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La caduta del governo Berlusconi non è un fulmine a ciel sereno, ma il compimento di un processo di logoramento già emerso con piena evidenza nella giornata del 14 dicembre 2010. Le basi di consenso della maggioranza sono state erose da due anni di mobilitazioni sociali, dalle lotte per il lavoro, ai referendum, fino allo scorso 15 ottobre. È stato un anno segnato anche dalle sconfitte nelle elezioni amministrative, che hanno evidenziato la crisi di consenso del premier e della sua coalizione, compresa la Lega nord.

Solo la inettitudine e la pusillanimità delle opposizioni parlamentari ha permesso che il governo trascinasse la sua agonia per quasi un altro anno, aprendo così uno spazio di manovra nel quale si sono inserite le pressioni del grande capitale, nazionale ed internazionale, che ha potuto così preparare la svolta. Ancora una volta quindi i frutti di una mobilitazione di massa vengono raccolti da chi, socialmente e politicamente, rappresenta l’esatto opposto delle istanze che hanno animato due anni e più di lotte contro questo governo.

La crisi della destra è profonda, la frattura fra Lega e Pdl non sarà facile da ricomporre; nello stesso Pdl si allargano le contraddizioni. L’indebolimento della destra e la supina acquiescenza del Pd, oltre all’entusiastico sostegno dei centristi, aprono uno spazio considerevole al governo Monti-Napolitano: seppure non è ancora escluso che il tentativo possa naufragare sul nascere per l’opposizione di settori importanti del centrodestra, la prospettiva più probabile è che tale governo possa insediarsi e godere di un relativo margine di autonomia nei confronti dello stesso parlamento chiamato a sostenerlo.

Il programma del governo Monti è già stato scritto nei mesi scorsi: i numeri sono quelli del patto europlus (pareggio di bilancio entro il 2013, riduzione dello stock del debito pubblico, ecc.) mentre le modalità sono elencate fin nei dettagli nelle 39 “raccomandazioni” che la Bce ha rivolto al precedente governo. L’urgenza del momento è quindi quella di costruire un fronte di resistenza che si opponga con mobilitazioni non testimoniali al tentativo di colpire una volta di più salari, pensioni, diritti, scuola, welfare, beni pubblici. Abbiamo il compito innanzitutto di chiarire con una vasta e incisiva campagna di massa la vera natura di questo governo, del suo programma, dei suoi referenti sociali, e dare l’allarme sul pericolo incombente; dobbiamo investire tutte le organizzazioni sociali e politiche della sinistra di questa campagna, a partire da una Cgil che si troverà una volta di più spinta all’angolo e messa nel mirino se non accetterà di adeguarsi alle esigenze dell’“emergenza nazionale” e del “risanamento”.

L’opposizione sociale deve trovare una chiara espressione politica. Il Prc si propone di costituire, fuori e contro gli schieramenti che sostengono il governo di unità nazionale, un polo della sinistra di classe che sia riferimento per l’opposizione sociale al governo Monti e che fin da subito lavori anche sul piano elettorale alla costruzione di uno schieramento alternativo. Deve emergere con chiarezza l’esistenza di una netta alternativa a sinistra, per l’oggi e per il domani. Tale necessità non può essere subordinata a considerazioni tattiche legate al possibile cambiamento della legge elettorale o alle scadenze delle elezioni stesse, peraltro terreni sui quali oggi non abbiamo alcuna possibilità di influire.

La richiesta di elezioni anticipate si lega quindi non solo a una generale rivendicazione democratica, ma deve essere legata a una prospettiva concreta: rivendichiamo elezioni perché oggi nel parlamento, al di là delle divisioni di schieramento, esiste di fatto una voce sola: quella delle banche, quella del capitale; rivendichiamo elezioni affinché anche col voto si possa esprimere ciò che si è espresso nelle piazze di questi anni. Questo è possibile solo se la sinistra, a partire dal nostro partito, rompe ogni ambiguità rispetto al Pd e al centrosinistra, oggi elemento portante dell’operazione Monti-Napolitano. Non si tratta quindi di una tattica destinata a mutare una volta che cambi il quadro politico e si ritorni a una “normale” dialettica fra centrodestra e centrosinistra; si tratta invece di una impostazione che assumiamo come strategica.

Il voto con il quale il Pd ha permesso senza colpo ferire l’approvazione della legge di stabilità costituisce uno schiaffo alle ragioni dei lavoratori e dei movimenti, a partire dalla liberalizzazione forzata dei servizi pubblici locali che calpesta l’esito referendario. Ogni ipotesi di fronte democratico col centrosinistra viene sepolta dai fatti.

La nostra proposta deve quindi partire da noi stessi e dal ruolo che intendiamo svolgere nei confronti dei lavoratori e dei nostri referenti sociali.

Tale impostazione va immediatamente messa a tema anche nella Federazione della sinistra, della quale rileviamo la crescente spinta centrifuga derivante dalle decisioni assunte dalle forze in essa presenti. Nessuna ambiguità può essere tollerata non solo riguardo al governo Monti, ma anche e soprattutto rispetto agli sbocchi che intendiamo perseguire con la nostra opposizione a tale governo.

Su questi temi l’imminente congresso nazionale del Prc dovrà dibattere e deliberare: la svolta in atto deve precipitare nel nostro dibattito congressuale per farne scaturire proposte all’altezza.

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