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Come abbiamo ribadito più volte sulle colonne di questo giornale, quello di Berlusconi è forse il governo più antioperaio della storia della Repubblica. Ciò è vero non solo per la portata dei provvedimenti intrapresi contro i lavoratori e le lavoratrici, ma anche per il margine di manovra di cui ha goduto in questi ultimi due anni grazie all’estrema debolezza della sinistra, relegata per la prima volta nel dopoguerra al di fuori del Parlamento, e per l’inconsistenza dell’opposizione parlamentare.

È fuori da ogni dubbio tuttavia che dopo il risultato positivo delle elezioni regionali del marzo scorso, il centrodestra abbia deciso di imprimere un’accelerata alla realizzazione del suo programma reazionario. Gli interessi personali di Berlusconi indubbiamente giocano un ruolo nelle scelte del governo, esempio ne sono provvedimenti come il Lodo Alfano o la legge sulle intercettazioni. Quello che i quotidiani dell’intellighenzia pseudoprogressista non comprendono (o non vogliono farlo) è che queste misure non saranno utilizzate eclusivamente dal Cavaliere e dai suoi accoliti, ma sono funzionali alla necessità di una maggiore indipendenza dell’esecutivo rispetto agli altri poteri dello Stato e all’opinione pubblica.

In una situazione economica come quella europea ed italiana dove si apre una fase di austerità prolungata, i governi di ogni colore dovranno imporre velocemente misure draconiane, e non potranno tollerare ritardi od ostacoli posti da magistratura, Parlamento o mass media.

Il limite fondamentale della battaglia per la libertà di informazione è che non si lega alla battaglia contro la manovra finanziaria e tutte le altre contro riforme che riguardano particolarmente il mondo del lavoro. Sulla necessità di adottare tagli alla spesa pubblica infatti sono tutti d’accordo: l’opposizione finiana all’interno del Pdl ne vorrebbe ancora di più severi, mentre dall’opposizione Pd ed Idv si limitano ad invocare “più equità”.


Il federalismo


La manovra finanziaria del 2010 avrà degli effetti devastanti sui servizi pubblici, che già versano in condizioni pietose. Scuola e università sono allo strenuo, le tariffe del trasporto locale e ferroviario aumentano senza sosta, la sanità è cronicamente senza risorse.

Sulle pensioni dedichiamo ampio spazio in un’altra pagina di questo mensile.

Nella mente di Tremonti (e della Lega nord) i tagli di quest’anno non hanno il carattere di una tantum, ma rappresentano l’inizio di una svolta epocale, l’inizio del federalismo fiscale. A livello complessivo, la realizzazione del federalismo è questione del tutto aperta: quello che però deve interessare di più a noi lavoratori non è tanto se l’inno di Mameli verrà sostituito da “mia bela madunina” o da “o sole mio” a seconda delle regioni, ma le conseguenze sul nostro tenore di vita, presente e futuro. Ebbene, secondo la relazione che il governo ha presentato in Parlamento il federalismo fiscale non costerà nulla e dovrebbe portare a un risparmio di circa dieci miliardi di euro nei conti pubblici. Come si arriverà a ciò? Il perno di questa riforma è il passaggio dalla spesa storica (lo Stato continua a trasferire agli enti locali le risorse in base a quanto hanno speso nel passato) ai costi standard, calcolati in base a quanto effettivamente è necessario (per le spese sanitarie, in particolare) e sulla base delle “migliori pratiche regionali”. È evidente che questo rafforzerà il ruolo del privato in tutti i servizi, particolarmente nella sanità, che rappresenta oggi l’80% dei bilanci delle regioni. La spesa “effettivamente necessaria” impedirà naturalmente ogni investimento nelle regioni più svantaggiate, con la scusa della “lotta agli sprechi”. La propaganda dei governatori leghisti Cota e Zaia, sull’esigenza di favorire le regioni virtuose, va proprio in questa direzione.

Attraverso i decreti attuativi, che ancora mancano, il federalismo fiscale dovrebbe diventare realtà non prima del 2016, ma non dubitiamo che la scure “federalista” sul welfare sarà applicata ben prima, come già sta succedendo.

Il federalismo (sia nel suo aspetto fiscale che in quello demaniale) è quindi un provvedimento profondamente classista: non a caso è appoggiato da Confindustria e da tutta la classe dominante. Il voto in Parlamento a riguardo ha fatto cadere la maschera a tanti. Il partito di Di Pietro ha infatti votato a favore sia al federalismo fiscale che a quello demaniale, il Pd si è astenuto in entrambi i casi.


