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Il 25 ottobre la multinazionale svedese dell’elettrodomestico Electrolux ha avviato una indagine dei quattro stabilimenti italiani che si concluderà nell’aprile del 2014. Lo scopo è verificare la sosteniblità delle produzioni in Italia e quindi mettere in atto tutte le misure in grado di consolidare la competitività e aumentare i profitti. In esplicito, questo può significare il mantenimento, il ridimensionamento o addirittura la chiusura degli stabilimenti.

Electrolux in Italia conta 1.160 lavoratori a Porcia (Pn) che producono lavatrici, 1.033 lavoratori a Susegana (Tv) che producono frigoriferi ad incasso, 912 lavoratori a Solaro (Mi) che producono lavastoviglie, e 800 a Forlì che producono forni e piani di cottura. Negli ultimi sei anni l’azienda ha utilizzato massicciamente la cassa integrazione per la riorganizzazione e, in cambio di nuovi investimenti, ha sempre ottenuto un peggioramento delle condizioni di lavoro, oltre alla riduzione del personale attraverso accordi che prevedevano una buonuscita per chi si licenziava volontariamente. Per esempio, a Forlì questo ha significato la perdita di circa 600 posti di lavoro, e il ritmo produttivo è passato da 60 a 74 pezzi per ora.

Electrolux ha deciso di portare avanti una ristrutturazione generale degli stabilimenti dell’Europa occidentale in quanto non competitivi rispetto a quelli dell’Europa orientale. Nel 2005 aveva annunciato un piano per passare da 17 a 6 fabbriche all’ovest, e attualmente conta 9 stabilimenti all’est. Oggi questo significa ulteriori 1.500 esuberi a livello continentale sui 2mila a livello mondiale. Fim, Fiom e Uilm ipotizzano per l’Italia il licenziamento di oltre 450 lavoratori perché, a prescindere dai risultati dell’indagine aziendale, si sta già procedendo alla delocalizzazione della produzione di frigoriferi, lavastoviglie e lavatrici verso l’Ungheria e la Polonia. Se consideriamo che a marzo di quest’anno si è chiuso un accordo per la gestione di 1.200 esuberi con la solidarietà, il totale dei posti di lavoro a rischio sale almeno a 1.650, mettendo in discussione l’esistenza degli stabilimenti italiani, senza contare le ricadute sull’indotto.

La reazione dei lavoratori all’ennesimo attacco dell’azienda è stata immediata e compatta. Gli scioperi sono iniziati già dal 25 ottobre e nei giorni successivi in tutti gli stabilimenti si sono organizzati picchetti, blocchi delle merci e cortei interni. Il fronte sindacale è tenuto unito dalle partecipazioni di massa alle assemblee e dalle adesioni unanimi agli scioperi da parte degli operai che stanno coinvolgendo per la prima volta gli impiegati. D’altra parte i 200 esuberi riguarderebbero proprio gli impiegati delle strutture, compresi i tecnici della ricerca e sviluppo. Un dato che conferma il timore più che fondato che si arrivi alla cessazione della produzione in Italia.

Electrolux non è in crisi, gli stabilimenti italiani non sono in perdita, ma i manager della multinazionale non possono prescindere dal dare agli azionisti i dividendi pattuiti, come hanno dichiarato ai sindacati. Intanto hanno goduto degli incentivi all’acquisto di elettrodomestici varati dai governi italiani negli ultimi anni, soldi della fiscalità generale – in prevalenza soldi dei lavoratori, così come quelli delle casse integrazioni –che sono finiti esclusivamente per ingrossare i profitti.

Il 28 novembre il coordinamento aziendale europeo dei delegati Electrolux ha proclamato una giornata di azione comune a livello continentale. In Italia si potrebbe arrivare ad uno sciopero generale in tutte le fabbriche di elettrodomestici, anche perché Electrolux è interessata all’acquisto del marchio Indesit, ma non di tutte le produzioni. Gli scioperi di questi giorni hanno dimostrato che esiste la forza per impedire il progressivo smantellamento delle fabbriche. Non basta che sindacati e istituzioni rivendichino un piano industriale: l’azienda negli ultimi anni è riuscita a portarne avanti uno fatto di riduzioni salariali e aumento dei carichi di lavoro, seguito dal trasferimento delle produzioni e dalla chiusura degli stabilimenti, come è già accaduto a Firenze. La risposta è nella messa in discussione delle condizioni di questo sfruttamento, di chi oggi possiede la fabbrica e gestisce la produzione: sviluppare la lotta con l’obiettivo di nazionalizzare senza indennizzo gli stabilimenti Electrolux e di tutte le altre aziende del settore che licenziano e chiudono, per continuare a produrre sotto la gestione dei lavoratori.

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