accanita resistenza dei miliziani iracheni, l’esercito americano è riuscito a prendere con i suoi carri armati il controllo delle vie principali di Falluja.

Nell’attacco i soldati Usa hanno ucciso più di 2.000 iracheni. Circa 200mila persone sono scappate dalla città e ora non hanno più una casa. La furia degli occupanti è stata impressionate: la città è devastata dalle bombe, gli edifici sventrati, le strade sono dei crateri dove giacciono rottami e cadaveri in putrefazione abbandonati e insepolti, manca completamente l’acqua e l’elettricità. Il sergente Todd Bowers del Quinto Reggimento, incaricato di quantificare i danni, è stato costretto ad ammettere che “la distruzione è incredibile. Qualcosa di impressionante”.

Dai rapporti e dai filmati che hanno raccontato la violenza dei soldati americani, sono emersi particolari raccapriccianti dell’operazione. Mentre entravano in Falluja, i marines sparavano a qualsiasi cosa si muovesse. È stata denunciata l’uccisione di 20 addetti dei servizi medici e decine di altri feriti in una clinica, dopo un rastrellamento dei soldati americani. Ha fatto il giro del mondo il filmato di un militare Usa che spara a un iracheno ferito a terra mentre chiedeva aiuto. Molti civili che sono rimasti in città sono intrappolati nelle loro case, ma il comando americano ha dichiarato che tutto è sotto controllo e che “non c’è alcun bisogno di portare aiuti in città, perché noi abbiamo i nostri aiuti per la popolazione”.

La farsa delle elezioni

Tutto l’Iraq è caduto in questo inferno. La popolazione irachena è a pezzi, assediata da un esercito straniero, senza pane e senza lavoro. Nonostante ciò l’amministrazione Bush sembra aver comunque trovato il rimedio ai mali che attanagliano il paese: la “Democrazia”, è questo il dono che il magnanime imperialismo occidentale offrirà alle masse affamate.

La conferenza internazionale di Sharm el Sheikh ha lanciato il 30 gennaio come data ufficiale per le elezioni in Iraq. Gli americani stanno registrando gli iracheni alle liste elettorali in modo alquanto bizzarro. Il sistema utilizzato è quello del “Cibo per il voto”. Ogni iracheno che chiede la tessera annuale per ricevere razioni mensili di alimenti potrà esercitare il suo diritto di voto. Questa subdola operazione serve a cavalcare la fame di cui soffre la popolazione povera per spingere gli iracheni a partecipare alla votazione di Gennaio, ben orchestrata per rieleggere l’attuale presidente Allawi, il pupazzo degli americani.

Queste elezioni non riusciranno a creare le basi per un governo solido in grado di gestire il paese. Oggi in Iraq esistono solo due poteri reali: l’esercito americano e la resistenza.

Se gli Usa si ritirassero dall’Iraq, e per il prossimo periodo non sembrano intenzionati a farlo, il futuro governo iracheno non sarebbe assolutamente in grado di comandare neanche una città. Al confronto di Allawi, anche Karzai, il presidente filoamericano dell’Afghanistan che a mala pena riesce a governare Kabul, appare come l’imperatore Augusto.

Gli Stati Uniti non riescono a crearsi in Iraq un appoggio stabile nella popolazione e lo stato fantoccio che faticosamente cercano di mettere in piedi è come un castello di carta, che crolla al primo soffio di vento. Basta guardare allo stato della polizia irachena: inaffidabile e inutilizzabile nelle operazioni militari contro la resistenza. Dall’inizio del conflitto si sono verificati già diversi episodi di ammutinamento dei reggimenti iracheni addestrati sul posto dagli americani.

Anche il gigantesco affare del petrolio iracheno si è parecchio ridimensionato. Gli introiti che le multinazionali americane fanno grazie al “furto” del petrolio iracheno non sono quelli che i falchi di Washington si aspettavano. I continui sabotaggi dei pozzi ad opera della guerriglia minano il pieno sfruttamento delle risorse petrolifere. Solo nella settimana tra il 14 e il 21 Novembre si sono verificati ben 6 sabotaggi ad altrettanti pozzi. Anche l’impiego di tecnici stranieri per l’utilizzo dei giacimenti diventa sempre più difficile. Quante persone sono oggi disposte ad andare a lavorare in Iraq? La propria vita vale uno stipendio da 20-30 mila dollari al mese?