Il far west di Tremonti

Ma il ministro più amato dalla Lega non si è fermato qui, e recentemente, cercando di inserirsi sul solco tracciato dalla Fiat rispetto a Pomigliano, ha proposto il “Piano per la libertà”, il cui cardine è la modifica dell’articolo 41 della Costituzione, nel comma dove si afferma che “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.” Secondo Tremonti, infatti quell’articolo è “ispirato dalla logica del conflitto di classe” e per essere ancora più chiari, “il principio è quello per cui tutto è libero, tranne ciò che è punito con legge penale o con quella europea” (Il manifesto, 13 giugno 2010).

Si vuole creare un vero e proprio far west nei posti di lavoro, ritornando a condizioni ottocentesche. Confindustria applaude ancora, anche se come un bambino ingordo e viziato, vorrebbe ancora di più, ad esempio il taglio delle tasse, misura che però Berlusconi non può concedere in questi tempi difficili. Così l’appoggio del padronato al Cavaliere è sempre condizionato e relativo alle misure effettivamente adottate, tanto che l’assemblea di Confindustria ha opposto una freddezza glaciale alla richiesta di Berlusconi di nominare Emma Marcegaglia ministro dello sviluppo economico al posto del povero Scajola, caduto per l’ennesima volta in disgrazia.

La freddezza dell’assemblea generale di Confindustria è un dato da non sottovalutare. Gli scandali e i casi di corruzione che si moltiplicano, le tensioni e le correnti che aumentano all’interno del Pdl (di cui il caso Fini è solo la punta dell’iceberg) sono altri segnali di una crisi che potenzialmente, in futuro, potrebbe svilupparsi. Ciò non significa tuttavia che l’attuale governo abbia i giorni contati. Mancano infatti alcune condizioni: chi sostituirebbe Berlusconi? A quali settori e classi sociali gioverebbe un cambiamento di cavallo?

L’esempio siciliano

All’interno del Pdl i seguaci di Fini si sono trovati in netta minoranza. Ogni ipotesi di governo tecnico ora non avrebbe i numeri e l’asse tra Berlusconi e Bossi è oggi inossidabile.

Allo stesso tempo le scelte economiche descritte in precedenza possono minare a medio termine le fondamenta della coalizione. Il blocco elettorale che ha fatto le fortune del centro destra ha due serbatoi di voti “sicuri”: il lombardo-veneto e la Sicilia. I tagli del governo e il federalismo possono soddisfare la Lega e gli amministratori del nord, ma sono visti come fumo negli occhi al meridione. Nella manovra che andrà in discussione al Senato si legge che i fondi Fas (Fondi aree sottoutilizzate) diminuiranno di 900 milioni nel 2011 fino ad arrivare a un taglio di 1,1 milardi di euro nel 2013. I Fas sono lo strumento decisivo per il funzionamento delle regioni del sud e per il sostentamento delle reti clientelari, particolarmente in una regione a statuto speciale come la Sicilia.

Sono in gioco questioni molte concrete. Dove finiranno le risorse dello Stato, in diminuzione costante, nei prossimi anni: a nord o a sud? Questa è una delle ragioni che spiegano la spaccatura consumatasi da tempo nel Pdl in Sicilia. In questa regione infatti Gianfranco Miccichè, fra i fondatori di Forza Italia ed ex ministro del secondo governo Berlusconi, ha rotto, insieme ai finiani, con la componente legata ad Alfano e Schifani, fondando un nuovo movimento politico, il Pdl Sicilia. L’operazione è volta a garantire l’appoggio al governatore Raffaele Lombardo, relegando i “lealisti” del Pdl, insieme all’Udc, all’opposizione a livello regionale. Un’operazione azzardata, che sarebbe lontana dall’avere la maggioranza, se non fosse per il soccorso del Pd siciliano, che non ha fatto mancare il suo appoggio esterno. Il tutto naturalmente all’insegna “del federalismo e dell’autonomia” del partito siciliano. La propaganda massiccia dei democrats siculi che troneggia ad ogni incrocio delle principali città siciliane, volta a magnificare l’accordo che dovrebbe portare al ”riscatto della Sicilia”, non può far dimenticare che tra gli sponsor della manovra di Miccichè e soci c’è Marcello Dell’Utri, da pochi giorni condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa.

L’esempio siciliano dimostra almeno un paio di cose: che il Pdl non è affatto un monolite, e le divisioni potenziali sono ben più profonde di quelle già emerse del caso Fini. In secondo luogo, che il Pd sarebbe disposto ad allearsi con il diavolo pur di andare al governo.

La crisi economica e le scelte obbligate della borghesia avranno conseguenze politiche e porteranno ad una possibile disarticolazione del centrodestra, di cui oggi non siamo in grado di prevedere i tempi e le modalità. Ma una cosa è certa: la sconfitta della destra reazionaria può avvenire solo nelle piazze e attraverso la lotta di classe, e non tramite oscure alchimie di palazzo, da cui la Vandea che ci ha avvolto in questi due anni potrà risorgere sempre come un’orrenda araba fenice.

7 luglio 2010

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