Così l’impresa imperialista in Iraq si sta rivelando un pantano da cui non è facile uscire. Per gli Stati Uniti tornarsene a casa non è assolutamente facile: darebbero un inequivocabile messaggio di sconfitta a tutto il mondo, la loro egemonia mondiale verrebbe logorata ulteriormente e le popolazioni dei continenti più oppressi prenderebbero coraggio nel loro percorso di emancipazione dall’imperialismo.

A conferma di questa situazione nel prossimo periodo, anche per reggere la farsa delle elezioni, l’amministrazione Bush sarà costretta a mandare in Iraq addirittura più truppe.

Dalle 142mila unità presenti oggi sul suolo iracheno si passerà a breve a 158mila. Oltre al costo enorme che il governo americano dovrà sopportare per tale massiccio impiego di soldati, vi saranno difficoltà nel trovare nuove reclute disposte ad andare a combattere in Iraq. Infatti ad oggi vi sono già stati 1.200 soldati americani uccisi nel conflitto e quasi 5mila feriti. Il morale all’interno delle truppe Usa è basso. Alcune fonti rivelano che un soldato su tre fa uso di droga per sopportare lo stress e l’ansia. Anche il tasso dei suicidi tra le fila dei marines è in aumento (due casi al mese), e si sono registrati episodi dove qualche soldatessa americana impiegata in Iraq si è fatta addirittura ingravidare per essere rispedita a casa. Non è da escludere che a breve potremmo iniziare a vedere i primi ammutinamenti all’interno dello stesso esercito statunitense.

Quale programma per la resistenza?

Davanti alla sollevazione di migliaia di iracheni contro l’invasione imperialista risulta sempre più problematica l’identificazione tra terrorismo e resistenza, che le forze della reazione vorrebbero far passare anche all’interno del nostro paese. La distruzione dell’Iraq stringe la popolazione irachena attorno alla resistenza. A differenza del Vietnam non c’è una giungla dove nascondersi, né l’Unione Sovietica o la Cina che forniscono armi ai ribelli: in queste condizioni la forza e l’iniziativa della guerriglia è quasi sorprendente. In condizioni difficilissime, con una strategia di attacchi improvvisi, seguiti da ritirate e da rapidi spostamenti, i guerriglieri iracheni stanno provocando seri danni all’esercito americano. I soldati Usa, anche quando conquistano una città, non hanno la minima certezza di aver ottenuto un’effettiva vittoria sulla guerriglia. Nella stessa battaglia di Falluja, pare che la maggior parte dei miliziani sia riuscita a mettersi in salvo verso Ramadi. Tuttavia per liberare il paese dagli americani e per impossessarsi del potere non basta colpire il nemico per poi dileguarsi. Nonostante le difficoltà in cui si trova ad agire la resistenza irachena è indispensabile innanzitutto la strutturazione ed il coordinamento del movimento di liberazione. La nascita di un fronte di liberazione, con un’unica direzione centrale è il primo passo per organizzare un vero contropotere all’esercito Usa. Quando è attaccata una città devono venire in aiuto altre città, proclamando lo sciopero generale nel paese, assistendo le forze della resistenza accerchiate dagli occupanti e offrendo una via di fuga ai combattenti in caso di ritirata. Un organo di direzione centrale dovrebbe essere sottoposto al controllo dei militanti che partecipano al movimento della resistenza e in caso di tradimento questa direzione deve poter venire revocata e rieletta. All’interno di questo fronte sarebbe fondamentale una presenza forte ed egemonica di una forza marxista che sappia collegare la lotta di liberazione con un programma rivoluzionario per un Iraq socialista. Chi deve governare l’Iraq? Solo la classe operaia irachena insieme alle masse emarginate potrà assicurare la pace ed un futuro al paese, devastato prima dalla dittatura di Saddam e poi dalla brutale guerra imperialista. 

Come? Gestendo direttamente lei stessa la produzione dei pozzi petroliferi e la distribuzione degli alimenti nelle diverse città. Per fare ciò sarebbe indispensabile ripristinare la tradizione dei consigli operai, che presero vita in Iraq nei periodi rivoluzionari. Solo la formazione di un governo di operai e combattenti, isolando i terroristi e gli integralisti reazionari, può garantire che l’Iraq non venga diviso dall’imperialismo su linee etniche. Un tale governo dovrà assicurare la massima libertà e gli stessi diritti alle varie componenti etniche e religiose presenti nel paese. L’Iraq socialista rivoluzionario sarebbe un polo di attrazione per tutte le masse arabe e potrebbe aprire la strada ad una federazione socialista di tutto il Medioriente.

Joomla SEF URLs by Artio